martedì 29 ottobre 2019
Fino al 24 novembre la Biennale Foto/Industria. Obiettivo sull’uomo e l’impatto del suo costruire nel pianeta: 11 mostre, dagli scatti storici di Kertész e Ghirri a innovative sperimentazioni digitali
Luigi Ghirri, Maranello, 1985-88 © Eredi di Luigi Ghirri

Luigi Ghirri, Maranello, 1985-88 © Eredi di Luigi Ghirri

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L’Olympiastadion di Berlino, quello costruito per le Olimpiadi del 1936 e inaugurato da Hitler, fu progettato perché durasse mille anni, così come l’intero ciclo del terzo Reich secondo i pronostici dei gerarchi nazisti. Entrando a Palazzo Zambeccari-Spazio Carbonesi di Bologna, ci si ritrova proiettati fuori dallo stadio a guardare in un mix di fotografia, cinema e tecnologia digitale la “decadenza” dell’architettura, senza interventi dell’uomo, in tempo reale: stagione dopo stagione, anno dopo anno, piante innaffiate da un software che tiene conto esattamente delle precipitazioni, dei fattori stagionali e delle condizioni meteorologiche di Berlino si impossessano della struttura. Un progetto avviato nel marzo 2016 dall’innovativo artista belga, David Claerbout, che oggi mostra già i segni del tempo. L’uomo e la costruzione. La tecnosfera e l’antropocene. Su questo offre una riflessione la quarta edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia dell’industria e del lavoro promossa e organizzata dalla Fondazione Mast, diretta da Isabella Seràgnoli, con 11 mostre ed eventi che fino al 24 novembre animeranno il capoluogo emiliano-romagnolo. Dalle città alle industrie, dalle reti energetiche a quelle infrastrutturali, dai sistemi di comunicazione alle reti digitali, Foto/Industria intende indagare il complesso e dinamico sistema del fare che caratterizza la presenza dell’uomo sul pianeta. È questa attività che dà forma alla Tecnosfera (titolo della Biennale 2019). «Senza alcuna pretesa di esaustività, ciascuna mostra costituisce un approfondimento di un aspetto cruciale della sconfinata materia del costruire. A partire dalla tecnologia, si aprono riflessioni che spaziano negli ambiti della filosofia, dell’antropologia, della storia, dell’economia, dell’etica e della politica», spiega il direttore artistico Francesco Zanot che porta avanti il progetto iniziato con successo nel 2013 da François Hébel.

David Claerbout, Olympia © David Claerbout by SIAE 2019. Courtesy the artist and galleries Sean Kelly, New York; Esther Schipper, Berlin; Rüdiger Schöttle, Munich

David Claerbout, Olympia © David Claerbout by SIAE 2019. Courtesy the artist and galleries Sean Kelly, New York; Esther Schipper, Berlin; Rüdiger Schöttle, Munich

Lasciata l’installazione di Claerbout sullo stadio di Berlino, altri sguardi innovativi arrivano da Armin Linke (con Prospecting ocean, a cura di Stephanie Hessler, Biblioteca Universitaria di Bologna) sullo sfruttamento dei fondali marini, Délio Jasse (Arquivo urbano, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna - Palazzo Paltroni) sulla storia di Luanda, capitale dell’Angola, tra le metropoli africane con il più alto tasso di crescita, e Yosuke Bandai (A certain collector B, Istituzione Bologna Musei - Museo Internazionale e Biblioteca della Musica) sul recupero dei rifiuti. D’impatto la Spectral city di Stephanie Syjuco (MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna, Project Room) che ripercorre con Google Earth, a San Francisco, l’itinerario del cable car filmato dai Miles Brothers nel 1906, mostrando una città completamente ri-costruita dall’uomo e dagli algoritmi alla base del software. Mentre Matthieu Gafsou (H+, Pinacoteca Nazionale - Palazzo Pepoli Campogrande) mette insieme un ampio documentario fotografico sul movimento del transumanesimo. Sguardi contemporanei e tecniche digitali che dialogano con i protagonisti della storia della fotografia. Come Albert Renger- Patzsch (Paesaggi della Ruhr, a cura di Simone Förster, Pinacoteca Nazionale): le opere vintage provenienti dalla Pinakothek der Moderne di Monaco documentano il rapporto tra il paesaggio e le più tipiche installazioni industriali dell’Ottocento. Alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna - Casa Saraceni, ecco gli inediti scatti, datati 1944, di André Kertész (Tires/Viscose, a cura di Matthieu Rivallin) frutto dei suoi unici lavori commissionati su prodotti industriali, che celebrano i pneumatici Firestone e l’industria tessile americana: l’immagine di una tessitrice “filtrata” dai fili che scorrono in un telaio meccanico è iconica.

André Kertész, American Viscose Corporation, Pennsylvania, 1944 ' Donation A. Kertész, Ministère de la Culture (France), Map

André Kertész, American Viscose Corporation, Pennsylvania, 1944 / Donation A. Kertész, Ministère de la Culture (France), Map

Inedite anche le Prospettive industriali di Luigi Ghirri negli splendidi “Sotterranei” di Palazzo Bentivoglio, con i suoi lavori commerciali – esposti per la prima volta – eseguiti per Marazzi, Ferrari, Bulgari e Costa Crociere: “paesaggi” e “ironia”, come nel suo stile. Alla Fondazione Mast, Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier nella mostra che da mesi richiama migliaia di visitatori Anthropocene( inserita nel percorso della Biennale e prorogata fino al 5 gennaio) danno vita attraverso immagini, video e installazioni a una narrazione visiva, dei segni indelebili lasciati dal genere umano sugli strati geologici del pianeta. “Quando nel 2017 abbiamo cominciato a progettare la mostra – spiega il curatore Urs Stahel – eravamo già consapevoli dell’importanza che riveste la tematica dell’Antropocene e dell’urgenza di quantificare in tempi brevi l’impatto devastante che l’uomo esercita oggi sul pianeta. Quello che all’epoca non potevamo prevedere era la rapidità con cui il clima si sarebbe imposto come la principale emergenza mondiale».

Edward Burtynsky, Anthropocene - Fondazione MAST PS10 Solar Power Plant, Seville, Spain 2013 Foto © Edward Burtynsky, cortesia Admira Photography, Milano ' Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Anthropocene - Fondazione MAST PS10 Solar Power Plant, Seville, Spain 2013 Foto © Edward Burtynsky, cortesia Admira Photography, Milano / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Di certo non potevano pensarlo quegli operai dediti allo scarico dei fosfati dalle stive delle navi, immersi nella polvere bianca come in un girone dantesco, immortalati nel 1964 da Lisetta Carmi, oggi 95enne, nel suo straordinario reportage sul Porto di Genova( Genus Bononiae - Oratorio di Santa Maria della Vita) che porta l’attenzione in maniera forte sulle drammatiche e sottovalutate condizioni dei lavoratori. Genova, il porto. Ma anche l’Italsider. «Il rapporto di Lisetta Carmi con il mondo dell’industria comincia all’inizio degli anni ’60, quando tuttavia la sua principale attività è ancora quella di musicista – ricorda il curatore Giovan Battista Martini –. In quel periodo tiene un corso agli operai: una volta al mese al Circolo Aziendale Cornigliano commenta musiche di Beethoven, Mozart, Schubert. Sono gli anni in cui Luigi Nono registra i rumori all’interno dello stesso stabilimento Italsider per utilizzarli nell’opera La fabbrica Illuminata, rappresentata alla Fenice di Venezia il 15 settembre del 1964». Quando l’opera verrà eseguita a Genova, Carmi fotograferà Nono davanti alla locandina. Poi testimonierà le fasi della produzione industriale. «Attraverso l’obiettivo, senza retorica, senza pregiudizi, Carmi trova la dimensione morale che trasforma la condizione umana in verità e, di conseguenza, in bellezza». Dagli operai della Carmi a quelli di Kertész. Dalla tecnosfera all’antropocene. La costruzione di un futuro possibile passa dalla consapevolezza di queste visioni. E da un cambio di passo dell’uomo.

Lisetta Carmi, Porto di Genova. Lo scarico dei fosfati, 1964 © Lisetta Carmi, courtesy of Martini & Ronchetti, Genova

Lisetta Carmi, Porto di Genova. Lo scarico dei fosfati, 1964 © Lisetta Carmi, courtesy of Martini & Ronchetti, Genova

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