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Coronavirus in Brasile. Fosse comuni in Amazzonia, a Manaus è una strage

Lucia Capuzzi mercoledì 22 aprile 2020

Operai al lavoro in un cimitero di Manaus

Dal 20 marzo, quando è stato confermato il primo caso, al 21 aprile, nella brasiliana Manaus il coronavirus ha ucciso 170 persone. I numeri ufficiali, però, non corrispondono a quanto accade nella principale metropoli amazzonica. Lunedì, ad esempio, non ci sarebbe stata nessuna vittima riconosciuta. Martedì sarebbero state otto. Peccato che quotidianamente, da oltre una settimana, vengano sepolte oltre cento persone.

Per l’esattezza, come denunciato dal sindaco, Aldo Virgilio Neto, 122. Prima della pandemia, erano una trentina. «Sono tantissime le persone che muoiono in casa, senza nessuna forma di assistenza medica e senza avere accesso agli esami medici per determinare la causa del decesso», afferma padre Luis Modino, missionario spagnolo residente a Manaus e giornalista di Religión digital.

Un altro corpo senza vita - Ansa

A conferma di tale dichiarazione, l’amministrazione municipale sta costruendo delle fosse comuni per i seppellimenti: nel cimitero di Nossa Senhora Aparecida non c’è più un solo posto disponibile. E il sindaco Neto ha intenzionedi chiedere aiuto al G7. A preoccupare è la rapida espansione del contagio a Manaus e nel resto dell’Amazzonia brasiliana, anche a causa delle presenza crescente di trafficanti di legname, come denunciato dall’arcivescovo di Porto Velho, dom Roque Paloschi, e dalla Rete ecclesiale panamazzonica (Repam).

La chiusura dell'ennesima bara a Manaus - Ansa

Oltre a far aumentare la deforestazione del 300 per cento a marzo, le incursioni di questi gruppi fanno crescere i contagi. Anche qua, però, c’è una forte discrepanza tra le cifre ufficiali e la situazione sul territorio. A Manaus si contano 1.872 infettati. Testimoni locali, però, parlano di una quota tra le 20 e le 30mila persone con sintomi compatibili al Covid. Tra loro anche due sacerdoti. Nella regione amazzonica brasiliana, i casi riconosciuti sono poco più di seimila e 328 le vittime. Tra queste ultime, però, non figurano, ad esempio, sei dei dieci indigeni deceduti finora perché residenti in città. C’è il forte sospetto che il governo del negazionista Jair Bolsonaro cerchi di minimizzare, specie dopo il siluramento del ministro della Salute, Luis Mandietta, favorevole alla quarantena. E che le cifre fornite – 43mila casi e 2.700 morti – siano al ribasso. A una domanda esplicita di un giornalista, il presidente ha risposto: «Non sono un becchino».

I decessi sono tanti e il governo è accusato di volere nascondere i numeri reali - Ansa