mercoledì 21 ottobre 2009
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Il bello delle fiabe è sempre stata la morale, in quanto possibilità di trovare un senso a ciò che la storia ha raccontato. Una morale che oggi può trasformarsi in una sorta di riflessione sulla necessità di ritornare a scoprire il forte legame con il Creato, l’unico modo per sco­prire il mistero del Creatore. E’ quel­lo che ha fatto Susanna Tamaro, ri­tornando dopo dieci anni a scrivere una fiaba, senza però caratterizzarla solo per un pubblico di ragazzini. Il suo nuovo libro che va in libreria do­mani, Il grande albero (Salani, pagi­ne 154, euro 12,00), si pone in una li­nea trasversale che accompagna ra­gazzi e adulti in questa attraversata, nel tempo e nello spazio, seguendo la vita di un albero, un grande abete, «che non è mai particolarmente ec­citante. Per loro natura sono costret­ti a stare fermi nello stesso posto». Susanna Tamaro trova in questa sto­ria una felicità espressiva, quella di essere totalmente nella natura e di percepirne la bellezza e lo stupore. Dice la la scrittrice: «La sensazione e l’emozione che ho avuto nello scri­vere questo libro sono paragonabili soltanto a quello che ho provato scrivendo sedici anni fa, Va’ dove ti porta il cuore. La letteratura ha biso­gno di parlare al­l’anima. In un tempo di crisi e di cose opa­che c’è bisogno di qualcosa di lumino­so ». Il libro si avvia con un anda­mento lento, tra la neve dei grandi boschi e racconta di come cresce il grande albero, di come riesce a resi­stere, a farsi tanto forte da diventare una sorta di gigante. «I primi cent’anni di vita furono, tutto som­mato, piuttosto tranquilli. Il grande albero cresceva, come crescevano e morivano gli alberi intorno a lui». E solo in una fiaba, nella radura dove è cresciuto il grande albero possono arri­vare l’Impera­tore d’Austria, Francesco Giuseppe e la principessa Sissi, si possono intuire gli echi della guerra («Ormai nessuno più parlava d’amore, nessuno sognava. Una grande cappa di tristezza era calata sulla radura e sul bosco») e nello scorrere del tempo possono arrivare anche le motoseghe, che si portano via il grande albero. Da qui, in poi, la fiaba accelera il suo ritmo e ci riser­va non poche sorprese, come ad e­sempio quella di un ritratto molto intenso di un Papa. Dice la Tamaro: «Inizialmente avevo pensato di tene­re la figura del Pontefice sul vago, senza identificarlo troppo. Poi ho deciso che era giusto riferirlo a Giovanni Paolo II, per il quale nutro un grande affetto e mi ha sempre affasci­nato il rapporto di­retto e stretto che ha avuto con la natura». È un Papa stan­co, malato, con le forze che ormai lo stanno abban­donando quello che ci presenta la Tamaro. «C’era nostalgia nel suo cuore e quando la nostalgia prende il sopravvento vuol dire che il tempo dell’azione è concluso. Avrebbe vo­luto essere sui suoi amati monti Ta­tra, riavere il vigore e la forza della sua giovinezza». Eppure tutto svanisce quando entra nella sala in cui ha convocato i capi di tutte le religioni del mondo. Dice la scrittrice: «Grazie alle grandi con­quiste del progresso, l’uomo si è convinto di essere Dio, ma non poteva essere Dio. Da que­sta sua onnipotenza pasticciona so­no nate e continuano a nascere tan­te catastrofi. Anche tra le persone soffia ormai il vento della discarica. Non c’è più rispetto, né amore, né cura nei rapporti». Dall’incontro emerge una necessità: «Pur tra le diversità di cultura, espe­rienze e visioni del mondo tutti i presenti concordarono su un punto: il nome di Dio doveva tornare San­to ». Ci sono aspetti anche simpatici e divertenti che ricordano la sponta- nea naturalezza di Papa Woityla, il suo rapporto con uno scoiattolo che vive nel grande albero, che svetta nel piazzale di Piazza San Pietro. Mentre i servizi di sicurezza sono pronti a colpire l’animaletto, credendolo po­tenzialmente pericoloso, il Papa rie­sce a giocare anche con lui. Un se­gno di questa dimensione dello stu­pore verso il Creato che è stata una sua prerogativa e che Susanna Ta­maro auspica come centrale in que­sto cambiamento: «La nostra vita è come quella degli alberi, il seme si schiude e cerca la luce. Continua a cercarla e a nutrirsi di lei per tutti i suoi giorni. Il seme dell’amore ripo­sa nel cuore di ogni uomo. Può dor­mire per giorni, per mesi, per anni, ma non è mai morto. Quel seme è l’impronta del Padre Quel seme ci rende tutti fratelli, tutti ugualmente capaci e bisognosi d’amore. E’ ne­cessario riconoscere proprio questo bisogno». Il grande albero diventa anche una grande metafora dell’esi­stenza, di come la nostra vita ritrovi in quella degli alberi una forte lezio­ne di moralità. Dice la Tamaro: «Sen­za radici non c’è nutrimento e senza nutrimento non c’è vera vita. Non abbiamo forse ridotto così le nostre esistenze ? Corriamo sempre, corria­mo come se fossimo inseguiti, ma da cosa fuggiamo se non dalla no­stra paura?». La metafora racconta di una conver­sione: «Ci vorrebbe davvero un mi­racolo perché l’uomo riesca a com­prendere la propria somiglianza con gli alberi». E il miracolo avviene dav­vero: il grande albero tagliato dalle motoseghe, ritorna nel suo bosco e ritrova le sue radici e il suo nutri­mento. Un miracolo che può fare ciascuno di noi. Lo dice il Papa ed è il nodo centrale di questa favola di Natale, per niente usuale: «Il Signore vi faccia sentire nuovamente parte del creato, vi benedica e restituisca ai vostri occhi, alle vostre menti, ai vostri cuori - da oggi e per sempre ­la gioia dello stupore».
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