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la nave e la tempesta

Gianfranco Ravasi giovedì 11 novembre 2004
Non si deve abbandonare la nave in mezzo alle tempeste solo perché non si possono estinguere i venti: si deve operare, invece, nel modo più adatto per cercare di rendere se non altro minore quel male che non si è in grado di volgere al bene.Così scriveva Tommaso Moro nella sua opera più celebre, Utopia (1516). La sua è una riflessione di stampo realistico che si modella sulla tesi del male minore, di fronte all"impotenza di raggiungere il bene. L"immagine della nave sballottata da forze naturali che superano ogni capacità umana ben illustra la scelta da compiere che non è quella della rassegnazione inerte e scoraggiata ma neppure quella della sfida prometeica e suicida. Si ha, così, una lezione sulla pazienza operosa, sulla perseveranza nelle piccole cose.Aveva ragione Pirandello quando metteva in bocca a un personaggio di un suo dramma, Il piacere dell"onestà, queste parole: «È molto più facile essere un eroe, che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini, si dev"essere sempre». Certo, per vincere la bufera della vita spesso bisogna accettare umiliazioni, tollerare molte prove, lavorare con costanza attorno a piccole cose. E questo non dà né medaglie né grandi elogi o consolazioni. Eppure è solo così che si riesce a superare ostacoli a prima vista invalicabili. Nel Nuovo Testamento ricorre 32 volte una parola greca, hypomonè, che di solito è tradotta con "perseveranza", "pazienza", "sopportazione": essa, però, letteralmente significa "rimanere sotto" un peso da portare. È solo così che si merita la promessa dell"Apocalisse: «Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita» (2, 10).