mercoledì 24 luglio 2013
​Il cantautore: «La gente dell'isola ci dice che chi arriva non è un nemico, ma un altro come te. E il Papa ci ha ricordato che l'indifferenza è la malattia del secolo». Il Nobel? Giusto, perché accogliere vuol dire preparare l'integrazione.

Bisogna essere poeti di grande sensibilità per racchiudere un dramma così grande in un verso così breve. Claudio Baglioni lo fa in Isole del Sud, scritta pensando alle Pelagie, Lampedusa in particolare, che per primo ha idealmente candidato a Premio Nobel per la Pace. «Un tempo, un mare, un uomo sa che non si può fermare, se uno arriva un altro va per non tornare, in ogni tempo, in ogni mare, in ogni uomo che è fatto di avvenire, perché partire è vivere e un po’ morire»: c’è la nostalgia dolente di chi deve andare. È il dramma doloroso che esprime Lampedusa. Qui Claudio Baglioni ha fatto nascere il progetto O’ Scià che è acronimo di odori, suoni, colori d’incontro e d’arte, ma è anche l’affido beneaugurante che le mamme danno ai figli che nascono e poi devono andare. Adesso indica Lampedusa come sede di un organismo internazionale o europeo preposto alla migranza per dare valore e concretezza – dice – al percorso che ha fatto O’ Scià. Il richiamo all’accoglienza Baglioni per anni l’ha lanciato dalla spiaggia di Guitgia, come può farlo un cantautore, lasciando al mare e alla speranza il compito di cullarlo.Baglioni, perché Lampedusa merita questo riconoscimento?Nel 2009 lanciai questa idea con un sottinteso di provocazione, perché il cosiddetto fenomeno – ed è imbarazzante chiamarlo ancora così dopo 25 anni – aveva comportato in alcuni momenti congiunture difficili e negative per la vita delle isole Pelagie, sia per coloro che vi arrivavano sia per coloro che c’erano già. Questo claim colpiva perché sensazionale. Se dovesse scrivere lei la motivazione del Premio quale sarebbe?Scriverei: «Per l’esempio quotidiano, per la normalità dell’accoglienza». In tutto questo non c’è nessun eroismo, ma una quasi naturale accettazione del vivere insieme di fronte a un accadimento non governabile. Oggi si dice che dobbiamo accogliere, ma il "dobbiamo" è una parola in più. L’accoglienza dovrebbe essere una cosa naturale, come il bere o il respirare. A Lampedusa il Nobel dovrebbe andare per la capacità di integrare pur in una situazione complessa e difficile.Il messaggio del Nobel sarebbe proprio quello di dire che l’accoglienza è un valore fondamentale...Direbbe anche che l’accoglienza è il primo segnale della convivenza pacifica e di senso di pace. Direbbe che chiunque arriva non è un nemico o un usurpatore, ma è un altro come te. L’integrazione non si fa con uno schiocco delle dita, specialmente in un mondo in crisi non soltanto dal punto di vista economico, ma anche al punto di vista culturale, intellettuale, in termini di valori di progettazione del futuro. Quando arriva l’altro è sempre un incomodo, un ingombro. Allora, invece dell’abbraccio e dell’incontro reale, la questione è trattata sia a livello politico che di opinione pubblica come se si dovesse disinfestare, come se gli altri fossero degli insetti per i quali basterebbe lo spray di una legge più o meno equilibrata. Tutte le leggi fatte non sono perfette e non sono state spiegate bene.Pensa che l’Italia stia facendo abbastanza per questo dramma dell’immigrazione?Non è un problema facile: è un tema molto antipatico che trova quasi sempre l’opinione pubblica ostile. Sono però contento di vedere come sulle pagine di Avvenire la proposta stia avendo tanti consensi da diverse parti politiche. Tutti dicono accogliamo, poi al sodo le cose cambiano. Siccome è una rogna, a dirla tutta, ognuno cerca di grattarla