venerdì 28 febbraio 2014
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In tempi in cui giocare significa tenere un oggetto super tecnologico nel palmo della propria mano e schiacciare semplici tastini, oppure mimare gesti di fronte a uno schermo di alta definizione e ritrovarsi “avatar” in una realtà virtuale, ripensare a un gioco per cui erano fondamentali camerette spaziose e disposizione alla manualità e alla pazienza, sembra il trionfo del fuoritempo. Eppure il Subbuteo, in una maniera o nell’altra, resiste. Resiste soprattutto nella testa e nel cuore delle generazioni degli over 35 (facciamo anche 40) che da bambini e adolescenti hanno messo mano e immaginazione dentro quelle inconfondibili scatole verde chiaro al cui interno trovavano un mondo perfetto, finto e reale allo stesso tempo: il calcio vero, riprodotto a casa propria e di cui si era assoluti protagonisti. Un microcosmo il Subbuteo creato dall’inglese Peter Adolph, un appassionato - oltre che di football - di ornitologia che ritenne fosse perfetto il nome latino di una specie di falco, il lodolaio, per rappresentare un gioco in cui per mandare la palla in rete, occorre la beccata rapace sulla preda con un colpo fulmineo rigorosamente vibrato con l’ultima falange dell’indice.Progressivamente portato alla deriva, prima, e a fondo, poi, non solo dalla rivoluzione del microchip, ma anche da colossali errori di gestione delle multinazionali del giocattolo che lo hanno rilevato già negli anni ’80, il Subbuteo non è in realtà mai morto grazie al suo vasto popolo di aficionados con le tempie progressivamente grigie, capitanato da due fratelli genovesi, Arturo e Gian Battista Parodi. Sono i figli di Edilio, importatore e distributore di giocattoli che agli albori degli Anni ’70, incocciando in un’inserzione in una rivista specializzata in cui si cercavano partner all’estero per questo gioco dal nome strano, si ricordò proprio dei suoi rampolli impegnatissimi in sfide a calcio inscenate con i tappi delle bibite: a lui, a loro, si deve il boom del Subbuteo a livello italiano, europeo e mondiale. E dopo i ’90, si deve sempre ai Parodi la ribellione a una morte annunciata con la creazione dello Zeugo, “gioco” in genovese, che riproponeva in maniera fedele e competente la versione più felice del calcio da tavolo inglese, collocabile temporalmente negli Anni ’70, con miniature dipinte a mano, le tradizionali basi a dischetto con peso all’interno, un campo che migliorava il vecchio e meraviglioso panno in tessuto verde bandiera e che potrebbe venire tranquillamente paragonato al sintetico rispetto all’erba dei terreni veri. Lo Zeugo, lo vediamo, lo sappiamo, e lo sanno anche i suoi produttori, oggi non è né il primo, né il secondo giocattolo più cercato e venduto nei negozi (purtroppo, viene da aggiungere), ma è importante che esista e che diffonda ancora la vera dinamica e soprattutto filosofia del Subbuteo “vintage”, che per tanti è stato molto più di un gioco, ha avuto confini molto più vasti dello steccato o - per chi voleva esagerare - degli spalti che delimitavano il campo di gioco, che i più “professionals” (o dotati di papà particolarmente abile nel bricolage) avevano saldamente assicurato a una liscia asse di legno più o meno spessa. Tornei, coppe, campionati dalle formule più svariate, contesi con gruppi di coetanei, compagni di classe: quindi aggregazione. Partite di 15’ per tempo, gioco esclusivamente a punta di dito, regole ben precise, tattiche da applicare a seconda dell’obiettivo da raggiungere: quindi manualità, attenzione, dedizione, disciplina. Infine maglie, squadre, giocatorini coloratissimi o completamente in bianco, e decorabili a piacere: quindi fantasia, creatività. Un pacchetto che non è per nulla riproducibile anche dal videogame più realistico e originale: e il problema vero non è tanto su come sia proposta l’odierna simulazione del calcio, ma la sua facile, teleguidata fruizione. È provato che il bambino, il ragazzino sono immediatamente attratti dalla “scenografia” del Subbuteo o dello Zeugo: squadre schierate, palla, porte, il conosciuto flash di colori negli occhi, impossibile da ignorare. Poi, però, c’è il gioco, che richiede appunto applicazione, allenamento, pazienza e soprattutto un gesto preciso, studiato, è un po’ come imparare a suonare uno strumento. E la cultura da “tutto e velocemente”, nata dalle consolle, fa saltare quasi sempre il banco. Il Subbuteo - quello d’antan, non quello “liofilizzato” ripreso a produrre da un paio d’anni a questa parte - torna ora nelle edicole in una delle iniziative periodicamente proposte da un noto quotidiano sportivo. Si infiammerà qualche cuore, si aprirà qualche porta della memoria, ma il fondato timore è che tutto succederà in coloro che la magìa l’hanno vissuta in diretta, tanti anni fa, nelle stanzette degli amici, nelle taverne delle case di vacanza. Ogni generazione ha avuto i suoi sogni, e il Subbuteo non sarà più quello dei ragazzini di domani: ma chi c’era negli Anni ’70, sa che lì, davvero e in quei pomeriggi infiniti pieni di colori e improvvisate telecronache, la fantasia andò davvero al potere.
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