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Attualità

Reportage. Sulla via balcanica dei migranti morta anche la pietà per i disabili

Nello Scavo, inviato a Malljevac (Croazia) domenica 10 gennaio 2021

Farid si è svegliato senza una gamba. Eppure era sicuro di averla ancora dopo l’incidente stradale capitato al camion sotto al quale si era nascosto per sfuggire alle guardie di confine. Soprattutto Farid non riusciva a capire come fosse possibile che un mutilato potesse addormentarsi in un pronto soccorso in Slovenia per poi risvegliarsi a Sarajevo, in Bosnia.

I respingimenti dai Paesi Ue alla Bosnia non conoscono sosta, e nemmeno pietà. Anche della famiglia di curdo–iraniani catturati e portati via sotto i nostri occhi non c’è notizia. Erano riusciti a superare i crinali innevati e i campi minati in Croazia. Nell’Hotel Porin, l’unico centro di permanenza ufficiale del Paese, nelòla periferia di Zagabria, nessuno li ha visti ancora arrivare.
Di là della foresta, nei campi di confine bosniaci, la condizione non migliora. Un primo gruppo di circa duecento migranti rimasti senza riparo dopo l’incendio al campo di Lipa, presso Bihac, è stato provvisoriamente sistemato sotto a grandi tendoni riscaldati allestiti dalle forze armate bosniache. Gli stranieri sono rimasti per giorni esposti alla neve e al gelo, senza un riparo neanche per la notte. Secondo le autorità di Sarajevo nel corso del 2020 sono entrate in Bosnia poco più di 16mila persone, altre 11 mila sono state bloccate lungo i confini a sud. Nei miseri centri d’accoglienza bosniaci sono registrati 6.300 migranti. Secondo le stime del Ministero dell’Interno altri 1.500 soggiornano in sistemazioni private o vagano all’aperto, nei boschi o in edifici abbandonati. Tra questi c’era proprio Farid, il ragazzo afghano rimasto senza la gamba destra. La sua testimonianza è stata raccolta proco prima di Natale da “Infokolpa”, una delle organizzazioni del network “Border violence monitoring”. Farid aveva cercato di attraversare il confine con la Slovenia alcuni mesi prima. Si era acquattato sotto a un tir, agganciandosi al telaio, ben nascosto tra gli pneumatici. Una volta in Slovenia il mezzo ha avuto un incidente, così Farid si è gravemente ferito. Per la sua gamba non c’era più niente da fare. Dopo tre interventi, mente era tenuto in coma farmacologico, i medici hanno amputato l’arto fin sopra al ginocchio.

Da subito Farid aveva espresso la volontà di ottenere protezione internazionale. Invece è stato caricato su un’ambulanza e scaricato come accade a chi viene acciuffato lunga la traversata dalla Croazia all’Italia. Non sono bastati 17 giorni in uno degli spedali di Lubiana per guadagnare almeno la speranza di una riabilitazione motoria in Europa. Dalla capitale slovena è stato “riammesso” in Croazia, da cui non ricorda neanche di essere transitato con il camion, e da qui in Bosnia Erzegovina, dove era stato consegnato a un campo profughi ufficiale. Lì, però, non c’erano cure adeguate a un caso grave come il suo. Ora si trova in un appartamento preso in affitto da un amico con cui attende la guarigione e qualcuno che si decida a fornirgli una protesi.

Oltre la foresta, nei campi di confine bosniaci, la condizione non migliora. Un primo gruppo rimasto senza riparo dopo l’incendio al campo di Lipa è stato provvisoriamente sistemato sotto i tendoni - Reuters

A Zagabria, intanto, le autorità continuano a ripetere che ogni segnalazione di abusi commessi dalle forze dell’ordine viene presa sul serio ed esaminata. E così si viene a sapere che a Karlovac, città a sud della capitale, nota per la confluenza di quattro fiumi e per la produzione di birre e pistole, a ottobre il tribunale ha respinto le accuse della polizia contro un presunto trafficante iraniano e quattro migranti orientali. Gli agenti avevano spiegato le circostanze dell’arresto, a cui gli stranieri si erano opposti, sostenendo che la violenza era venuta dagli iregolari e non dalla polizia.

Il tribunale non ha creduto a questa versione e ha rimesso in libertà i migranti, che avevano manifestato l’intenzione di chiedere asilo. La polizia li aveva accompagnati fuori dal tribunale facendoli salire a bordo di un furgone. Alcuni giorni dopo, i cinque sono riapparsi in Bosnia. Respinti. Il commissariato, intanto, aveva presentato ricorso contro l’assoluzione dei migranti. Ma anche la corte d’appello ha confermato il verdetto di non colpevolezza.

Gli episodi ricostruiti da Avvenire nell’ultimo mese saranno oggetto di diverse interrogazioni parlamentari in Italia e a Bruxelles. Pina Picierno (Pd) ha presentato un’istanza urgente «alla Commissione Ue e a Ursula von der Leyen perché si faccia chiarezza». Nei giorni scorsi altri esponenti dell’europarlamento, tra cui Pietro Bartolo, vicepresidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, ha chiesto risposte rapide ed esaustive davanti alle accuse di respingimenti a catena e a ritroso dall’Italia alla Slovenia, da qui alla Croazia e infine in Bosnia.

Secondo le autorità di Sarajevo nel corso del 2020 sono entrate in Bosnia poco più di 16mila persone, altre 11mila sono state bloccate lungo i confini a sud. Nei centri d’accoglienza bosniaci sono registrati 6.300 profughi - Reuters

Le copiose nevicate delle ultime ore fanno però del territorio bosniaco, fuori dalla giurisdizione Ue, il proscenio di una nuova tragedia umanitaria. Se pare tramontata l’ipotesi di adeguare l’accampamento incendiato a Lipa, nemmeno un trasferimento a Bihac pare al momento un’opzione praticabile sempre per l’opposizione del sindaco della cittadina e delle autorità del Cantone di Una Sana, che a fine settembre avevano chiuso il campo di Bira, allestito in una ex fabbrica e si erano opposti ad ogni tentativo di riapertura. Uno scontro tutto interno alla politica bosniaca che secondo l’Organizzazione Onu per le migrazioni (Oim) lascia almeno 3 mila persone allo sbando e in pieno inverno.

Se Zagabria, nonostante le accuse di respingimenti, non ha intenzione di costruire barriere. La Slovenia, al contrario, procede nell’istallazione di un “muro” che dovrebbe coprire una quarantina di chilometri lungo le zone maggiormente porose. Opere realizzate grazie a finanziamenti dell’Unione europea.