via con il minor danno possibile. Noi ci comportiamo bene, perché l’Italia non è un Paese razzista, però è un Paese classista e pigro che dice: «Già ne abbiamo tanti di problemi, non ne vogliamo di più». Con scarsa memoria perché siamo stati emigranti e l’emigrazione è ripresa.Lei ha affermato che il Papa ha acceso una luce su Lampedusa e ha aggiunto che per ognuno adesso sarà meno facile dire «non lo sapevo». Ma il singolo, ciascuno di noi, cosa può fare per questi disperati?Non fermarsi alla superficie delle cose. Quando Papa Francesco dice di globalizzazione dell’indifferenza è folgorante. Significa che noi spesso liquidiamo le questioni, se non ci toccano direttamente, con molta superficialità, con poco approfondimento. La questione dell’immigrazione non ha ideologia partitica. Bisognerebbe sfilarla dalla bega elettorale, dal fatto che possa essere usata in un modo o nell’altro per ottenere un consenso. Va attualizzato, al contrario, il monito di Gesù: «Ama il prossimo tuo come te stesso», dove il prossimo non è soltanto chi ci sta vicino, ma anche il prossimo che arriverà. Questo amore andrebbe manifestato senza vergogna o reticenza. Così abbattiamo il muro del cinismo e dell’indifferenza che, come dice Papa Bergoglio, è la malattia del secolo che sta uccidendo tanti valori e anche la speranza di felicità che ciascuno di noi coltiva e alla quale ha diritto.Ha avuto modo di incontrare il Papa?L’ho ringraziato per i brividi e il senso di vertigine che ci ha dato quando ha salutato proprio con l’espressione «O’ Scià». Avevo un cappellino con scritto questo saluto. Ho pensato: sarà offensivo darglielo? Poi gliel’ho dato e mi ha ringraziato. Ma è stato il Papa a fare un grande regalo a Lampedusa. Ci sono poche persone capaci nel nostro tempo di dare slanci, in un mondo così ripiegato su stesso.Questo dramma pare interroghi poco gli intellettuali e gli artisti che non lo elaborano nelle loro creazioni. È un’impressione sbagliata?È un tema che non porta simpatia. L’intellettuale, l’artista, a volte sta attento. Non si butta in mezzo al fuoco con il rischio di bruciarsi. In due film, Nuovo Mondo e Terra Ferma, se ne è occupato Emanuele Crialese. Ma anche Gianni Amelio con Lamerica. Ma non c’è molto di più. Anche io ho avuto pudore a trattare questi argomenti, perché o si scade nell’ovvietà, che non serve a nessuno, o nella retorica. Non è retorico dire che ogni uomo è fatto di avvenire...Mi riferisco a Linosa e a Lampedusa. Con questo verso dico che il viaggio è sempre una ricerca del paradiso. Ma c’è anche il viaggio dei giovani che vanno via da qui perché Lampedusa è il loro inferno. E vanno al Nord. Aggiungo: «Da solo a bordo, ma non c’è un luogo dove non c’è un rogo dentro ad un ricordo». È l’eterno dolore di chi deve lasciare qualcosa. Chi condanna pensi a questo.Ma una canzone può essere uno strumento per sensibilizzare su temi sociali così importanti?È un veicolo snello, tascabile, che ha una capacità formidabile, magari con effetti non immediati. Di certo un’emozione che passa così è più forte di tanti saggi, discorsi e proclami. In Strada facendo dico che una canzone è una canzone e neanche questa potrà mai cambiare la vita. In effetti nessuna cosa cambia da sola il mondo.Joan Baez ha detto: «La musica non cambierà il mondo, ma mi dispiacerebbe se il mondo cambiasse senza la musica».La canzone è un’arte più piccola rispetto ad altre forme. Ma ha grande forza evocativa, È come un profumo. È un’emozione veloce. Noi abbiamo cantato e letto tante parole su quella spiaggia di Lampedusa. Penso che le canzoni, da lì, un piccolo segno l’abbiano lasciato.

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