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L'omicidio. Regeni, la Procura del Cairo respinge l'inchiesta italiana: no a processi

Federica Zoja mercoledì 30 dicembre 2020

Una manifestazione per la verità sull'omicidio di Giulio Regeni a Torino nel 2018

È muro contro muro fra Il Cairo e Roma riguardo al caso del ricercatore friulano Giulio Regeni, rapito il 25 gennaio del 2016 nella capitale egiziana e ritrovato morto il 3 febbraio, dopo essere stato torturato. In un comunicato ufficiale del Cairo, il Procuratore generale ha annunciato che «per il momento non c’è alcuna ragione per intraprendere procedure penali circa l’uccisione, il sequestro e la tortura della vittima Giulio Regeni, in quanto il responsabile resta sconosciuto». Di più: «Tutto ciò che l’autorità italiana ha evocato circa i quattro ufficiali e sottufficiali del settore della sicurezza nazionale egiziana» indagati «è basato su false conclusioni illogiche».

La nota ha il suono, violento e irrimediabile, di una porta sbattuta in faccia alla magistratura italiana, che il 10 dicembre scorso ha chiuso le indagini accusando il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif di sequestro pluriaggravato (per Sharif, si ipotizzano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato). All’orizzonte, l’apertura di un processo contro i 4.

Il testo della comunicazione inciampa nelle medesime contraddizioni in cui gli inquirenti egiziani sono incappati in cinque anni di – renitente – collaborazione con Roma. Infatti, pur sottolineando che il Procuratore «ha incaricato le parti cui è affidata l’inchiesta di proseguire le ricerche per identificare i responsabili», ripropone due versioni già tentate in passato.

Prima, riesuma quella «banda di criminali, specializzata in sequestri e rapine di “stranieri”, tra i quali un altro italiano oltre alla vittima», identificata nel 2016 come responsabile della scomparsa dell’accademico. Ma ahimè, ravvisa la Procura, «vista la morte degli accusati, non c’è alcuna ragione di intraprendere procedure penali circa il furto dei beni della vittima, il quale ha lasciato segni di ferite sul suo corpo». Nella nota si fa riferimento allo scontro a fuoco con forze di sicurezza cairote, avvenuto il 24 marzo 2016 e rivelatosi fatale per tutti i malviventi.

Chi altro e perché avrebbe allora fatto scempio del giovane, secondo i giudici egiziani? Giulio Regeni è stato ucciso «per rovinare» i rapporti tra Italia ed Egitto, argomenta in seconda battuta la Procura. Poi, il consueto dito puntato contro «alcuni noti media» che avrebbero sfruttato la vicenda «per alimentare la crisi». Laconica, la Procura del Cairo, citata dal quotidiano Egypt Today, rivela inoltre che il caso Regeni «ha altri aspetti che non sono ancora stati svelati». Insomma, «sconosciuti potrebbero aver sfruttato» i movimenti di Regeni «per commettere il crimine, scegliendo il 25/1/2016 (anniversario della rivoluzione anti-Mubarak del 2011, ndr) perché sapevano che gli agenti egiziani erano occupati a garantire la sicurezza delle istituzioni dello Stato», avendo cura poi di fare ritrovare il cadavere «a lato di una struttura importante appartenente alla polizia e in coincidenza con la visita in Egitto di una delegazione economica» italiana (la missione condotta dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi).

Mentre un nemico occulto tramava contro l’asse Roma-Il Cairo (forse Ankara, principale avversario) tuttavia, le autorità egiziane sorvegliavano Regeni: il comportamento di Giulio «non era consono al suo ruolo di ricercatore» e per questo era stato posto «sotto osservazione». Di Giulio, i servizi osservavano «i dettagli della sua vita in Egitto», i suoi viaggi «in diversi Stati» – «in Turchia, Italia, Israele» –, «i contatti», fra gli altri, «con venditori ambulanti appartenenti a diverse correnti politiche».

La nuova comunicazione della Procura non sorprende: già nella nota del 30 novembre, aveva avanzato «riserve sul quadro probatorio», costituito «da prove insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio». Dopo il 10 dicembre, poi, Il Cairo ha evitato di fornire l’elezione di domicilio degli indagati, come invece richiesto dalla Procura di Roma?

Immediata la reazione di Amnesty International – «consideriamo inaccettabile» la dichiarazione della Procura egiziana, ha commentato il portavoce Riccardo Noury, «e dovrebbe ritenerla inaccettabile anche il governo italiano» – cui è seguita quella del presidente della Camera Roberto Fico: «Ancora una volta l’Egitto dimostra di non voler collaborare per fare luce sulla morte di Giulio Regeni. L’ennesima provocazione, inaccettabile, arriva oggi. Per questo la Camera ha sospeso le relazioni diplomatiche con il Parlamento egiziano. A tutto c’è un limite».

La Farnesina, dal canto suo, "ritiene che quanto affermato dalla Procura Generale egiziana relativamente al tragico omicidio di Giulio Regeni sia inaccettabile". In una nota diffusa in serata il ministero degli Esteri ribadisce "di avere piena fiducia nell'operato della magistratura italiana" e che "continuerà ad agire in tutte le Sedi, inclusa l'Unione Europea, affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere. La Farnesina auspica che la Procura Generale egiziana condivida questa esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma".