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Attualità

Migranti. Guardia costiera libica incapace di soccorrere, la prova delle registrazioni

Nello Scavo venerdì 19 aprile 2019

Un'imbarcazione della Guardia costiera libica a Tripoli (Ansa)

Ci sono voluti quasi trenta tentativi verso Tripoli e una mezza dozzina tra Roma e Malta perché l’Sos lanciato dall’aereo umanitario Moonbird venisse preso sul serio da qualcuno. Basta questo per spiegare cosa sia davvero la cosiddetta Guardia costiera libica. Era il 18 marzo, e se non fosse stato per l’ostinata insistenza della Centrale di soccorsi di Roma sui libici e per l’intervento di Mare Jonio, avremmo altri 49 dispersi da aggiungere ai 409 del 2019.

Comincia da qui l’inchiesta giornalistica (LEGGI QUI) che ha permesso grazie al contributo delle indagini difensive del team legale di Mediterranea, di arrivare alle registrazioni audio che confermano l’inadeguatezza del sistema di soccorso libico.

Alle 9.12, dopo essere decollato all’alba, il velivolo di Sea Watch avvista un gommone blu carico di persone. Partono da quel momento le telefonate e le mail verso la Libia. Tutti i numeri telefonici indicati dalle autorità di Tripoli per i soccorsi in mare vengono composti ripetutamente, ma quasi mai arriva una risposta. Alcune volte si sente solo il suono del fax. Altre si sente rispondere «non capisco l’inglese». Comincia così un rimpallo di contatti che va avanti per ore. Fino alle 15,42. Intanto, per ore, va in scena lo scambio di comunicazioni rivelate ieri da Avvenire, con la Centrale dei soccorsi di Roma (costretta da accordi politici tra Italia e Libia a non assumere il coordinamento dei soccorsi) che con insistenza riesce a ottenere l’assunzione di responsabilità da parte dei libici, che confermano di avere inviato una motovedetta dopo le 14, cinque ore dopo il primo avvistamento. Se il gommone si fosse ribaltato, i 49 migranti non avrebbero avuto scampo.

Anche per questo c’è chi come l’esponente del Pd Matteo Orfini propone una commissione parlamentare d’inchiesta sulla Libia e chiede che la magistratura apra una inchiesta dopo quanto rivelato ieri. «Quello che sta accadendo è contro la legge, contro i principi costituzionali, contro il diritto internazionale. Grazie a Mediterranea Saving Humans e alla Mare Jonio. E grazie a chi continua a fare giornalismo, anche quando è più complicato farlo», conclude. «Dunque – osserva il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni – quello che accade ogni volta che i naufraghi vengono catturati dai libici si configura come un vero e proprio respingimento. Siamo di fronte all’ennesima illegalità compiuta del governo. Le clamorose rivelazioni dimostrano ancora una volta di più che cosa sta accadendo effettivamente nella cosiddetta area Sar libica». Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando nel corso di una conferenza stampa ha annunciato un ricorso alla Corte internazionale dell’Aja.

Marina e Guardia costiera italiana hanno preferito non commentare le notizie di stampa. Ma un ammiraglio ai vertici della Marina ha riconosciuto che «senza di noi la Guardia costiera libica non esisterebbe e non potrebbe funzionare – spiega dietro anonimato –. Abbiamo a Tripoli una nostra nave che fa il possibile per mantenere operative le motovedette fornite dall’Italia».

Riguardo alla «regia italiana» sui guardacoste di Tripoli, però minimizza: «Non c’è un nostro coordinamento, ma certo se hanno bisogno di un fax o di un telefono possono salire a bordo da noi e glieli forniamo, questo non significa che gli scriviamo noi gli ordini». Tuttavia l’ufficiale concorda: «Noi siamo militari ed eseguiamo gli ordini. Se poi ci venisse chiesto se i libici sono in grado di gestire con efficienza e in completa autonomia gli interventi, da militare che va per mare dovrei usare solo una parola: no».

Stando così le cose «è evidente che Ia vita di chissà quante persone in balia del mare è affidata a una organizzazione fantasma, costretta a servirsi di un supporto esterno perfino per la formalizzazione di un soccorso (che poi non giunge o è inefficace)», dice Vittorio Alessandro, ammiraglio in congedo delle Capitanerie italiane. «Di fronte a una “guardia costiera” libica così inadeguata e di una zona Sar sprovvista di porti sicuri, l’assunzione del soccorso - suggerisce Alessandro – da parte degli Stati vicini eventualmente coinvolti non solo è indispensabile, ma dovuta. Purtroppo, l’Europa ha scelto di appaltare agli stessi libici il recupero in mare di chi fugge (un surrettizio respingimento) riservando alle navi Ong, e alle persone da esse tratte in salvo, un trattamento da criminali».

Del resto, per dirla con Carmelo Miceli (Pd), componente della commissione Giustizia della Camera, quello che sapevamo era «tutto falso, ad eccezione dei morti in mare».

IL COMMENTO DEL DIRETTORE

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