sabato 6 maggio 2017
Al via il ciclo di spettacoli classici. Il direttore artistico Roberto Andò: «Sono vicende eterne che ci scuotono, sempre»
Siracusa, tragedie al tempo di oggi
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«Quando si sta seduti fra queste pietre, anche se non c'è nulla sul palcoscenico senti forte la sensazione di trovarti davanti a uno spazio straordinario, unico, dove si misura l'essenziale, che ti consente ogni volta di confrontarti con una idea del teatro nel senso più grande. I greci si sono inventati un dispositivo per mettere in contatto se stessi e la città con gli dei, intrecciare la politica e i contatti umani. Uno stile ancora cardine nell'Occidente». Roberto Andò, regista trasversale, capace di spaziare dalla prosa al cinema fino alla lirica, è il direttore artistico della Fondazione Inda, l'Istituto nazionale del dramma antico promotore a Siracusa dello storico ciclo di spettacoli classici che lo scorso anno ha portato nella cavea del teatro greco quasi 120mila spettatori: quello che inizia oggi (il 53°) vede la "trilogia" Sette contro Tebe di Eschilo, Fenicie di Euripide e Rane di Aristofane. Un ritorno a Siracusa per il regista palermitano che aveva diretto anni addietro l'Ortigia Festival. E proprio all'idea del festival guarda Andò anche per gli spettacoli dell'Inda: «La scommessa è far diventare questo ciclo di rappresentazioni un vero festival, per uscire dall'approccio più "museografico" del secolo scorso, e pensarlo come un palcoscenico che accolga lo sguardo della scena contemporanea sul mito e sul classico, un luogo in cui ci si ritrovi intorno a storie precise, dei tragici o della commedia, ma con la temperatura di oggi».

Serve un modo nuovo di animare la tradizione?
«La tradizione di cui spesso si parla è un'invenzione. Poi la tradizione si adatta a un tempo. Quello che non deve esserci è il "custode" della tradizione, che poi in realtà la fa morire. Il teatro permette di verificare ogni volta l'autorevolezza dell'umano: i classici si adattano in maniera speciale a questo. Allora il teatro greco di Siracusa può essere un cantiere con l'obiettivo di mostrare i linguaggi e le forme attraverso cui i registi di talento perpetuano e vivificano la tradizione e quella drammaturgia, e da cui nascano spettacoli in grado di far risuonare ancora più urgenti e vicine a noi le tante domande essenziali sul vivere, sull'amare, sul lottare, sul morire, consegnateci dai tragici».

Cosa raccontano Sette a Tebe e Fenicie all'uomo di oggi?
«Sono due modi diversi di raccontare la stessa vicenda: i fatti cruciali coinvolgono i fratelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo, e culminano nella loro reciproca uccisione. È una guerra fratricida, una lotta per il potere. Sullo sfondo c'è Tebe, una città assediata e contesa, che, interrogandosi sul proprio destino, si fa emblema di una strenua difesa della democrazia, un tema che oggi sembra riguardarci più che mai».

Due tragedie, e una commedia, le Rane: testo che critica la politica e la gestione del potere nella grande crisi di Atene del 405 a.C.. L'ultima volta che è stata messa in scena a Siracusa, nel 2002, il regista era Luca Ronconi. Con non poche polemiche per i cartelloni con le caricature dei governanti di allora, Berlusconi, Bossi e Fini...
«Mi chiamò quasi spaventato... "Che faccio adesso?". Scelse di toglierli, ma era solo una chiave per indicare il potere, in quel momento. In realtà lui non era mai stato uno che soffiava sul fuoco dell'attualità e della politica. Si muoveva su rotte diverse. Era piuttosto alieno. Se lo fece è perché lo aveva sentito in quel testo, e c'era la necessità di farlo. Con le Rane Aristofane sfruculiava il potere. Persi i connotati della Atene di allora, il regista deve proporre un registro che aiuti lo spettatore a decifrare quelle parole. A partire dai testi. Senza forzature».

E quale sarà il registro di Giorgio Barberio Corsetti con Ficarra e Picone nei panni di Xantia e Dioniso, reduci dal film "politico" L'ora legale?
«Gli spettacoli vanno visti. Siamo ancora alle prime scene (il debutto sarà il 29 giugno, ndr). Il regista ha la possibilità di giocare con la forza comunicativa di due comici irresistibili. È un testo in cui il teatro fa uno sberleffo al potere. Dopo i due testi tragici che raccontano la lotta per il potere di due fratelli, secondo le visioni di Eschilo ed Euripide, ecco chiudere con l'esilarante contesa su chi è il miglior tragediografo fra i due, con l'opportunità di assistere a una disamina critica degli esiti morali e ideologici di quella stessa poetica. La tragedia come la politica. Lo spettatore può qui chiudere il cerchio».

E quando un comico conquista il potere?
«Ci sono comici involontari che lo conquistano. I veri comici stanno lontani dal potere. Il comico francese Colushe c'ha provato per dimostrare l'incapacità dei politici francesi, raccolse molte simpatie, ma fu poi osteggiato e non c'è riuscito...».

Sono temi che lei affronta nei suoi ultimi scritti e film. Il libro Il trono è vuoto, le pellicole con Toni Servillo protagonista di Viva la libertà e Le confessioni: qui abbiamo il monaco Roberto Salus al G8...Il silenzio che spiazza i potenti. C'è molto del suo lavoro in queste tragedie?
«Riprendendo una battuta di Bertrand Russell – "Tutta la filosofia occidentale è una postilla a Platone" – possiamo dire che "tutta la nostra immaginazione è una postilla alle tragedie". Qui troviamo tutto. Di teatrale nelle Confessioni c'è l'idea che un gruppo di potenti si riunisca in un luogo chiuso a ragionare con un uomo che li sorprende. Muto, in un silenzio devozionale. Un linguaggio che li mette all'angolo. Mette il potere di fronte a domande che stanno in un cielo più alto di quello che hanno costruito. La loro economia diventata teologia viene spiazzata. E vengono sconvolti dalla paura di non avere più il pallino del potere in mano».

In tutto questo c'è qualcosa di Sciascia, a cui lei è stato profondamente legato.
«Nelle Confessioni, anche senza rendermene conto sono finito per rimandare col pensiero a Todo modo. Sciascia è una voce unica nella capacità di declinare i temi politici attraverso la forma del giallo. Si sente il respiro di una coscienza inquieta. Innamorato della verità. Con un grande sentimento di pietà. Prendiamo L'affaire Moro: Sciascia ritiene di restituire autenticità a Moro e di credere alla sua verità, quella che non riconoscono i suoi amici, perché ritenuto non credibile, sotto scacco. Sciascia mostra la pietà. Per gran parte della mia vita ho pensato durante le grandi fasi dei rivolgimenti civili, che non ci fosse la necessità della pietà. Oggi rivendico questo sentimento come possibile. Un'eredità di speranza. Nelle Confessioni ho accettato il rischio di una ipotesi di bene».

E nelle tragedie?
«Ci sono il terrore, il dramma, la paura, ma poi c'è proprio la pietà. Nelle due vicende si insinua il personaggio di Antigone a cui è delegata la possibilità di una via di uscita, della speranza e della pietà. Le tragedie lasciano questo sentimento. È la pietà che spinge alla catarsi. Ed è la pietà che il pubblico cerca. L'interamente umano di fronte a storie e vicende che hanno qualcosa di disumano. Ieri come oggi».

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