domenica 22 agosto 2021
I passi oltre l’emergenza, i vaccini e chi non si è immunizzato, l’approccio globale al virus, le scelte di fede. Il portavoce del Comitato tecnico scientifico spiega cosa insegna la crisi sanitaria
Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità

Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità - Lapresse

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Fosse per lui, sobrio com’è, parlerebbe anche meno dello stretto necessario imposto dal ruolo. Al quale si adatta, consapevole dei doveri in capo a un presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che si è trovato a vestire i non certo comodi panni di portavoce del Comitato tecnico-scientifico (Cts) dentro la bufera coronavirus. Silvio Brusaferro, 61 anni, friulano di Udine, professore ordinario di Igiene e salute pubblica, partecipe dell’operazione anti-Covid, è uomo istituzionale per stile naturale ma che ama mettere in gioco se stesso in ciò che fa, valori personali inclusi. Forse è questo sguardo ampio e non solo tecnico che contribuisce a far sentire gli italiani coinvolti in uno sforzo condiviso per uscire dalla crisi. Parlando con lui si capisce che la battaglia contro il virus è più di una questione di strategie, regole e organizzazione.

Professore, a che punto è la notte?

Siamo in una fase delicata, con la crescita continua delle persone che si vaccinano, più marcata nelle fasce giovani, e allo stesso tempo con una parte significativa degli italiani ancora senza protezione (soprattutto una quota importante di chi è sopra i 60). Bisogna aumentare il numero di chi si vaccina, giovani e adulti, e intanto mantenere prudenza e rispetto verso gli altri nei comportamenti.

Quale situazione si va profilando?

L’endemia, cioè la presenza del virus ma con un impatto limitato in termini di impegno dei servizi sanitari e di morti. È una situazione che si punta a consolidare col crescere della popolazione immunizzata, mentre si monitora la circolazione cercando di mantenerla sotto controllo. Teniamo conto però che lo scenario è globale: il virus muta circolando soprattutto in Paesi dove per mancanza di vaccini il suo impatto è ancora molto forte. Per questo occorre mantenere alta l’attenzione. Ma in Italia elevate percentuali di popolazione vaccinata e la prudenza nei comportamenti possono permetterci di affrontare i prossimi mesi controllando il virus.

Cosa direbbe a chi è in dubbio se vaccinarsi o no?

Lo inviterei a rivolgersi al proprio medico e alle istituzioni sanitarie per esternare le perplessità e poterle superare. Disponiamo ormai di una letteratura scientifica che si arricchisce ogni giorno e che mostra come la vaccinazione dispensata in centinaia di milioni di dosi può cambiare il corso di una pandemia, un vero miracolo. Sappiamo che nel 90% dei casi le persone ricoverate per Covid non erano vaccinate o non avevano completato il ciclo. Aggiungo che, dati alla mano, gli effetti collaterali sono inferiori a quelli di moltissimi farmaci di uso quotidiano.

E ai «no vax» cosa dice?

Li invito a riscoprire il metodo scientifico, che ci ha permesso di avere una vita media molto lunga. Dobbiamo anche ai vaccini se la mortalità infantile è stata ridotta al minimo, mentre questo purtroppo non accade nei Paesi più poveri dove le campagne vaccinali pediatriche non sono diffuse come da noi. Nella storia umana i vaccini hanno avuto un ruolo fondamentale: negli anni 50 la poliomielite non an- cora adeguatamente contrastata con il vaccino ha lasciato spesso segni indelebili in chi ne è stato colpito.

Per il prossimo inizio della scuola, cosa può dire alle famiglie che stanno riflettendo sulla vaccinazione dei propri figli?

Le agenzie regolatorie rendono disponibili vaccini a valle di studi scientifici che ne documentano sicurezza ed efficacia. Le ricerche sono ancora in corso sotto i 12 anni, quando le agenzie si esprimeranno i vaccini saranno raccomandati anche in quella fascia di età. Possiamo star certi che, anche per la grande attenzione globale verso questo tema, la verifica di ogni possibile effetto collaterale è estremamente dettagliata e affidabile. Abbiamo le evidenze di effetti avversi di gran lunga inferiori ai benefici e che in un numero di casi tra il 3 e il 13% contrarre il virus può lasciare esiti di 'long Covid', cioè sintomi di lungo periodo, in alcuni casi anche per le semplici infezioni. La vaccinazione ci evita tutto questo.

Si è molto discusso sulla rapidità del via libera ai vaccini. Non è che la decisione politica ha prevalso sul dato di scienza?

La procedura seguita ha adottato un sistema di revisione simultanea. Nel passato chi voleva l’approvazione di un farmaco doveva arrivare col dossier completo, mentre con i vaccini anti-Covid si sono sottoposte a valutazione le singole fasi man mano che venivano concluse. Non si è ridotta la rigorosità: si è contratta la tempistica, perché anche un solo giorno di ritardo equivaleva a vite perse e a sofferenze. L’azione risoluta e tempestiva ha cambiato la circolazione del virus: è la prima volta che l’uomo interviene durante una pandemia, modificandola.

