Opinioni

Senza dimora. Se quel poco di asfalto è lo spazio di un uomo

Raul Gabriel venerdì 3 aprile 2020

Duro, durissimo essere senza dimora in tempo di pandemia. È tornato a dircelo, ieri, papa Francesco, richiamando una realtà messa sotto gli occhi del mondo da immagini (pubblicate ieri anche da “Avvenire”) che hanno fatto scandalo, quelle del parcheggio del Cashman Center di Las Vegas, paradiso dei casinò, capitale dei grandi alberghi e di ambientazioni scenografiche dove il kitsch è padrone incontrastato e dove impera l’umanesimo azzardato e rovesciato delle slot machine e tavoli di black jack. Proprio qui si assiste a una curiosa deriva dell’inventiva umana: il social distancing a misura di homeless. Il parcheggio è meticolosamente recintato con un reticolato che identifica lo spazio, rigorosamente nudo e crudo, dove, per concessione dello Stato, i senzatetto possono trovare alloggio.

Un alloggio curioso. Un alloggio senza alloggio, qualche metro quadro di asfalto definito da una riga bianca che rappresenta, in fondo, il massimo cui un senzatetto può aspirare. Per definizione il senzatetto non necessita di strutture, e qualcuno ha pensato che offrirgli una piccola area di nulla fosse il massimo del rispetto della sua identità. Non c’è da aggiungere molto. Voglio riflettere invece su alcune reazioni di utenti social in cui si definisce questo evento singolare “il fallimento della nostra società”. Non sono d’accordo. Il comportamento palesemente discriminatorio e a dir poco offensivo dell’attribuire, in forza dell’emergenza, pochi metri di spazio sotto le stelle e sopra l’asfalto ai poveri delle nostre società ben pasciute, non è un fallimento. È l’esercizio ordinario della società che tutti noi, più o meno coscientemente, quotidianamente accettiamo. Lo scandalo senza carne e partecipazione, in puro formato digitale, ben diverso dalla preghiera e dalla denuncia del Papa, è un esercizio talmente stucchevole da diventare odioso.

Il parcheggio di Las Vegas che «ospita» i senza dimora - Ansa

Le classi sociali, la disparità dei trattamenti, il confinamento dei diversi, la totale disuguaglianza sociale in cui siamo immersi tutti i giorni è frutto del patto sociale che continuiamo a siglare con la nostra connivenza silenziosa. Ciò che fa la differenza è una foto più o meno incisiva che ci dà una parziale dimensione grafica di ciò che facciamo o avalliamo quotidianamente. Non mi riferisco al capitalismo estremo che, se non altro, dichiara la sua assoluta noncuranza per gli altri. Mi riferisco alla società borghese nella sua configurazione contemporanea, articolata e senza radici, che comunque mantiene saldi i valori di una ipocrisia diffusa avvezza allo scandalo monodose e controllato, purché non vada a intaccare privilegi, differenze e comodità, fisiche e morali. Il nostro sistema differisce da quelli dei secoli precedenti dove la disparità era dichiarata, evidente e imposta con forza. Nella sua evoluzione paradossale si è dotato di strumenti per mostrare il suo lato buono, la sua comprensione e magnanimità, che si risolve nel migliore dei casi con qualche sporadica donazione che dovrebbe lavarci la coscienza e le mani.

Ovviamente è un gioco di facciata, nella maggior parte dei casi. Se si danno dei ritocchi qua e là, il sistema rimane presentabile, anche se la struttura è cadente. Las Vegas è certamente un luogo dove non è difficile rimediare perlomeno un parcheggio coperto, eppure non è stato fatto neanche quello. In fondo, i senzatetto si accontentano di un po’ di asfalto sotto al cielo, perché dare loro qualcosa in più? Io non credo che l’emergenza renda le persone migliori, se non hanno in sé un seme che sta germogliando di suo. Le emergenze rischiano anzi di attivare il cinismo di sopravvivenza, la percezione che lo stato di pericolo in fondo legittimi ognuno a tagliare, a decidere chi si può scartare, a sentirsi parte di una tribù eletta in grado di alchimie improbabili. Come assimilare due metri quadri di asfalto a un riparo degno di un uomo