mercoledì 15 marzo 2017
Per il sociologo delle religioni Peter L. Berger «non è vero che a più modernità corrisponda meno religione». «Libertà personale e dignità umana sono presupposti irrinunciabili»
Peter Ludwig Berger, sociologo delle religioni

Peter Ludwig Berger, sociologo delle religioni

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Tra un paio di giorni, il 17 marzo, Peter L. Berger compirà 88 anni. «E pensi che venticinque li ho impiegati per cambiare idea », commenta l’interessato con il consueto umorismo. Viennese di nascita, Berger si è stabilito negli Stati Uniti subito dopo la Seconda guerra mondiale, affermandosi come uno dei più influenti sociologi delle religioni a livello internazionale. I suoi studi si sono a lungo fondati sulla teoria della secolarizzazione ma poi, alla vigilia del nuovo millennio, il professore si è accorto che qualcosa non andava. «La secolarizzazione partiva dal presupposto che a più modernità corrispondesse meno religione. Ma questo non è vero», spiega riferendosi al processo di revisione ora testimoniato da I molti altari della modernità (traduzione di Mario Mansuelli, Emi, pagine 208, euro 19,00), un libro che si sofferma sul destino delle «religioni al tempo del pluralismo » nel tentativo di individuare un nuovo paradigma interpretativo. «La mia è una proposta – dice –, adesso c’è bisogno che altri contribuiscano a svilupparla».

In che consiste l’errore della secolarizzazione?

«Nell’assumere un punto di vista limitato. Se guardiamo in maniera distaccata alla situazione internazionale, dobbiamo ammettere che la religione oggi è più importante che mai. Fanno eccezione i Paesi dell’Occidente e una ristretta intellighenzia cosmopolita che si adegua a una visione secolarizzata, ma per il resto è tutto un fermento: l’islam, il pentecostalismo evangelicale in America Latina e altrove, lo stesso Stato di Israele».

Secolarizzazione addio, dunque?

«Non del tutto. Se il postulato della cosiddetta “età secolare” si è rivelato fallace, nondimeno è innegabile l’esistenza di un “discorso secolare”, che si esprime nel pluralismo e, in modo ancora più articolato, nella varietà di registri e convinzioni con la quale ciascuno di noi si confronta nell’esperienza quotidiana. Un buon esempio è quello dell’ospedale: anche nel caso di un ente di ispirazione religiosa, il processo di diagnosi e di cura avviene secondo un protocollo rigorosamente scientifico. Del tutto secolarizzato, si potrebbe dire. Ma questo non impedisce che in un ospedale si preghi, si legga la Bibbia, si cerchi il conforto del cappellano».

È un effetto del pluralismo?

«Dei pluralismi, bisognerebbe dire, perché il fenomeno è duplice e agisce su due livelli diversi. Il primo è di natura individuale: ognuno di noi si trova nella necessità di operare un negoziato continuo tra credenze e infor- mazioni anche discordanti. La seconda istanza, invece, riguarda la dimensione pubblica, istituzionale. I rapporti fra lo Stato e le varie confessioni sono sempre più complessi e nello stesso tempo irrinunciabili. Per affrontare processi epocali come quello delle migrazioni abbiamo bisogno di un paradigma che tenga conto di entrambi gli aspetti».

Lei come guarda a queste trasformazioni?

«Quando considero quello che sta avvenendo in molti Paesi d’Europa, Italia compresa, mi pare che l’integrazione sia una meta accessibile. A patto che si riconosca la straordinaria esperienza di libertà e di umanità che nelle migrazioni si manifesta, è chiaro».

Eppure la tentazione di costruire muri e barriere è sempre più forte.

«Sì, ma il movimento dei migranti è comunque inarrestabile. Anche chi non vuole convincersene deve interrogarsi su quale sia l’alternativa. Abbiamo paura che l’altro metta in pericolo le nostre convinzioni? Ma in che cosa consistono le nostre convinzioni? Il relativismo nichilista non può essere una risposta al fondamentalismo. La posta in gioco è un’altra».

Vale a dire?

«La libertà religiosa, senza la quale non esiste pluralismo. La dinamica che sto cercando di descrivere può mettersi in atto solo se le persone sono lasciate libere di professare la propria fede senza costrizioni né condizionamenti di sorta. Anche da questo punto di vista, il percorso compiuto dalla Chiesa cattolica rappresenta un precedente di estremo interesse. In meno di un secolo si è passati da una concezione che escludeva qualsiasi compromesso con il mondo contemporaneo alle aperture del Concilio Vaticano II, le cui dichiarazioni in materia di dignità umana e libertà religiosa rappresentano oggi un caposaldo del pluralismo».

Qualcosa del genere potrebbe accadere nell’islam?

«Non azzardo previsioni, ma è indubbio che, fra tutti i negoziati in corso, quello con i musulmani sia il più urgente e delicato. Sul piano delle idee si notano già progressi apprezzabili: un islam meno tradizionalista e più democratico è un obiettivo condiviso da diversi intellettuali, che premono anche per un maggior dialogo interreligioso. Sul campo, purtroppo, la situazione non altrettanto incoraggiante e non vedo come la minaccia del Daesh possa essere sconfitta se non con un intervento militare. Più in generale, per quanto riguarda l’integrazione dei musulmani nei Paesi occidentali, il criterio da adottare dovrebbe essere quello del pronto soccorso».

Torniamo in ospedale?

«Codice verde per i comportamenti che, già adesso, sono perfettamente compatibili con la convivenza democratica, e codice rosso per le pratiche che, al contrario, non possono essere assolutamente tollerate e anzi vanno perseguite penalmente: la mutilazione genitale femminile, il fanatismo violento eccetera. Tra un estremo e l’altro c’è il codice giallo, che è il territorio del negoziato. Mettiamo che in una scuola le famiglie musulmane chiedano il rispetto della separazione tra maschi e femmine durante gli eventi sportivi. Andare allo scontro, magari imponendo la promiscuità, non produrrebbe alcun beneficio. Siamo in codice giallo, possiamo e dobbiamo discuterne. È un modo, tra l’altro, per sostenere e diffondere il pluralismo».

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