lunedì 4 maggio 2020
A lezione di “filosofia” dall'ex ct azzurro del volley: «Non vivo bene questo tempo in cui gli scienziati son sempre in tv. Il futuro dello sport? Dovrà attraversare il deserto solo con un ombrellone»
Julio Velasco, ex ct azzurro, qui alla guida dell’Argentina, ultima nazionale allenata

Julio Velasco, ex ct azzurro, qui alla guida dell’Argentina, ultima nazionale allenata - .

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Il maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà», canta Paolo Conte. Julio Velasco, 68enne argentino di La Plata, non ama sentirsi dare del maestro, ma avendo vinto praticamente tutto da allenatore (un argento olimpico ad Atlanta ‘96, più una trentina di titoli, tra europei e mondiali) è rimasto, in primis, nell’anima di tutta la “Generazione di fenomeni” – gli azzurri del volley anni ‘90 – e poi dei tifosi italiani che l’hanno eletto mito assoluto tra i coach della pallavolo. Ma da sempre l’ex ct va ripetendo: «Il mio mito non esiste». Unica citazione extradialogo, a tratti socratico, con il “filosofo” Velasco che ha comunque fatto la storia del volley italico e internazionale, ma che avverte prima di cominciare: «Tre cose non sopporto: la banalità, la cattiveria e chi riporta in maniera distorta il mio pensiero».

Ricevuto. E tradotto nella regola di un altro illustre pensatore sudamericano come lui, lo scrittore uruguayano Edoardo Galeano: «Usare soltanto parole che migliorino il silenzio». Perciò evitiamo i luoghi comuni «che sono sempre i più affollati», sostiene il comico di Bologna Alessandro Bergonzoni. Ed è nella campagna bolognese, che l’ex ct azzurro, da un anno direttore tecnico del settore giovanile della Federazione italiana pallavolo, sta trascorrendo la sua quarantena.

Da allenatore ha sempre rifiutato la cattiva abitudine del ricercare «l’alibi», ma non le pare che in questi giorni d’emergenza quello del trovare un alibi sia diventato sport nazionale?

No, a me sembra che ci sia semplicemente una certa tendenza a ribaltare le responsabilità. Confesso, è un tempo che non sto vivendo bene... Non mi piace dover assistere a questa smania di apparire da parte di tanti scienziati che non fanno altro che stare in tv e dire continuamente tutto e il contrario di tutto. Sembra di vivere nell’era neopositivista: “Scienza uguale verità”, e tutti giù a opinare e polemizzare. Tutti che possiedono la soluzione in tasca ma poi nessuno che dia una risposta concreta alla gente...

E la gente è sempre più smarrita.

Tutti chiedono soldi, tutti sono disperati. C’è un tango argentino che dice: «Chi non piange, non munge il latte». Ma bisogna distinguere le lacrime di chi vive in una villa con piscina e sta perdendo qualcosa – come tutti del resto – da quelle di una madre che non ha niente da mangiare per sé e i suoi figli con cui magari divide un appartamento di 50 metri. Anche quando tutto questo sarà finito, dovremo imparare a lamentarci di meno.

C’è chi va lamentando che siamo finiti sotto una “dittatura, politico–sanitaria”.

Chi lo dice si vede che non ha mai vissuto sotto una vera dittatura. In una situazione eccezionale e di emergenza come quella che stiamo vivendo ci sta che un governo decida della vita delle persone andando oltre quelli che sono i diritti normalmente garantiti. Si può discutere su quanto tempo ancora può durare, si può essere in disaccordo, ma dire che siamo vittime di un regime è da irresponsabili.

Lei ha vissuto sotto il regime dei colonnelli argentini. Ma possibile che i calciatori italiani al Mundial del ‘78 non abbiano visto proprio nulla delle atrocità degli uomini di Videla?

Possibilissimo, vede solo chi è in prima linea sul fronte antidittatoriale, perché nessun regime agisce in maniera manifesta. Se uno oggi va in Russia e non conosce un dissidente non capirà mai come Putin governa realmente il suo popolo. Sono stato in Cina e lì la repressione è altissima ma bisogna vivere a Pechino per comprenderla. Ho allenato in Iran, uno stato teocratico che pone limiti anche sul bere. Io sono astemio – sorride – ma esistono degli impedimenti che fanno parte della cultura millenaria di quel paese.

Torniamo in Italia al tempo del Coronavirus: altra vulgata vuole che sia cresciuto lo “spirito di squadra” del Paese.

Quello di «fare squadra» è una metafora sportiva che la politica usa troppo spesso, quasi in maniera esasperata, e non è più credibile. L’unico spirito che vale è quello della democrazia e la democrazia ha le sue regole che in certi momenti creano dei punti di contatto e di discussione. Adesso serve un confronto serio da parte di tutti e cercare di ragionare in funzione di un interesse comune più forte, mentre invece vedo il cittadino che si rivolge allo Stato come il bambino al padre a cui chiede la playstation. Il cittadino–bambino si indigna e sbuffa quando vede che lo Stato non gli regala la playstation... da qui il malcontento degli italiani.

La rabbia viaggia in Rete e il dominio della cattiva informazione è dilagante.