Si parla già di terza dose, ma c’è chi sostiene che andrebbero prima vaccinati quanti nel mondo ancora non hanno potuto aver accesso alla prima iniezione. Cosa pensa?

Non saremo al sicuro finché non lo sarà tutto il mondo. Vale per la nostra famiglia, la città, il Paese, l’umanità. Sappiamo che ci sono aree del pianeta – sull’altra sponda del Mediterraneo, per non andar lontani – dove una forte diffusione del Covid viene fronteggiata con mezzi enormemente inferiori ai nostri. Vanno rese disponibili quote adeguate di vaccini in tutto il mondo individuando anche nuovi luoghi dove produrli per sostenere una campagna realmente globale. Serve una capacità produttiva diffusa di vaccini sempre più maneggevoli ed efficaci. L’approccio dev’essere globale. La terza dose, se verrà ritenuta necessaria, non è in alternativa allo sforzo per immunizzare tutto il mondo ma deve procedere in parallelo. Chi ha il sistema immunitario più fragile necessita invece di uno stimolo ulteriore per ottenere la copertura. Guardiamo fuori dal nostro recinto: dobbiamo farci carico anche degli altri, come per le patologie infantili che nella parte più povera del mondo sono ancora letali. La pandemia ha illustrato che servono regole di ingaggio e coinvolgimento più ampie: nessun Paese sarà al riparo dal contagio finché non lo sarà anche il Paese più fragile.

L’industria farmaceutica mostra di sentirsi corresponsabile, o prevale la logica del profitto?

Sono un medico e non un economista, ma è evidente che serve una collaborazione serrata tra Stati, istituzioni sovranazionali e produttori di farmaci. La pandemia mostra che la salute si tutela con una vasta rete di cooperazione, ma va di pari passo con la crescita economica e la creazione di benessere.

Come ha risposto la società italiana all’emergenza Covid?

Come primo Paese occidentale duramente colpito abbiamo mostrato una solidarietà straordinaria. Oggi vedo una maggioranza rilevante di italiani consapevoli, attenti, rispettosi, determinati a raggiungere una nuova normalità ma prudenti nei comportamenti, su se stessi e gli altri. C’è anche una parte che tende ancora a sottovalutare il problema immaginando deroghe che però sono foriere di contagi. E che finiscono per minacciare i più fragili.

Cosa cambierà nella nostra quotidianità, usciti dalla pandemia?

Questa crisi ha impresso all’Italia una spinta enorme all’uso delle nuove tecnologie, con risvolti positivi anche sulla tutela della salute. Resterà anche la consapevolezza che siamo interdipendenti, che i nostri comportamenti sono determinanti per la salute e influiscono sul benessere altrui. C’è poi l’evidenza che il rispetto diffuso delle regole ci permette di conseguire risultati impensabili. Infine, abbiamo tutti compreso l’importanza della ricerca scientifica, che ci permette di fronteggiare anche minacce formidabili.

E la sanità italiana cosa sta imparando?

Dobbiamo essere coscienti che il nostro Servizio sanitario è un gioiello, da salvaguardare, potenziare e aggiornare per le nuove sfide. E poi credo che l’organizzazione sociale, come quella sanitaria, debbano tener presente che le relazioni personali sono occasioni preziose di salute: alla malattia e alla sofferenza, accanto a quella tecnico- scientifica, va data anche una risposta di prossimità. Una persona fragile ha bisogno di una rete di supporti relazionali e sociali. Creare reti di reti di relazione, sviluppare le cure primarie vicino al cittadino, sono forme di prossimità, a partire dal nostro stile di vita.

Una risposta alle spinte individualistiche...

La pandemia ha moltiplicato e reso evidenti le ricadute negative della solitudine, tema ben presente anche prima del Covid. La rete sociale, la comunità, i servizi di prossimità rinforzano la salute delle persone. C’è un beneficio, già noto, che ora è evidente a tutti.

Com’è la sua esperienza di lavoro dentro la struttura anti-Covid allestita dal governo?

Molto positiva. Questa vicenda insegna a lavorare in squadra: insieme si superano ostacoli davvero complessi. Nel Paese c’è un gran numero di persone molto competenti, che magari non appaiono ma svolgono un lavoro quotidiano di altissima qualità.

Lei è credente: come vive questa vicenda umana e professionale da uomo di fede?

Non amo sbandierarla, ma neppure la nascondo. Credo che ognuno di noi nella propria vita sia chiamato a svolgere ruoli, anche impegnativi e talora del tutto impensabili, per i quali cerchiamo di essere pronti e adeguati. È quello che è successo a me: una chiamata. Un secondo concetto chiave sono i propri talenti, tanti o pochi: sappiamo di dover mettere ogni sforzo per farli fruttare al meglio, nel mio caso far sì, tra l’altro, che il metodo scientifico supporti le decisioni necessarie. Infine, l’attenzione agli altri: siamo inseriti in una comunità, un valore che dev’essere sempre presente.

Cos’ha imparato da questa vicenda?

L’ascolto della realtà in tutta la sua complessità, per assumere decisioni all’altezza del momento. Un ascolto che, a ben vedere, deve partire dai piccoli segni che caratterizzano la nostra vita quotidiana.

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