sabato 18 ottobre 2014
COMMENTA E CONDIVIDI
Per essere cambiato, il mondo è cambiato. E l’Italia non è più quella del 1954, l’anno in cui un gruppo di giovani intellettuali bolognesi si lanciava nell’avventura di una nuova casa editrice. La chiamarono “il Mulino”, come la rivista che avevano iniziato a pubblicare dal 1951 e con la quale avevano già ottenuto attenzione e riconoscimenti. Il Mulino era un piccolo cenacolo illuminato, nel quale la tradizione liberale si affiancava a quella cattolica. Ne facevano parte, tra gli altri, Giovanni Evangelisti, Nicola Matteucci, Ezio Raimondi (il grande critico letterario morto nel marzo scorso alla soglia dei 90 anni) e Luigi Pedrazzi, che ora quasi non crede ai suoi occhi davanti al programma di “Futuro al presente”, la festa con cui il Mulino ha deciso di celebrare la ricorrenza del sessantennale. Due giorni di incontri su scienza e letteratura, politica e società, che culmineranno oggi pomeriggio nell’attesa lezione del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. «Perché i tempi stanno cambiando», annuncia il titolo, e non è solo una citazione da Bob Dylan. «Il contesto attuale è in piena mutazione, anche per quanto riguarda l’editoria», ammette Pedrazzi. La crisi lambisce perfino la redazione di Strada Maggiore, ma il fondatore resta convinto che i giovanotti del ’54 avessero avuto un’ottima idea. Quella, cioè, di allestire un catalogo nel quale le scienze sociali rivendicassero con forza lo spazio che fino a quel momento, in Italia, era stato loro negato.Quanto fosse importante l’intuizione lo si capisce adesso, mentre nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio si susseguono gli interventi dell’imponente convegno “Insegnare e imparare”, che del calendario di “Futuro al presente” costituisce uno degli appuntamenti principali. Dire che si dibatte di scuola non è abbastanza: si passano in rassegna i dati sulla dispersione e le indagini internazionali sulla qualità dell’insegnamento, ma ancora una volta è del nostro Paese che si discute. Di sfide in gran parte inedite, come quella dell’integrazione fra culture diverse. E di questioni che rischiano di apparire antiche, prima fra tutte la capacità di favorire o addirittura determinare i processi di trasformazione sociale che la scuola italiana riesce o non riesce a esprimere.La struttura, forse un po’ macchinosa, si rivela ricchissima di spunti: quattro relazioni portanti, affidate a specialisti, e quattro coppie di insegnanti che, di volta in volta, reagiscono alla provocazione del caso. E c’è da dire che, quanto a provocazioni, gli studiosi di chiara fama non si risparmiano. Si comincia con il linguista Edoardo Lombardi Vallauri, che bruscamente esorta a non confondere l’apprendimento con l’assimilazione di formulazioni concettuali («A contare veramente è la percezione della realtà», insiste), e si prosegue con Norberto Bottani, uno dei massimi conoscitori europei dei sistemi di valutazione scolastica. «Volete sapere se dall’Unità a oggi la scuola italiana è peggiorata?», domanda per subito darsi una risposta: «In sostanza no. Però neppure è migliorata. È rimasta terribilmente mediocre». I molti insegnanti presenti in sala provano a sistemarsi sulle sedie, ma il fuoco di fila non è ancora finito. Appena il tempo di tirare il fiato con il direttore di “Scuola Democratica”, Luciano Benadusi (le osservazioni, nella fattispecie, riguardano più che altro il progetto governativo della “Buona Scuola”, giudicato non troppo innovativo per quanto riguarda i processi di formazione e motivazione dei docenti) e arriva la bordata finale. L’economista Daniele Checchi incrocia statistiche, ricostruisce curricula e carriere, giunge a una conclusione sconfortante: «Negli anni Settanta solo il 12% della popolazione scolastica italiana arrivava a conseguire la laurea – scandisce –, oggi la quota sfiora e non raggiunge il 17%. Poco più di quattro punti in quarant’anni: troppo poco, da ogni punto di vista».Non per questo gli insegnanti interpellati rinunciano a ribattere. Luigi Monti insegna italiano agli stranieri a Nonantola, in provincia di Modena, e collabora intensamente agli Asini, combattiva rivista di spiccata vocazione educativa. Una via d’uscita, per lui, è quella dell’ironia: «Buona scuola? Per molti di noi sarebbe già tanto una scuola tollerabile». Mariangela Caprara, del liceo Michelangiolo di Firenze, risolleva per un attimo gli animi degli umanisti con l’episodio della ragazza che vuol frequentare il classico perché così, accada quel che accada, almeno avrà imparato il greco. Si unisce al dibattito la scrittrice-insegnante Mariapia Veladiano. «Mi chiedete se è rimasto qualche buon motivo per fare il nostro mestiere – esordisce –. La mia risposta è che è un’attività libera, che rende liberi e che permette di trasmettere libertà, di favorire l’integrazione. E questo, credetemi, è qualcosa che ormai solo la scuola può fare».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: