venerdì 16 ottobre 2015
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Daniel Spoerri, alla bella età di 85 anni, non ha messo le pantofole. Anzi, dicono che abbia collezionisti, direttori di musei e galleristi davanti alla porta di casa che continuano a chiedergli nuove opere. Spoerri, svizzero, con una storia di spessore internazionale, divisa tra America ed Europa (ha insegnato a lungo anche in Germania e ha rapporti stretti con l’Italia), è stato un anticipatore della cultura 'Eat' oggi tanto in voga, anche in considerazione dell’Expo che sta per finire, dove cibo e nutrizione, agricoltura e vita sana hanno tenuto banco sui media per sei mesi. Forse si è parlato poco di quanto è vera premessa a una cultura del cibo che sia 'giusta' e 'solidale', ancor prima che attenta alla qualità delle materie prime e del modo di trattarle. Esiste una parte molto consistente di popolazione mondiale che ancora ha come primo problema quello di riempire la pancia almeno una volta al giorno, mentre ogni anno si gettano nella spazzatura un milione di tonnellate di alimenti. Il cibo, lo stile di alimentazione che una società esprime, è una cartina di tornasole del modo di comportarsi verso il prossimo. Si diceva, nel gergo popolare, «dimmi come parli e ti dirò chi sei»: era anche un test sul grado di analfabetismo culturale, ma oggi si potrebbe parafrasare in «dimmi come mangi e ti dirò chi sei». Spoerri aveva cominciato come ballerino, spinto da Max Terpis che gli fece vedere le possibilità della «danza come fenomeno espressivo ». Forma e movimento, istante e liberazione dei sensi: «I colori – diceva Terpis – si esprimono nel movimento». Poi andò a Parigi a studiare pantomima. E lì conobbe alcuni artisti, fra questi anche Jean Tinguely, con cui poco dopo avrebbe formato il gruppo del 'Nouveau Realisme'. Negli anni Sessanta Spoerri cominciò a comporre gli ormai celebri tableau-piège, i quadri-trappola. Avvenne dopo aver incontrato a Parigi Marcel Duchamp nel 1959 (e fa impressione sentirlo dire che «Duchamp all’epoca non era ancora così noto, su di lui era stata pubblicata solo una monografia dell’amico Robert Lebel»: un mito può darci l’impressione di essere sempre stato tale, mentre alla nostra memoria breve basta mezzo secolo per perdere le tracce che hanno reso tale quel mito). I quadritrappola sono fatti con oggetti assemblati su una tavola nella stessa posizione in cui l’artista li ha trovati (cioè in un disordine casuale) e incollati al supporto che poi viene appeso al muro ribaltando l’asse visivo: ogni oggetto figura in orizzontale e sembra negare la forza di gravità. Questa assenza di peso, questa finzione, non è diversa, in fondo, da quella che ci 'inganna' in una natura morta, col trompe-l’oeil pittorico.

«Tableau-piège Serie Sevilla n. 11» (© Land Niederösterreich Landessammlungen)Nel 1966, mentre già la critica si interessa al suo lavoro, Spoerri parte per New York e lì inventa un nuovo filone della 'natura morta', quasi una filiazione diretta della società dei consumi. Spoerri conia per queste opere un nome profetico: Eat art. E così anticipa un discorso oggi di moda. Qualcuno anni fa disse che il mercato stava diventando esperto di «vita sana». Il mercato, cioè, aveva capito che l’ossessione della salute e l’ecologismo nelle sue moltissime varianti sarebbe presto diventato un business. La filosofia slow food è certamente animata dalle migliori intenzioni, ma sappiamo bene che chi mangia sano quasi sempre è uno che può spendere per un cibo o una cucina di qualità 'pulita'. Il pauperismo non va sempre d’accordo con la vita sana (un tempo si diceva che il design industriale sarebbe stato il mezzo per portare la modernità e il vivere bene all’uomo comune, ma il design si è rivelato un valore aggiunto accessibile perlopiù al ceto benestante. Argan proprio negli anni Sessanta aveva dovuto registrare il fallimento di questa utopia in cui aveva creduto). La mostra, molto ampia, che Modena dedica a Spoerri è in gran parte imperniata sul filone Eat Art. Ne esce un 'quadro' istruttivo. Spoerri si rivela un barometro delle trasformazioni sociali. L’elemento fondamentale non sono gli oggetti che compaiono su queste 'tavole' poste in verticale, e nemmeno il loro ordine nello spazio delimitato dal supporto. Ciò che le caratterizza è il tempo come traccia umana, che si manifesta in due dispositivi estetici: la violazione apparente della legge di gravità e lo sporco che troviamo spesso su piatti e stoviglie. Spoerri ci parla dell’uomo, del suo passaggio. Mentre la natura ha un ordine che corrisponde a precise leggi di sviluppo, l’uomo è quanto di meno naturale ci sia: quando passa in un luogo l’uomo lascia tracce che possono anche mutare le leggi della natura, e deposita dietro di sé scorie che trasformano l’ecosistema. L’uomo sporca in modo diverso dal mondo animale e vegetale; l’uomo spazza le foglie secche dai marciapiedi (perché camminare su un letto di foglie lo infastidisce), ma non si fa troppi problemi a buttare fazzolettini da naso, bottiglie, scatole di sigarette o altro ai margini delle strade o nei prati, a scaricare rifiuti tossici in mare… L’animale si sfama, l’uomo consuma. Il ciclo biologico diventa allora un ciclo produttivo, cioè una idea di sovrappiù (profitto): più produzione più ricchezza… più scorie. La vita inquina, così l’ecologismo e il salutismo invocano una purità che, talvolta, è il limite più prossimo alla morte (la morte riporta l’uomo nel ciclo biologico, lo disperde nella natura: lo rende di nuovo polvere). Insomma, l’uomo è una vera contraddizione. La mostra di Modena è 'completa', un autoritratto: ceci c’est Spoerri. Oppure: le tableau- piège c’est moi. Spoerri s’interroga sulle ragioni del cibo; sul modo di stare a tavola; sui valori culturali della nutrizione (il pane, per esempio, che nelle sue opere diventa scultura, forma plastica; Arturo Martini raccontò del fratello che con la mollica di pane aveva fatto una scarpetta e col proprio sangue le aveva dato un colore, e diceva: questa è la scultura). Spoerri fonda la Eat art e va fino in fondo: nel 1968 apre a Düsseldorf un 'Restaurant Spoerri' e poi una 'Eat art Gallery'. Fa sorridere pensare che vi sia qualcuno oggi che dice dobbiamo fare l’arte a immagine di slow food, bisogna fare la slow art. Il fatto è che a Düsseldorf chi entrava nel ristorante di Spoerri si trovava di fronte alla possibilità di scegliere tre menù: il terzo era il piatto del giorno, il più economico, polenta e zampone con tartufo bianco; il secondo era a base di carne di manzo servita con molto aglio e patate; il primo, ecco l’ironia dell’artista, era basato sul principio 'tutto è commestibile' «ed era caratterizzato – dice Spoerri rispondendo alle domande di Nicoletta Ossanna Cavadini nel catalogo della mostra edito da Silvana – da elementi che provenivano da tutto il mondo, dalle proboscidi di elefante ai serpenti, dalle termiti ai vermi cotti, il tutto farcito con miele e cioccolato, ed era il menù più caro e ricercato». Si capisce quanto di 'antiborghese' vi sia in una idea del genere e si torna alla diade surrealista 'disgusto e desiderio', al perturbante che si trasferisce dall’arte al cibo e torna a essere critica del proprio tempo.
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