Ma già prima del Coronavirus vivevamo in una realtà pesantemente intossicata dall’informazione che, 24 ore su 24, ci ripete che il mondo è un disastro, pieno di guerre, di carestie, di malattie... Quella è senza dubbio una parte della verità ma non la sola. Io cerco di difendermi: non ho social, uso il pc solo per lavorare on–line. Per il resto, ascolto un solo Tg appena mi sveglio, lettura del giornali al mattino e poi stop con l’informazione per l’intera giornata.

Come è scandita la giornata tipo di Velasco?

In due tempi fondamentali: quello della cura degli interessi professionali e poi quello degli affetti, mi godo la famiglia e tengo i contatti con le amicizie. Il mio tempo, che non basta mai, lo impiego per lavorare, leggere libri, studiare, ascoltare musica, vedere film. Mi sento con amici musicisti che un po’ invidio... loro possono suonare uno strumento, lo trovo un grande privilegio.

Ci sta dicendo che se non avesse fatto il ct le sarebbe piaciuto fare il musicista?

No, io ero partito per fare il professore di scuola ma poi la vita mi ha fatto diventare allenatore. Ero uno studente che giocava a pallavolo, poi la necessità mi ha portato a scegliere il volley...

Ex studente di Filosofia: quali sono stati i grandi pensatori che l’hanno influenzata?

Premetto che oggi leggo poca filosofia, però I dialoghi di Socrate sono stati fondamentali per la mia formazione. Chiedere per sapere. L’uso della maieutica mi è servita anche nel mio lavoro di allenatore. Mi hanno permesso di far capire ai miei giocatori dei concetti basilari tipo: se un problema è mal posto non ha soluzione. Oggi ricerchiamo troppo la semplicità e rifiutiamo quegli aspetti complessi e profondi che invece fanno parte del ragionamento, anche filosofico, che andrebbe applicato alla vita quotidiana.

Esattamente un anno fa lei ha deciso di smettere di fare l’allenatore dicendo: «Non voglio aspettare il declino».

Molti giocatori e allenatori l’hanno pensato e fatto prima di me. Due assi del calcio come Ronaldo e Messi fra un po’ quando smetteranno lo faranno perché non hanno nessuna intenzione di andare a giocare in serie B... Comunque quello era solo uno dei cinque motivi principali per cui ho deciso di non allenare più, dopo quarant’anni.

Quasi quarant’anni che vive in Italia, primo approdo a Jesi, nel 1983.

Presi casa a Pianello Vallesina, frazione del comune di Monte Roberto, mille abitanti a 15 minuti da Jesi. Di giorno studiavo tanto e alla sera allenavo in A2. Venivo dal caos metropolitano di Buenos Aires ed ero molto curioso di conoscere una piccola realtà di provincia come quella jesina. Un’esperienza interessante, come tutte quelle che ho fatto nella mia vita in cui ho sempre cercato di prendere il meglio da ogni situazione.

Dopo aver vinto tutto con gli uomini ha ottenuto il meglio anche con le donne del Club Italia.

Quando ho preso in mano la Nazionale femminile c’era già stato Sergio Guerra che con l’Olimpia Ravenna veniva da 11 scudetti consecutivi e le azzurre avevano vinto un bronzo europeo. È stato più difficile fare della Nazionale maschile la migliore del mondo, perché le donne in Italia volevano giocare tutte a pallavolo, perciò non era un problema creare e costruire un movimento importante.

Ora che si occupa di settore giovanile non le pare che i nostri ragazzi subiscano troppe pressioni fin da piccoli?

A volte dimentichiamo che fino a poco tempo fa i bambini, tranne i figli dei ricchi, lavoravano, non andavano tutti a scuola, non beneficiavano del sistema sanitario e tanti non facevano sport. Quindi era molto peggio di adesso, in cui l’errore è pensare che lo sport sia l’unico punto di riferimento, l’unica possibilità per emergere nella società. Lo sport educa alla competitività, allena a vincere e a perdere anche nella vita, ma la tendenza, sbagliata, è ridurre tutto a competizione.

Sbaglia anche il Politecnico di Torino che da una recentissima ricerca, dopo il Coronavirus ritiene il volley «sport pericoloso».

Un’Università seria non può pubblicare una ricerca del genere: definire la pallavolo come lo sport più pericoloso, per contagio, quanto e se non più degli sport di contatto o di combattimento, mi indigna.

Che opinione ha del suo illustre connazionale, papa Bergoglio?

Alcuni suoi messaggi sono forti e mi trovano d’accordo. Non concordo con chi ritiene che papa Francesco stia rivoluzionando la Chiesa. Io penso che sia stata la Chiesa a scegliere lui, perché riteneva che era tempo di cambiare. Il problema della società attuale è che puoi anche non essere credente, come il sottoscritto, ma devi riconoscere una scala di valori imprescindibile che ha come fine il bene. In passato si era buoni per paura del giudizio di Dio, oggi anacronisticamente spesso ci si sforza di essere delle buone persone...

Un emiliano doc come Francesco Guccini ha detto che quando tutto questo finirà «non saremo uomini migliori», è d’accordo?

Purtroppo sì. Le crisi, è provato, fanno emergere il peggio dell’uomo, innalzano il grado di individualismo e di egoismo. Ci aspetta un tempo da traversata nel deserto muniti soltanto di ombrellone. E non sempre questo basterà a superare le tante difficoltà che incontreremo... come uomini, ancor prima che come artisti o gente di sport.

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