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Attualità

Migranti. 6 giorni nel limbo. Sulla Ocean Viking naviga il terrore di tornare in Libia

Ilaria Solaini, inviata a bordo della Ocean Viking sabato 26 ottobre 2019

Sulla Ocean Viking si prova a ricorstruire un poco di normalità

"Non dovete riportarci in Libia", "aspettiamo in mare, piuttosto che tornare in Libia". Abdul lo ripete più volte, gesticolando e agitandosi: è visibilmente preoccupato, come molte delle persone a bordo della Ocean Viking che chiedono cosa ne sarà di loro e quando si potrà arrivare a terra, dopo sei giorni bloccati, in balia delle onde.

Poi lascia che la sua mente torni ai fantasmi di un anno e mezzo trascorso in Libia e inizia a raccontare del sapore intenso della libertà: "Per un mese siamo rimasti chiusi in quattro mura. Eravamo in 38 tenuti in ostaggio là dentro, per poter uscire dovevamo consegnare ai carcerieri 3mila dinari (poco meno di 2mila euro, ndr). Ma io non avevo quei soldi. Ci davano una razione di pane e formaggio una volta al giorno. A un certo punto ho trovato un pezzo di ferro e abbiamo iniziato a scavare nel muro vicino alla finestra per cercare di forzarla" racconta ancora il ragazzo che è tra i 104 salvati venerdì scorso dalla nave di Medici senza Frontiere e Sos Mediterranee, bloccata da 6 giorni, sei, a metà strada tra Malta e Lampedusa in attesa di ricevere istruzioni per il porto sicuro di approdo. "Quando sono riuscito a forzare la finestra, tutti siamo scappati", racconta Abdul.

Poi è arrivata la prima volta sul gommone, ma il ragazzo non ce l'ha fatta: "Eravamo in 108, c'erano moltissime famiglie e bambini piccoli, il rubber boat col passare delle ore ha iniziato a cedere e abbiamo dovuto richiamare la Guardia costiera libica: non sono riusciti a salvare tutti, 4 persone, una famiglia intera è morta annegata sotto i miei occhi".

Stando a quello che raccontano le persone ci sono stati diversi modi per arrivare al gommone soccorso dalla Ocean Viking, alcuni bangladesi dicono di non aver pagato per salire a bordo, mentre altri sì. Alcuni avrebbero avuto degli arabi come trafficanti, altri ancora degli "intermediari" del Bangladesh: è difficile comprendere in un inglese "small small" come le persone del Bangladesh siano arrivate a imbarcarsi, ma quello che è chiaro è che non avevano più scelta. "Tra morire in mezzo a una strada sotto una bomba in Libia o morire in mare, le probabilità che io sopravvivessi erano più alte in mare e ora grazie a Dio sono qui" dice Zillur, uno dei 12 bangladesi a bordo.

Le botte che prendi e che prendono i tuoi amici, le donne a cui viene fatto di tutto, il non sapere di cosa dovrai aver paura il giorno dopo, la frustrazione di non avere vie d'uscita dalla Libia, se non la "roulette dei gommoni" sono ricorrenti nelle testimonianze delle persone a bordo: "Dopo che i libici hanno intercettato il nostro gommone - continua Abdul -. Ci hanno portato al centro di detenzione di Tajoura e per uscirne volevano altri soldi che io non avevo. Ho avuto molta paura di morire quando hanno iniziato a bombardare il centro, ma è stato allora che sono riuscito a scappare di nuovo", altri lavoretti, altri mesi nascosto e poi finalmente il mare, per la seconda volta, quella giusta, con il soccorso effettuato dalla Ocean Viking venerdì scorso.

Eppure, da allora, questa mancanza di coordinamento e di comunicazione per l'assegnazione di un porto sicuro tiene in sospeso le vite delle 104 persone soccorse, tra cui 41 tra ragazzi e ragazze sotto i 18 anni, 10 donne, di cui due incinte, come fossero "ostaggi" sul ponte di una nave. Va ricordato che la prima richiesta per il cosiddetto Place of safety era stata inviata già domenica 20 ottobre a Malta e all'Italia; a seguire un'altra richiesta era stata reinoltrata martedì 22 quando è arrivato a distanza di poche ore il rifiuto a collaborare da parte della centrale di coordinamento dei soccorsi di Roma.

Va ricordato anche che venerdì a Roma al Viminale il ministro Luciana Lamorgese aveva convocato i rappresentanti delle Ong che soccorrono in mare: alle parole "primo passo" e "apertura di un dialogo" per rimettere al centro l'obbligo del soccorso, di cui gli Stati hanno la principale responsabilità, evitando pericolosi ritardi e omissioni di intervento, non ha però fatto seguito alcun cambiamento sul destino dei 104 sopravvissuti che si trovano ancora ad aspettare sul ponte della Ocean Viking.