venerdì 2 marzo 2018
Un libro raccoglie alcune interviste alla scrittrice americana da cui emerge la sua vena spirituale. Agli intellettuali dico: «C’è sempre qualcosa di più da dire, qualcosa di più da sentire»
La scrittrice Susan Sontag (1933-2004)

La scrittrice Susan Sontag (1933-2004)

Se Borges raccomandava ai suoi studenti di leggere direttamente le fonti e di non affogare negli studi critici («Forse comprenderete poco, ma proverete sempre piacere e ascolterete la voce di qualcuno»), per Susan Sontag la lettura non è solo uno sforzo dell’intelletto ma un’attività dei sensi. Ecco cosa scrive nel saggio Contro l’interpretazione( Mondadori 1998): «La nostra è una cultura basata sull’eccesso e sulla sovrapproduzione, da cui consegue una costante diminuzione di acutezza della nostra esperienza sensoriale. Ma è a partire dalle condizioni dei nostri sensi, dalle nostre facoltà che si deve determinare il compito del critico ». Susan arriva a parlare di «erotica della lettura» e vuole riabilitare la centralità del testo letterario contro la guerra delle interpretazioni che finisce per centrare tutto su dettagli filologici, finendo per impoverire l’opera stessa. Scrittrice, giornalista e saggista, vissuta fra gli Stati Uniti e l’Europa (amava Parigi in particolare, tanto da essere sepolta al cimitero di Montparnasse), Susan Sontag è nota innanzitutto per i suoi straordinari reportage dai fronti di guerra, dal Vietnam al conflitto del Kippur fino a Sarajevo, in cui sempre ha denunciato gli orrori e le devastazioni di cui sono quasi sempre vittime i civili innocenti. Davanti al dolore degli altri è uno dei suoi ultimi volumi, apparso da Mondadori nel 2003, un anno prima della sua morte per leucemia.

Ora bene ha fatto l’editrice Medusa a pubblicare un libro che raccoglie quattro sue interviste fra il 1975 e il 2002 sotto il titolo Oltre la letteratura (Pagine 116. Euro 13,00) da cui emerge come una costante della sua riflessione sia la rilevanza dello sguardo narrativo sulla realtà, uno sguardo che non prescinde mai da un atteggiamento etico e anche spirituale. Proprio riferendosi al mondo degli scrittori (la sua preferenza va a Shakespeare e Dickens, ma anche a Canetti, Barthes e Benjamin), ecco cosa afferma: «Penso che la qualità dell’inaccessibilità, del mistero, sia importante, che ciò che è importante non possa essere colto in una sola lettura o in un solo sguardo. Questa è certamente una qualità di quella poca arte che dura ». E più avanti mostra di condividere appieno un’osservazione di Henry James («Niente è la mia ultima parola su qualsiasi cosa») e a sua volta commenta: «C’è sempre qualcosa di più da dire, qualcosa di più da sentire». La scrittura è rivelazione e insieme occultamento, nasce sempre sotto il segno del mistero. La sua è anche una lezione di umiltà: pur avendo ricoperto un ruolo importante come figura di intellettuale, Susan manifesta una certa insofferenza per coloro che pretendono di esprimere con le loro posizioni una verità assoluta e indiscutibile.

Insomma, non amava i maîtres-à-penser. Così, non ha alcun timore a polemizzare con l’intellighenzia americana progressista che al tempo delle proteste di Solidarnosc continua a difendere i regimi comunisti. E ricorda i suoi incontri con gli scrittori fuggiti dalla repressione sovietica come Josip Brodskij, il cui esilio stesso è testimonianza visibile dell’orrore. Memorabili poi, come sottolinea Luana Salvarani nella prefazione, le pagine in cui la Sontag «coglie con grande pregnanza, fin dall’era della Polaroid, il cambio di sguardo che la fotografia induce nell’uomo moderno». Susan ammette di essere ossessionata dalla fotografia e rileva la sostanziale differenza con la letteratura: «Gli scrittori fanno più domande. È difficile, per lo scrittore, lavorare sull’idea che tutto può essere interessante. Molte persone vivono la loro vita come se avessero delle fotocamere. Mentre la vedono, non possono dirla».

Ma il ruolo della fotografia rivela tutta la sua potenza nel caso dei conflitti: guardando le immagini di guerra dei fotoreporter siamo costretti a interrogarci. È come se scattasse in noi un processo di empatia. Come nel caso della notissima foto del bambino con la stella gialla e le mani alzate nel ghetto di Varsavia, una delle più emblematiche della Shoah. Più della parola, persino più delle immagini televisive che procurano assuefazione, le fotografie ci colpiscono e ci obbligano a fare i conti con la realtà. Inoltre, hanno una funzione estetica. Quando Susan visita il duomo di Orvieto, rimane impressionata dalla sua bellezza. Ma quando torna a New York e acquista un libro fotografico sulla cattedrale riesce a coglierne i particolari e i dettagli in maniera del tutto originale. E commenta: «La fotocamera eleva il frammento a una posizione privilegiata». La funzione della parola resta però per lei essenziale in un mondo che ne ha perduto il significato. E qui si ritrovano certo le sue origini ebraiche e, come rivela il figlio David Rieff nel libro Senza consolazione (Mondadori 2009), che descrive i momenti della malattia e della morte di Susan, la sua vicinanza al cristianesimo. Pur senza dirsi credente, la Sontag «nutriva da lunga data un apprezzamento razionale, alla Wilde, verso il cattolicesimo. Di certo non aveva nulla da spartire con la New Age o il buddhismo».

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