venerdì 2 settembre 2011
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«Qui trovo tutto: montagna, lago e vedo persino il mare, una bella chiesa con la facciata rinnovata, e gente buona. Per questo sono felice di essere qui». Con queste poche parole, semplici e non di circostanza, Benedetto XVI ha salutato dalla finestra esterna del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo la folla di fedeli che, nel tardo pomeriggio del 7 luglio, lo ha festosamente accolto in quella che da secoli è la residenza estiva dei sommi pontefici. Poche parole che sono, si perdoni il paragone, quasi uno «spot pubblicitario» d’eccezione, offerto, gratuitamente, da un «testimonial» di insuperabile notorietà. Parole che sono piaciute non poco al sindaco della ridente cittadina dei Castelli romani, tanto che il Comune le ha subito immortalate a futura memoria in una solenne targa marmorea. Ma che non di meno hanno fatto gioire il dottor Saverio Petrillo, che dal 1986 è il direttore delle Ville Pontificie, il cosiddetto «Vaticano numero due» che in realtà è ben più grande dello stesso «numero uno», la Città del Vaticano: 55 ettari contro 44. Anche perché, per il secondo anno consecutivo, Benedetto XVI ha concesso, come accadeva tradizionalmente in passato, la sua "esclusiva" in fatto di vacanze estive al Complesso delle Ville Pontificie.Complesso che è il frutto di una serie di acquisizioni avvenute nel corso degli ultimi quattro secoli. Da principio lo storico Palazzo Apostolico che Urbano VIII nel ’600 elesse a residenza estiva dei pontefici, dove si trova anche la storica sede del centro di osservazione astronomica affidata ai gesuiti, la Specola Vaticana. Seguì l’adiacente Villa Cybo, acquistata da Clemente XIV nel 1773. Infine arrivò la contigua Villa Barberini, incamerata, insieme a dieci ettari di terreno coltivabile fatti comprare da Pio XI come gesto di rispetto e considerazione nei confronti del mondo agricolo, in seguito ai Patti Lateranensi, quando tutto il complesso divenne zona extraterritoriale. Cosicché Petrillo ama scherzare sulle sue competenze che vanno «dalle stelle alle stalle». Al di là delle battute il direttore delle Ville governa su una cinquantina di lavoratori, divisi tra giardinieri/agricoltori e tecnici addetti alla manutenzione. La parte agricola si può dire che sia una piccola fattoria modello che riesce sempre ad autofinanziare ogni attività. Un podere che sforna 500-600 litri di latte vaccino e duecento uova al giorno, frutta (ciliegie, fichi, kiwi, e le famose pesche di Castel Gandolfo), ortaggi. Senza contare l’olio prodotto da 900 ulivi, compreso quello storico donato da re Hussein di Giordania a Paolo VI durante il viaggio in Terra Santa del 1964. Tutti prodotti che arrivano giornalmente, freschissimi, alla mensa del Papa, ma anche allo spaccio vaticano e ad alcuni negozi castellani. Mancano vigneti: «In passato fu tentato di impiantarli, ma l’operazione non riuscì perché l’esposizione non è ottimale per questo tipo di coltura, ora stiamo studiando di fare un nuovo tentativo», spiega Petrillo.Ovviamente però più che l’azienda agricola il fiore all’occhiello delle Ville Pontificie sono i curatissimi Giardini dove il Papa può fare lunghe passeggiate tra pini e cipressi, lecci e limoni, rose e violette, ortensie e magnolie. Un vero spettacolo di colori e profumi. Impreziosito da fontane, balaustre e scalinate barocche, da statue e ruderi romani che spuntano da ogni dove. Tutto il complesso infatti insiste su quella che fu l’imponente villa di Domiziano, il cui resto più appariscente è certamente il gigantesco criptoportico lungo centinaia di metri. C’è il Giardino del Moro, il più antico, attiguo al Palazzo apostolico, che Benedetto XVI ama frequentare per le brevi passeggiate successive ai pasti. E poi ci sono i grandi giardini del Belvedere che invece papa Ratzinger raggiunge con una golfcar bianca nel pomeriggio per una camminata più lunga quando recita