mercoledì 2 dicembre 2009
A 7 mesi dal sisma che ha devastato l’Abruzzo, raccolte in volume le riflessioni dei piccoli e degli adolescenti.
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Parlare del terremoto dell’Abruzzo visto dagli occhi dei bambini mi riporta con forza alla tragedia della scuola Jovine nel Molise. Pensavo di non dovere più ripetere una esperienza come quella. Il 31 ottobre 2002 la scossa più violenta, alle 11.32, distrusse la vita di 27 bambini che stavano svolgendo l’attività più innocente e più normale del mondo: stare a scuola, ascoltare la loro maestra, fare il proprio dovere. Un dovere a cui tutti i bambini sono richiamati, ma di cui dimentichiamo spesso i diritti che gli sono intimamente e indissolubilmente legati. Primi fra tutti: la sicurezza e la serenità.Il crollo del tetto della scuola Jovine mi turbò per diversi motivi. Il primo era legato con evidenza alla tragedia, alla perdita, allo smarrimento. La morte di quei bambini significava anche, in qualche senso, la morte, la distruzione di altrettante famiglie, delle loro madri e dei loro padri. Lo strazio di quell’accadimento ci ha ammutoliti.Un secondo motivo di turbamento era legato ai tanti bambini che avevano visto e vissuto quella tragedia. Come avrebbero superato quel trauma? Come avrebbero superato la sensazione orrenda del mancamento e della perdita di tutto? Come avrebbero superato la perdita finanche dei loro coetanei, la morte improvvisa di tutta una generazione, di tutto il futuro del loro paese? Ho già parlato della difficoltà di superare il trauma e degli «incubi che torneranno nei sogni e nella memoria» dei bambini sopravvissuti alla tragedia. Lo stesso capiterà per i bambini dell’Abruzzo.Quella sensazione si radica nelle soglie più prossime e più estreme della memoria. Rimane attaccata alla mente e non si slega, continua a strepitare dentro, a sfregare le barriere dell’inconscio procurando dolori e paure che a volte sono subdole, segrete e non appaiono direttamente legate all’evento e al vissuto del terremoto. Come per i bambini del Molise così per quelli dell’Abruzzo io ripeto quanto sia importante «meditare sulla tragedia e dare calma ai nostri figli e a tutti i bambini del Paese».Giustamente e a buon diritto questo sisma è stato legato indissolubilmente alla città dell’Aquila. La devastazione di questo centro nel cuore dell’Italia è stata un fatto sconcertante. Ma io voglio ricordare che il terremoto devasta innanzitutto la grande, immensa città del cuore. E ancor più quella del cuore fragile, impotente, gioioso dei miei amati bambini. Un città del cuore in pieno fermento, piena di cantieri, di progetti, di speranze, piena di gioia e di entusiasmo per la sua crescita, per i suoi raggiungimenti, per il suo destino favoloso. Una città che si va arricchendo giorno per giorno e che piano piano, con l’aiuto dei genitori e dei maestri, diventerà una splendida costruzione, lontana dal castello dei sogni ma solida e rocciosa molto di più delle beate chimere della prima infanzia.L’indifferenza verso la serenità e la sicurezza dei bambini mi sgomenta. Perché è verso i bambini! I miei bambini a cui ho dedicato la vita e tutta la mia professione! I miei bambini a cui sembra che nessuno in questo paese voglia pensare per davvero! Per i bambini la memoria è breve e quando una tragedia la riempie ingombrandola, a che cosa potranno aggrapparsi per ritornare alla casa del cuore? La mia risposta è che niente potrà restituire loro la serenità della vita e il diritto a una biografia normale. Ma al contempo noi adulti dobbiamo ingaggiare ogni azione e ogni risorsa per rimediare a questa carenza.Mi ha fatto piacere vedere i medici travestiti da clown nelle tendopoli. L’ospedale deve creare un’atmosfera vicina a quella di casa. Ma tutto questo non basta. I clown non servono per restituire il sorriso alle famiglie degli studenti morti sotto la Casa dell’Università dell’Aquila. Studenti tanto attaccati al loro dovere e alla dimensione goliardica della comunità universitaria da essere rientrati molto prima e in giorni prossimi alle feste per portare avanti il loro percorso di studi. Il terremoto ha spazzato queste vite. Ma non solo. i bambini e i giovani sono divenuti vittime sia della natura che delle istituzioni.Da una parte la natura imprevedibile mostra il suo volto tiranno e nefasto. Un volto che tutti conosciamo bene e che i mass media ci mostrano spesso con immagini ravvicinate. Ma le istituzioni? Quelle potrebbero e dovrebbero prevedere e pianificare, progettare e prevenire. Mentre non lo fanno. E così i nostri giovani sono doppiamente vittime: della fatalità della natura e della indolenza, più macabra, della politica e della società.
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