lunedì 6 luglio 2015
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M'illumino / d’immenso»: la memoria collettiva degli italiani, il Novecento che si raccoglie nel canone scolastico, deve molto a Giuseppe Ungaretti, alla sua parola netta, fulminea, al suo “grido”. Poeta di tre continenti: nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da emigranti lucchesi, studierà a Parigi, volontario nella prima Guerra mondiale sul fronte del Carso, rientrerà in Italia, ma nel 1936 si trasferisce sino al 1942 a San Paolo del Brasile, per far ritorno infine nella Roma occupata della seconda Guerra mondiale (segnacolo di civiltà e di speranza raccolte nella cupola di Michelangelo: «Per desolato fremito ale dava / A un’urbe come una semenza, arcana, / Perpetuava in sé il certo cielo, cupola / Febbrilmente superstite», Folli i miei passi), ove terrà la prima cattedra di Letteratura italiana contemporanea, spegnendosi a Milano nel 1970.La sua poesia nasce tra le trincee, essenziale, nuda; di fronte alla morte spariscono tutto il lusso verbale di D’Annunzio, lo scialo dei futuristi, le dorature malinconiche dei decadenti, di Govoni e di Gozzano; resta la sete d’assoluto: «Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà) / Perché bramo Dio?» (Dannazione, 1916). La prima raccolta, Il Porto Sepolto, 1916, è coagulo mitico che contiene in nucei simboli e le matrici figurali dell’intero percorso poetico ungarettiano; Il Porto Sepoltodesigna, tutt’insieme, il luogo delle profondità affioranti e perdute, ricettacolo incontaminato di ricordi d’infanzia e di civiltà favolose, approdo dopo tappe e arsure di deserto, e insieme ultima discesa d’Orfeo, “canto” – come reciterà la poesia eponima Il porto sepolto– di ritorno e di esilio, “segreto” e revenant, «delirante fermento». Là si ancoreranno i miti del Sentimento, dall’«ascoso ripullulamento / D’onde» di Ledaa «Rotto l’indugio sotto l’onda» di Sogno. Là infine torneranno la Terra Promessae gli Ultimi Cori, che quel “porto”, quei fondali-archetipi, più volte rivisitano, come sogno, delirio, bufera, quiete, inganno, e funereo nunzio: dal mirabile incipitdella Canzone: «Nude, le braccia di segreti sazie, / A nuoto hanno del Lete svolto il fondo», ai Coridi Didone («A bufera s’è aperto, al buio, un porto / Che dissero sicuro»), all’intero Recitativo di Palinuro, al Cantetto senza parole(«Dismisura subito, / Volle quel mare abisso...»), sino all’ultima poesia, 1970, epigrafe posta a sigillo della vita e del sogno d’Orfeo, di poesia: «Gli scabri messi emersi dall’abisso / Che recano, dondolo del vuoto, / Verso l’alambiccare / Del vecchissimo ossesso / La eco di strazio dello spento flutto» (L’impietrito e il velluto). Tornato a Roma, Ungaretti scoprirà la civiltà barocca che innerva la città eterna. È il mito di morte e di gloria quale già appariva in «Commerce», 1925: «In piazza Santa Croce lastricata / d’orbite spolpe, il palio corrono / stinchi abbagliati» (Roma).Il Sentimento del Tempo, che nasce in quegli anni, si presenta dunque come meditazione sulla storia, tra la Fine di Cronoe Clioche dialoga con Ecoe Il Coro(come in Lido, 1925); il testo trova nuovo respiro “corale” negli Inni, e nella «Felice colpa» di una umanità che attende riscatto (Danni con fantasia, La pietà, Caino, La preghiera, Dannazione). Questa coralità trova il suo punto di raccordo nell’«esule universo», in un “vuoto universale” nel quale la «carne dei giorni» per ecolascia nella scrittura, nella storia, «perenne scia / piaga velata»: «O navicella accesa, / corolla celestiale / che popoli d’un’eco / il vuoto universale ...» (Sogno, 1927); «Aurora, amore festoso, d’un’eco / Scalza varcando da sabbie lunari / Popoli l’esule universo e lasci / Nella carne dei giorni / Perenne scia / Piaga velata ...» (Eco, 1933).La piena maturità volge Ungaretti verso un biblico esodo: dal Dolorealla Terra Promessaè la traversata del deserto, mosaica missione da compiere, restando tuttavia alla soglia, per sempre anelando: «Della Terra Promessa / Nient’altro un vivo sa» (Ultimi Cori, da Il taccuino del Vecchio). La redazione delle due raccolte s’intreccia, sin dalle prime stesure della Canzone, 1937, dopo la partenza per il Brasile, e durerà sino alla vigilia delle separate edizioni, se è vero che le immagini finali de I ricordi, 1946, del Dolore: «I ricordi, / Il riversarsi vano / Di sabbia che si muove / Senza pesare sulla sabbia», collimano con l’incipitdi Variazioni su nullain clausola alla Terra Promessa: «Quel nonnulla di sabbia che trascorre / Dalla clessidra muto e va posandosi». Al Triumphus Fames’accompagna il Triumphus mortis, quello, vivo e dolente della morte del fratello e del figlio Antonietto, quello simbolico del naufragio del virgiliano Palinuro; gli emblemi della biografia e del mito si raggrumano nelle stesse metafore, il grido, la pietra: il grido di pietra: «E pietà in grido si contrae di pietra» (Mio fiume anche tu), «Nelle vene già quasi vuote tombe / [...] / Nelle mie ossa che si gelano il sasso» (Nelle vene, da Il Dolore), «Ma nelle vene già impietriva furia» (Recitativo di Palinuro). Il mito di Didone, e poi di Palinuro, sono, sin dall’Eneide, la parte di coloro che non “arrivano a meta”, di coloro che il destino depone «a un suo deserto emblema».La poesia dell’ultimo Ungaretti ritrova il respiro europeo dei profeti del Novecento; pari a Paul Celan, che tradurrà mirabilmente La Terra Promessa(Das verheissene Land) e il Taccuino del Vecchio(Das Merkbuch des Alten). Anche quando non rimanga che il «dondolo del vuoto» (L’impietrito e il velluto, 1970), deserto e Lösspuppen, crisalidi di Loess e «impalpabile dito di macigno», pure, per memoria di forma, il ritorno è, sempre, istante possibile: «Petrarca / ist wieder / in Sicht» (Celan), «Fulmineo torna presente pietà» (L’impietrito e il velluto, clausola). Pullula e si rinnova il bagliore - abbaglio di illuminazione e miraggio: «Incontro al lampo dei miraggi / Nell’intimo e nei gesti, il vivo / Tendersi sembra sempre» (Monologhetto). L’eterno principiare Ist wieder: è di ritorno, nuovamente, nostra unica eternità, unico e solo «diritto di ritorno» – zurück - und zurückreicht– che sempre ci resta: «E nel silenzio restituendo va, / A gesti tuoi terreni / Talmente amati che immortali apparvero, / Luce» (Segreto del poeta); «Und in der Stille / deinen Erdegeliebt, daß sie mir unsterblich schienen - / zurück - und zurückreicht: / Licht» (Celan, Dichters Geheimnis).
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