venerdì 19 aprile 2013
È bastata la notizia che tempo fa a Betlemme, sulla piazza antistante la basilica della Natività, la filarmonica israeliana ha eseguito la Messa del Verdi e spettatori d’ogni fede affollavano la piazza e i tetti e le vie dintorno, perché il mio pensiero corresse a quella terra litigata e santa, con l’augurio che tutti gli uomini di buona volontà, senza distinzione di nazione o di rito, si sentissero fratelli nella musica di quel grande che, come scrisse il D’Annunzio, pianse e cantò per tutti. E fu ben lui ad avviarvi le menti col famoso coro così carico di passione che scuote sempre i nostri petti e li inebria di struggente nostalgia: «Va’, pensiero…». Per la verità, se a quella notizia il cuore è partito a tutta velocità, illudendosi di arrivare in tempo all’appuntamento, Terrasanta, da quando l’ho visitata la prima volta nel 1932 e la seconda nel ’37, è diventata l’itinerario pressoché quotidiano della mia mente; itinerarium mentis in Terram. Sicché quella terra così altamente lontana da parere irraggiungibile fuor che nel sogno, mi si è fatta così vicina che mi pare di abitarla sempre con l’anima; e spesso mi sorprendo a camminare (se nel corpo o senza corpo, non so) sulla collina di Nazaret o su e giù per le rive del lago di Genezaret o, a Gerusalemme, lungo il muro del pianto dove gruppi di ebrei, rammemorando un tempo e una terra che è loro per diritto di nascita, paiono le viventi lamentazioni di Geremia profeta. Devo anche dire che quando la visitai la prima volta (raggiungendola lentamente dal mare, che è un vederla nascere alle radici del cielo) ebbi l’impressione che, più che una visita, fosse un ritorno; il ritorno a una terra nota e familiare. Da quanto tempo mi portavo dietro quelle immagini e quei nomi – Nazaret, Betlemme, Genezaret, Giordano… – che lì ora mi si tramutavano in oggetti viventi? Contarla, è una vicenda che non riguarda me soltanto ma tanti altri; perché Terrasanta è la prima pagina di geografia che abbiamo imparata da ragazzi, come è la prima pagina di storia che, a dire la sua importanza, si chiamava sacra. Luoghi, fatti imparati a scuola, in chiesa, a casa; ritrovati più tardi nei fondali dei quadri dei nostri grandi pittori; restaurati poi nella lettura della Bibbia e del Vangelo e diventati stati d’animo, paesi dell’anima e quasi preghiere. Per questo, l’arrivarci m’era parso un ritorno al paese; il paese di Gesù, come, con tinta materna, l’ha chiamato Matilde Serao. E proprio questo portarmelo dentro, nel sangue, mi ha risparmiato qualche delusione che poteva forse compromettere lo stesso incanto della fede. Perché, confessiamolo, non è simpatico che uno vada in Terrasanta per ritrovare le orme del Messia che ci è nato venti secoli fa, e s’imbatta in gente che ancora ne invoca la venuta; o cerchi il Tempio dove Gesù ha insegnato da piccolo e da grande; o il Cenacolo dove nacque la chiesa, e trovi una moschea, due moschee, tante moschee, come se Gesù avesse affittato il suo paese a Maometto. Ora mi dicono che le lunghe vicende della guerra sempre in atto che l’hanno divisa in due parti, tra due avversari, Israele e Giordania, hanno causato altri guai, altri guasti, ingrossando l’insensato groviglio. E c’è da crederlo, quanto ai profili esteriori, come dire quanto alla pelle. Certo il mio amore per Terrasanta si è sempre configurato anche nelle immagini di quel tempio, di quel monte, di quel fonte, quella grotta, quella casa; ed è difficile liberarsi dall’incanto di immagini accolte e vissute fin dall’infanzia e cresciute con la nostra coscienza cristiana. Ma né le malefatte degli uomini né le sberle del tempo possono mutar nulla di quello che è immanente nello spirito e nella vocazione del paese. Distruggessero, per avventura, tutti i santuari che formarono i luoghi santi, rimarrebbe sempre il grande santuario che è quella terra, tornando forse più simile a se stessa e alla sua forma naturale come è nei Vangeli. Più autentica. La Palestina non è Paestum né la regione dei Templi dove, distrutti i monumenti che ne sono la ragione, la bellezza è spenta. La Palestina è un’altra cosa; è un’impressione in eternità; è la terra che non muore perché impregnata e penetrata di soprannaturale e perciò perennemente immersa in una atmosfera di prodigio: dove si va per rivivere la Bibbia sul vivo, per recuperare le epoche lontanissime nelle quali era nuzialmente la terra promessa, promessa ai patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe e alle loro donne, belle come le aurore dimenticate sui monti. Promessa alle loro discendenze, che per millenni hanno custodito il grande sogno mistico di Israele: la promessa del Salvatore. Sì che la terra promessa divenne la terra della promessa, coi suoi valori di attesa e di prefigurazione. E ancora oggi il pellegrino si esalta nel rifare le strade lungo le quali hanno pascolato i greggi dei fratelli di Giuseppe; nel salire le montagne tra le quali ancora ululano le voci dei profeti. E può accadere che lungo la valle del Giordano egli oda il passo delle generazioni che Matteo, nella prima pagina del suo racconto, saldando il nuovo al vecchio come una cosa sola, ha l’aria di voler contare sulle punta delle dita, dividendole da Abramo a Davide e da Davide a Giuseppe, «l’uomo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo». Alla cui comparsa, fu Terrasanta, la terra del Vangelo o della rivoluzione cristiana, che ha creato la nostra civiltà.
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