mercoledì 8 gennaio 2014
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l tempo passa, per i divi e per i pugili. Ma ci possono essere per entrambi tentazioni cui è difficile resistere. Complice l’età e l’esperienza, il match si è profilato da subito davvero grande: Robert De Niro, già Jake LaMotta-Toro scatenato vs. Sylvester Stallone-Rocky Balboa. Miracolo dello sport, del cinema e di una divertente sceneggiatura, quella de Il grande match di Peter Segal – da domani in sala – in cui i due indimenticabili e inossidabili attori-boxeur tornano sul ring per sferrare nuovi fendenti e, proprio allo scoccare dell’ultimo round, riflettere sulla vita che fu e sarà. Ha settant’anni Bob e ne ha sessantasette Sly: si vedono tutti sullo schermo e non li vogliono certo nascondere. Si riciclano, con una gran dose di ironia, rispettivamente nei personaggi di Billy "The Kid" McDonnen e Henry "Razor" Sharp, due pugili di Pittsburgh già accaniti rivali, il primo ancora in attesa della rivincita che il secondo non gli ha mai concesso, complice un inaspettato ritiro. Si rimettono in gioco: allenamenti massacranti costellati da complicazioni familiari – e la passione comune per Kim Basinger – oltre che muscolari. Eppure, proprio durante la preparazione psicofisica e ancor più nel momento in cui fanno volare ganci e diretti e il sangue cola, quelli che vanno a tappeto non sono i loro corpi, ma le loro inutili rivalità, le loro fatue illusioni.I due attori sono arrivati ieri insieme a Roma per la presentazione del film. «Invecchiando, ci si rende conto che le cose che si credevano importanti oggi lo sono meno. La vita continua, ma bisogna prenderla alla leggera» inizia De Niro. Stallone precisa: «Nel film abbiamo portato tutto il bagaglio della nostra storia e della nostra esperienza». Riferimenti a Rocky e Toro scatenato sono, dunque, inevitabili. Stallone: «Sicuramente ho ripreso certi suoi movimenti, la meccanica fisica è simile, la voce profonda è la mia. Ma i problemi dei due sono completamente diversi». De Niro: «Soltanto poche cose fisiche ricordano il personaggio del film di Scorsese». Poi, ragionano sulla boxe: «È uno sport che simboleggia la battaglia che si conduce dalla nascita alla morte – medita Stallone – è una metafora della vita. Quando è fatta bene, tutti capiscono qual è la posta in gioco e per questo ha sempre successo». Più ardito il paragone del collega: «È davvero una battaglia, come quelle di Ercole. La boxe è qualcosa di mitologico».Si scambiano battute: «De Niro mi ha portato via tutti i ruoli, non ho avuto la capacità e resistenza di fare tutto ciò che ha fatto lui. Ma, passati sedici anni da Copland, le nostre strade si sono di nuovo incrociate e questo mi ha reso felice». Risponde Bob: «Mentre lui stava girando Rocky, io stavo interpretando New York New York: eravamo diversi, non siamo mai stati rivali». Duplice riflessione sull’età. De Niro: «Invecchiando ti rendi conto che alcune cose sono molto meno importanti di una volta, la vecchiaia è un’opportunità per sistemare quelle in sospeso». Stallone: «È frustrante, perché quando arrivi a capire cos’è la vita, è quasi finita! Si è più saggi, ma quella saggezza non la puoi più usare». Rimpianti? «Ci sono stati alti e bassi nella mia carriera – confessa – mi piacerebbe tornare indietro e risolvere qualcosa. Ma abbiamo avuto delle vite piene». Chiude De Niro: «Ho avuto tanto successo, così come tanti rimpianti e rimorsi. Ma sono del tutto personali».
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