domenica 6 aprile 2014
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Alla fine, quando ti saluta, ti spiaz­za con una richiesta. «Pregate per me, peccatore. Preghiamo gli uni per gli altri perché tutti abbiamo bisogno di sentire la misericordia di Dio». Franco Zeffirelli fa risuonare l’eco delle parole che Papa Francesco ama ripetere. «Ho raccontato anch’io i grandi peccatori, l’ho fat­to mettendo in scena le vicende di Violetta del­la Traviata  o di Rigoletto e cercando, nei miei allestimenti, di far intravedere lo sguardo mi­sericordioso di Dio e la certezza della reden­zione ». Uno degli spettacoli del regista fioren­tino che hanno fatto la storia della lirica, la Bohème di Giacomo Puccini, martedì arriva in oltre duemila cinema di 66 nazioni (in Ita­lia sugli schermi del circuito Microcinema) trasmessa in HD dal Metropolitan di New York. Ma Zeffirelli pensa a un altro peccatore. «San Francesco, che prima della conversione ne a­veva combinate parecchie» racconta il regista con in mano un libro. Si intitola Francesco (e­dizioni De Luca) e raccoglie le foto tratte dal film del 1972 Fratello sole, sorella luna.  «Lo de­dico a Papa Bergoglio che mi piacerebbe in­contrare per dirgli la mia ammirazione per­ché sa accogliere il peccatore e indicargli la sconfinata misericordia di Gesù. E per ringra­ziarlo per aver scelto di chiamarsi Francesco». Dove nasce, maestro Zeffirelli, il suo amore per il Santo di Assisi? «Una 'malattia' che ho preso da bimbo e dal­la quale non sono mai guarito. Direi di più, un amore che non mi ha mai abbandonato quel­lo per il Poverello, uno dei grandi personaggi della storia che se lo ascolti ti insegna ad apri­re la mente e il cuore a quello che può fare l’uomo. Oggi, in ogni ambito della vita, ci so­no persone che vivono lo spirito francescano, magari nel nascondimento delle loro case, nel lavoro, nei rapporti con chi hanno accanto. E tra loro Papa Bergoglio. Gli vorrei portare il mio libro su Francesco, ma anche quello che sto preparando dedicato alla figura di Gesù nel quale metteremo le immagini del mio Ge­sù di Nazareth ». Intanto la sua 'Bohème' arriva sul grande schermo. Che effetto le fa? «Uno strano effetto, certo, perché è pur sem­pre teatro portato al cinema e non un prodotto nato per il grande schermo. Qualche timore c’è. Ma mi consola il fatto che le mie regie so­no sempre state cinematografiche. Qualcuno potrebbe dire perché piene di dettagli. Io di­co perché aderenti fin nei più piccoli partico­lari alla realtà e finalizzate a raccontare la vita dell’uomo che i compositori hanno messo in musica nei loro capolavori. Bohème è cine­matografica nella trama e nella musica: Puc­cini ha voluto personaggi essenziali, anche ru­vidi e con storie dure, ma vere, storie che il pubblico vive: l’amore, il precariato, la gio­ventù che rischia di non avere speranze nel futuro». E oggi cosa può dire uno spettacolo nato nel 1963? «Racconta il grande rispetto per la musica che si deve avere facendo il mio mestiere. Sono contento che la Scala non abbia mandato in pensione il mio allestimento, ma soprattutto che il Met abbia deciso di riprenderlo, tor­nando alla grande tradizione lirica dopo aver affidato capolavori della nostra musica a regi­sti scellerati che li hanno stravolti, svuotan­doli del loro vero significato». L’annosa questione tra trazione e modernità. Ma cosa deve fare un regista per arrivare dav­vero al cuore degli ascoltatori? «Deve fare quello che voleva l’autore e che ha scritto nella partitura. Assisto spesso a spetta­coli che mi fanno inferocire. Penso allo scem­pio che è stato fatto di Traviata alla Scala lo scorso 7 dicembre: l’ho visto in televisione e mi ha preso la voglia di alzarmi e spaccare l’ap­parecchio. Certo, anch’io ho fatto regie im­perfette, che potevano essere migliori. Ma ho sempre rispettato la musica: non ci si può per­mettere di manomettere i grandi capolavori del passato o travestirli da ciò che non sono». La sua 'Bohème' non corre questo rischio. «La pensai fedele sino alla virgola alle indi­cazioni di Puccini. Ho voluto che i cantanti non recitassero, ma si divertissero e soffris­sero raccontando le vicende di Rodolfo e Mimì. E questo è successo sempre. Questa regia l’hanno fatta tutti i più grandi. E qual­cuno, penso al mio amico Luciano Pavarot­ti, si è fatto perdonare il fisico non proprio da studente squattrinato con una voce unica. Quando penso a tutte le volte che ho rimon­tato Bohème mi tornano alla mete ricordi di tanti amici, ricordi che mi aiutano nei mo­menti di sconforto che a volte mi prendono quando il peso dei miei 91 anni e la paura della morte si fanno sentire». E si rifugia solo nei ricordi? «No, soprattutto nella fede. Quella che mi ha trasmesso mia madre. Fede che stava vacil­lando: stavo attraversando un periodo colmo di incertezze su cosa amare e a cosa dedicare i miei dubbi quando la decisione della Chie­sa di eleggere Papa Bergoglio mi ha colpito profondamente. Ho ritrovato poco a poco quella certezza e quella fiducia che sono l’es­senza dello spirito francescano con cui ho vis­suto tutti i giorni della mia vita».
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