giovedì 31 maggio 2018
Il presidente del Consiglio Craxi e il segretario di Stato vaticano Casaroli siglano l'accordo storico. «I cristiani non sono stranieri in Italia»
Il cardinale Casaroli e il primo ministro Bettino Craxi firmano il nuovo Concordato (Ansa)

Il cardinale Casaroli e il primo ministro Bettino Craxi firmano il nuovo Concordato (Ansa)

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Il 1984 è l’anno dopo il quale, per Chiesa e Stato, nulla sarà più come prima. Per i loro rapporti. Ma anche dentro la Chiesa stessa. Forse pochi, allora, si stavano accorgendo della rivoluzione in atto... «Firmato il nuovo concordato» (minuscolo: scelta o errore di distrazione?) è il titolo in prima pagina del 19 febbraio 1984, una domenica, con il testo integrale dell’accordo di revisione dei Patti Lateranensi firmato dal presidente del Consiglio Craxi e dal segretario di Stato Vaticano cardinale Casaroli. Il titolo del fondo di Pier Giorgio Liverani è la sintesi perfetta dello spirito dell’accordo: «Un impegno comune in favore dell’uomo». Come in ogni dialogo autentico e positivo, gli interlocutori individuano innanzitutto ciò che li unisce, gli intenti comuni; e Liverani ricorda come tutto nasca dal Concilio e dalla sua costituzione Gaudium et spes.

Tutti (beh, quasi tutti...) sono contenti. Occorre fare un passo indietro al 28 gennaio: «Anche la Camera ha detto sì. Concordato: il Parlamento ha dato mandato al governo italiano di procedere alla trattativa con la Santa Sede per i rapporti tra Stato e Chiesa». La maggioranza è larghissima: 338 voti favorevoli, 67 contrari, 30 astenuti. Favorevole anche il Pci, per «un voto che dà respiro al clima politico». Il nostro Guido Bossa cita l’intervento del democristiano Rognoni, che fotografava fedelmente lo spirito del nuovo Concordato: «Uno Stato neutrale ma non indifferente rispetto alla rilevanza sociale del fenomeno religioso, che non fa una propria scelta di fede ma tiene conto delle ispirazioni ideali della comunità; che non può prescindere dall’ispirazione dell’uomo a vivere la propria testimonianza religiosa nella dimensione sociale, nella libertà individuale e collettiva».

Torniamo al 19 febbraio. A pagina 2 intervengono il vescovo Attilio Nicora, «tra i fattivi partecipi del nuovo testo» (e non sarà la prima volta, su Avvenire), e la Cei, con una dichiarazione che termina così: «Chiesa e cristiani non sono stranieri in Italia: sono di casa. Essi prendono occasione per riaffermare l’impegno di una qualificata e organica corresponsabilità che, se per loro si ispira al Vangelo di Cristo, si colloca dentro la vita di un popolo di cui essi stessi sono parte e di cui condividono le speranze di ripresa e la volontà di autentico progresso». Il 21 febbraio ecco il giudizio dato all’«evento storico» da Giovanni Paolo II durante l’Angelus domenicale: «È un evento che Paolo VI aveva previsto e favorito, come segno di rinnovata concordia tra la Chiesa e lo Stato in Italia, e che io considero di significativo rilievo come base giuridica di pacifici rapporti bilaterali e come ispirazione ideale per il contributo generoso e creativo che la Comunità ecclesiale è chiamata a dare».

Un cammino lungo. Lo riassume a pagina 4 Cesare Mirabelli. Si parte nel 1967 con il governo Moro e con la fiducia sulla mozione Zaccagnini, Fermi, La Malfa; e procede a passi lenti con Andreotti, Fanfani e infine Craxi. Quel 21 febbraio è importante anche per l’annuncio dell’Intesa tra Italia e Chiese Valdese e Metodista, raccontata su Avvenire il 22 febbraio: «Craxi e il pastore Bouchard hanno ratificato l’accordo alle 17.40 nella Sala Rossa» di Palazzo Chigi.

Tutto liscio? Per niente. Alcuni, per quanto oggi possa sembrare curioso, contestano il nuovo sistema di retribuzione del clero con questo argomento: meglio dipendere dallo Stato che dai vescovi! Ersilio Tonini (5 agosto) cita tre senatori: La Valle, il repubblicano Ferrara e il radicale Signorino. Lo Stato garantiva, secondo loro, «la libertà dei preti dalla gerarchia».

Lo scrive anche Scalfari sulla sua Repubblica, denunciando «l’incontrollata sovranità della Commissione episcopale» (sic!) che «accresce oltre ogni dire la dipendenza dei singoli sacerdoti nei confronti della gerarchia». Il Corriere della sera aggiunge: «Che ne sarà – è la sintesi di Tonini – dei preti poveri, dei preti dissenzienti quali Baget Bozzo, oppure che ne sarà dei piccoli preti, come si chiede la Voce Repubblicana. Pensieri e preoccupazioni raffinatissime che commuovono, se non fossero piuttosto fuori posto». Tonini riconosce che, tra i cattolici del dissenso, Mario Gozzini ha votato a favore della ratifica del Concordato, «motivandola con il fatto che egli "ha profonda fiducia nei vescovi"».

In realtà, scrive ancora Tonini il 7 agosto, era proprio la vecchia congrua «un grave danno all’autonomia dei semplici preti di fronte ai vescovi». E Nicora (presidente per la parte vaticana della Commissione paritetica per gli enti ecclesiastici) il 26 agosto giudica tante critiche della prima ora «dettate dall’emotività più che da precisa conoscenza». E conclude: «Siamo in presenza, a quasi vent’anni dalla sua conclusione, di una delle più puntuali e concrete attuazioni del Concilio Vaticano II».

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