mercoledì 31 luglio 2019
Il 99enne attore milanese con la figlia Enrica ha scritto un libro di memorie. I successi ma anche il dramma del lager dove finì da militare per aver detto «no» al nazifascismo
Gianrico Tedeschi in «Farà giorno»

Gianrico Tedeschi in «Farà giorno»

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«Lo vedi quello lì? Era mio compagno di prigionia, si chiama Gianrico Tedeschi. In campo di concentramento recitava L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello ». Così mi diceva mio padre, ricordando con un sorriso ogni volta che vedeva in televisione il grande attore che io, bambina, avevo appena scoperto ne Al cavallino bianco e No no Nanette, simpatiche operette trasmesse dalla Rai nel 1974. Il giovane capitano Enrico Calvini, catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre in Montenegro, e il ventenne sottotenente Gianrico Tedeschi, catturato in Grecia, avevano trascorso tra il 1943 e il 1945 come internati militari (Imi) due anni durissimi negli stessi campi di concentramento, Beniaminovo e Sandbostel in Polonia, e Wietzendorf in Germania. Sono i lager descritti in Diario clandestino da Giovanni Guareschi, che condivideva lo stesso letto a castello con Tedeschi, oltreché le attività di resistenza culturale operate dai tanti intellettuali presenti in quel campo, insieme al destino di fame e di stenti dei 600mila militari italiani che dissero no al nazismo e alla Repubblica di Salò. Molti anni dopo, diventata giornalista, li feci reincontrare.

«Portamelo assolutamente a teatro» mi disse con aria perentoria dopo la prima delle nostre tante interviste. Era il 1997. Non vi dico le feste fra i due ex commilitoni e compagni di sventura nei camerini del Teatro Franco Parenti di Milano in occasione della straordinaria interpretazione de Il riformatore del mondo di Thomas Bernhard. La stessa scena si ripeteva con i tanti reduci che andavano a trovare l’attore a fine spettacolo in tutta Italia.

Giusto quell’anno Alessandro Natta, anch’egli internato con loro, aveva pubblicato il saggio L’altra Resistenza in cui per la prima volta si riconosceva l’importanza del ruolo dimenticato degli internati militari nella Liberazione. Ma loro due erano tutti intenti a ricordare, con la strana euforia dei sopravvissuti, il metodo per ripartire nella giornata le scarsissime razioni, gli estenuanti appelli in piedi nella neve per ore e la mitica radio clandestina Caterina costruita con mezzi di fortuna con cui seppero dello sbarco in Normandia. Ricordi preziosi e testimonianze da tramandare.

Benissimo, perciò, ha fatto Enrica Tedeschi, docente universitaria, figlia avuta dalla prima moglie Laura de Bernart, a raccogliere e fissare le memorie del padre, oggi 99enne, in un libro, Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi (Viella editore. Pagine 222. Euro 27,00).

Il titolo è l’insegnamento che Tedeschi dava ai giovani attori della compagnia del Piccolo Teatro su come recitare nel rivoluzionario Arlecchino servitore di due padroni di Giorgio Strehler in cui era Pantalone. Il libro si legge tutto d’un fiato e contiene molti dettagli inediti di un secolo di storia italiana e di oltre settant’anni di carriera passata da Strehler appunto, a Luchino Visconti e Luca Ronconi, ma anche attraverso tv, cinema e teatro. Tanti e gustosi gli aneddoti. «Eduardo era un genio. Scrisse una commedia per me, Gli esami non finiscono mai – racconta Gianrico Tedeschi – . Purtroppo non ho potuto recitarla, perché avevo firmato un altro contratto».

Sempre mattatore, ma con uno stile sobrio e riservato, capace di passare dai classici greci al musical My fair lady sino allo show tv Il poeta e il contadino con Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto. Carriera conclusa arzillamente nel 2016, a 96 anni, sul palco con Dipartita finale di Franco Branciaroli insieme a Ugo Pagliai e Massimo Popolizio. Un tema, quello della solitudine dell’anziano, affrontato anche nel ruolo di vecchio partigiano in Farà giorno con la regia di Piero Maccarinelli e Le ultime lune di Furio Bordon (portata al successo prima da Marcello Mastroianni), che portò in scena allora 80enne anche nel teatro parrocchiale di via Redi a Milano, dove questo ragazzino nato in una casa di ringhiera aveva mosso i primi passi come attore filodrammatico.

«Per chi sta bene la vecchiaia è un momento di gioia, si è più sereni e obiettivi, ma per chi sta male, e sono in tanti, è la società che dovrebbe farsi carico – raccontò allora – . Anche perché le famiglie hanno obiettivamente grandi problemi».

Ma vero attore, Tedeschi divenne sul palco improvvisato del campo di Sandbostel, recitando per gli internati Enrico IV di Pirandello e Gli spettri di Ibsen. E giustamente Enrica Tedeschi dedica quasi un terzo di questo dialogobiografia (corredato anche da un’intervista a Franca Valeri che proprio oggi compie 99 anni) alla prigionia, passaggio fondamentale per suo padre di presa di coscienza umana, politica e artistica. «Vedendomi a Sandbostel il critico teatrale Roberto Rebora mi disse: “Tu devi fare l’attore”. E così feci».

Il vecchio leone ora trascorre ora una vita serena e tranquilla accanto alla seconda moglie Marianella Laszlo, compagna anche in scena, in una bella casa in pietra ricavata dall’ex canonica della chiesa di un piccolissimo borgo fra i boschi situato vicino a Pettenasco, nei pressi del Lago d’Orta. Nello studio dell’attore affollato di carte, e copioni sono appesi i ritratti a matita colorata di alcuni compagni di prigionia eseguiti nel lager che Gianrico osserva senza parlare, in uno dei suoi lunghissimi e pensosi silenzi, interrotto spesso all’improvviso da fulminanti battute ironiche.

«Papà, ma come hai fatto a resistere?» chiede la figlia Enrica. «La fede. Lo sai che sono credente e cattolico – rivela l’attore – . Pensa che mentre ero in Grecia ebbi una licenza e tornai a casa per qualche giorno. Ho cercato qualcosa che mi rasserenasse e che mi pulisse dentro. Sono andato in ritiro dai gesuiti a fare gli esercizi spirituali. È stato importante perché dopo, di fronte all’apocalisse della civiltà, ho provato dolore, impotenza, compassione. Mai disperazione ».

A seguire, dicevamo, una carriera lunghissima, puntualmente catalogata in fondo al libro . «Perché faccio l’attore? – mi disse Tedeschi anni fa – Perché è la mia vita. E proprio continuare a fare teatro e ad andare in giro per l’Italia che mi dà energia. Il teatro è importantissimo ora più che mai. Nella nostra società fanno paura le idee, e nonostante tutto non riescono a spegnerlo».

Un pensiero lo ha sempre rivolto ai giovani, a partire dalla figlia Sveva attrice: «Il mio invito è a non arrendersi mai, ad andare sempre avanti, soprattutto con l’arte e con la cultura. Altrimenti si muore davvero». «Vedendomi recitare Pirandello e Ibsen nel campo di Sandbostel il critico teatrale Roberto Rebora mi disse: “Gianrico, tu devi fare l’attore” Uscito da lì, è quello che ho fatto per tutta la vita» Gianrico Tedeschi, 99 anni, in scena qualche tempo fa nella commedia “Farà giorno”

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