il rosario quotidiano insieme al suo segretario particolare, monsignor Georg Ganswein, camminata che si conclude solitamente con un canto mariano intonato davanti alla statua della Beata Vergine Maria fatta erigere da Pio XI davanti ad un laghetto artificiale. Lo scorso anno il Ctv «rubò» alcune scene di questa passeggiata, facendo vedere le immagini del simpatico gesto del Papa che getta molliche di pane nello specchio d’acqua per nutrire i pesci bianchi e rossi, e le due carpe, che lo abitano. Non si trattò di una concessione pontificia alle esigenze televisive dell’emittente vaticana, ma di un gesto spontaneo, compiuto dal Papa con la semplicità di un bimbo. È sempre nei giardini poi che si trova la piscinetta di 18 metri quadri che Giovanni Paolo II volle far costruire a vantaggio della propria salute fisica (gli immancabili borbottatori, ricorda Petrillo, subirono la battuta fulminante di papa Wojtyla: «Costerebbe di più un nuovo Conclave»). Piscinetta che fu usata almeno fino al 2000, quando rinfrancò il Papa polacco reduce dall’afosa Gmg agostana di Tor Vergata.A passeggiare nei Giardini di Castel Gandolfo, quando non c’è il Papa, possono accedere anche porporati che ne facciano richiesta. È noto che quando il cardinale Giovanni Battista Montini venne a Roma per il conclave successivo alla morte di Giovanni XXIII chiese e ottenne ospitalità al direttore delle Ville dell’epoca, Emilio Bonomelli, che era suo amico di vecchia data. «Lo fece – ricorda sorridendo Petrillo – per sfuggire alla curiosità dei giornalisti che già lo indicavano come principale "papabile"...». Sia l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, che il cardinale Camillo Ruini più di una volta hanno cercato qui un luogo dove poter fare delle tranquille camminate ristoratrici. Diverso è il discorso per il segretario di Stato. Dai tempi del cardinale Jean Villot, che ricoprì l’incarico con Paolo VI, il più stretto collaboratore del Papa ha a sua disposizione un appartamento nel piano nobile di Villa Barberini, nello stesso Palazzo dove risiede e ha gli uffici il direttore.Il complesso delle Ville Pontificie, quando è stato necessario, ha aperto le sue porte non solo a papi o cardinali, ma anche alla popolazione circostante. Nella storia si ricorda quando nel 1798 alcuni insorti antifrancesi vennero accolti nel Palazzo Pontificio, ma le truppe di Gioacchino Murat lo sfondarono a cannonate e li trucidarono tutti. Ma l’episodio più clamoroso risale alla Seconda guerra mondiale, quando le Ville arrivarono ad ospitare oltre diecimila tra sfollati, sbandati, militari alla macchia. Per governare questa popolosa «comunità» di rifugiati il direttore Bonomelli organizzò addirittura un piccolo servizio d’ordine e una efficiente infermeria che fu affidata ad un giovane medico di Albano, Antonio Ascenzi, che poi sarebbe diventato un famoso anatomopatologo. La maggior parte dei rifugiati erano i poveri abitanti di Albano, Ariccia, Genzano e degli altri centri vicini. Non mancarono anche alcune famiglie di ebrei e personalità famose. Dal settembre al dicembre 1943 fu ospitato Alcide De Gasperi. Furono accolti anche dirigenti fascisti come Giuseppe Bottai o Antonio Marpicati, «che era accompagnato – sottolinea Petrillo – dal giovane nipote Luigi Pintor» che poi sarebbe diventato un celebre giornalista del Manifesto. Non tutti, in seguito, manifestarono riconoscenza per l’aiuto ricevuto. Ma la popolazione più semplice sì. Lo dimostra un fatto curioso e commovente. Durante quei mesi terribili nacquero nel Palazzo pontificio circa cinquanta bambini. Pio XII fece diventare il suo appartamento personale il reparto partorienti e le gestanti diedero alla luce i bimbi proprio sul letto del Papa. Ebbene, a moltissimi di questi pargoli venne dato il nome di Pio e di Eugenio, proprio come gesto di riconoscenza verso Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli.
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