giovedì 22 agosto 2019
Il 3 settembre 1989 moriva il difensore che vinse tutto con la Juventus e con l'Italia i Mondiali del 1982. Il ricordo di Gaetano Scirea, un libero sul campo come nella vita
Gaetano Scirea (1953-1989), difensore della Juventus e della Nazionale (LaPresse)

Gaetano Scirea (1953-1989), difensore della Juventus e della Nazionale (LaPresse)

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Trent’anni da quel 3 settembre 1989. L’ultimo, tragico atto di vita dell’Angelo Calciatore, di Gaetano Scirea. Un libero (sul campo e nella vita, libero dalle maschere e dalle ipocrisie) che tutto aveva vinto con la Juventus e, come perla lucente, il trionfo al Mundial di Spagna dell’82 con gli azzurri di Enzo Bearzot, il Vecio narrato da Giovanni Arpino; e che era diventato vice allenatore in bianconero al fianco di suo fratello maggiore Dino Zoff. Poi, quella strada in Polonia e l’incidente automobilistico e il dolore particolare e universale, l’incredulità e il pianto.

Ma lui è ancora qui. Con il suo sorriso leggero. Lo sento, lo vedo. Mai una espulsione, il simbolo perfetto della classe e della correttezza. Sapeva fare tutto, anche il centrocampista e l’attaccante: con la semplicità e la bravura di chi è dotato di un talento innato, di chi possedeva nelle proprie vene, come un dono, come un segno indelebile e ancestrale, quel saper dominare un pallone. Lo rispettavano compagni e avversari. Per lui giocare rappresentava una allegria, non solo un mestiere. Si muoveva sul prato verde a testa alta, con una eleganza quasi atavica: era il calcio nella sua essenza e nella epifania, nella sua volontà e nella sua rappresentazione. La perfezione che sposava l’umiltà: questo significa essere fuoriclasse.

Questo era l’Angelo Calciatore. Sempre e per sempre. Ma non era solo tutto questo. Scirea era un campione anche fuori dal campo. Gentile, generoso, disponibile. Non sprecava le parole, gli aggettivi. Sapeva parlare con uno sguardo. Con il silenzio. Sì, con il silenzio. Come le persone più autentiche e sensibili. «C’è un tempo perfetto per fare silenzio», canta Ivano Fossati. Come ci manca, fra un milione di altre cose, Gaetano: in questa società così esasperatamente piena, strapiena di blablabla. Rumorosi, vuoti, volgari, inutili.

Disse bene Dino Zoff: «Mi manca il suo silenzio». Anche a me, anche a noi: che abbiamo avuto la benedizione di conoscerlo, di abbracciarlo. Sempre e per sempre. Sì, Gaetano era mio amico. Come lo sono ancora oggi la moglie Mariella e il figlio Riccardo. I ricordi sono tanti, spesso mi avvolgono come un riverbero di luce improvviso in certi inverni. Così come è forte la nostalgia, la saudade: ma niente è andato perduto, restano - immutabili - i gesti, l’esempio e quell’affetto che resterà il nostro filo conduttore, il senso di una “durata”. Scrive Peter Handke: «Ecco, la durata è la sensazione di vivere».

Agli allenatori dei giovani calciatori chiedo questo: prima di cominciare una stagione, ma anche un allenamento, una partita, radunate i vostri atleti e raccontate loro chi era Gaetano Scirea. Raccontate, vi prego raccontate, di quel giocatore che vestì la gloria con semplicità, che fu etica ed estetica, pane in tavola, un punto di riferimento, un giglio. Sempre e per sempre.

Ho scritto di quell’ultima volta. Così. Di quel giorno, Gaetano, ricordo quel bussare alla porta della mia stanza d’albergo. Sto guardando la diretta della partita di qualificazione mondiale tra Brasile e Cile. 3 settembre 1989. Fuori dalla finestra, in quella notte maledetta, posso immaginare il mare di Napoli. Quel mare che è un intreccio di misteri, di speranze e di attese. Un petardo ha colpito il portiere cileno, Rojas, che si lamenta, perde sangue: «Non posso continuare, non posso continuare».

È una commedia, la commedia di un uomo che pensa di far del bene alla propria patria (mi disse proprio così, quando lo incontrai, due anni dopo, in un bar a Santiago del Cile). Ma tu sei già morto, in Polonia, su un’inutile strada per un inutile viaggio. Rojas fingeva e tu morivi. E io sento bussare alla porta e sono infastidito, perché sto seguendo le proteste dei brasiliani e la recita dei cileni. Chi diavolo può essere? A quest’ora? Ho già dettato il mio articolo sul Napoli al mio giornale. Non aspetto nessuno. Non voglio vedere nessuno. Mi capitava spesso, durante le trasferte per lavoro. Cominciavo a odiare le tavolate di giornalisti: le stesse battute, le stesse “vittime”, gli stessi pettegolezzi. Il bere, il mangiare, l’ultima passeggiata, la telefonata alla moglie o alla fidanzata, il libro, che spesso restava lì sul comodino.

Bussano. «Rojas proprio non si alza» dicono i telecronisti. Il Brasile rischia di non partecipare al Mondiale di Italia ’90, quasi sicuramente verrà assegnata al Cile la vittoria a tavolino, quel petardo è partito dagli spalti brasiliani, non ci sono dubbi. Invece, Rojas, si era portato dietro una lametta, aspettava soltanto l’occasione per ferirsi, gli avevano detto: «Il clima sarà incandescente, potrebbero lanciare degli oggetti, capisci Rojas?». E Rojas aveva capito. Continuano a bussare, con insistenza. Non ho voglia di alzarmi, sono sdraiato sul letto e fuori si agita il mare di Napoli. Io tifo per il Brasile, da sempre. In Brasile ci sono nato e la prima squadra del cuore è stata il Palmeiras. E il Brasile è lì, che dice a Rojas di mettersi in piedi. Tutto il Maracanã sembra ribollire, la gente urla, i cileni vogliono lasciare il campo. «Sì, adesso arrivo». Mi alzo e ancora non so che sei morto. Mi alzo. La televisione accesa. Il mare di Napoli. La notte sempre più fonda. Il computer ancora acceso sulla scrivania. «Sì, adesso arrivo».

È il mio collega Pino Cerboni. Ha una faccia da brutta notizia. Quella faccia triste di uno che sta per dirti qualcosa, non sa come dirtela. Quella faccia che non vorresti mai vedere: perché porta parole che fanno male. Quelle parole. «Hai sentito il telegiornale?». «No, stavo guardando Brasile-Cile. È successo di tutto, Pino, hanno colpito Rojas, vieni a vedere». Non so perché, ma non voglio sapere. Perché certe facce hanno soltanto cattive notizie, sono come alcune nuvole di campagna, nuvole nere, nuvole ferme, gonfie di pioggia. «Scirea è morto in un incidente». Gli chiudo la porta su quella faccia da cattiva notizia. Io voglio sapere di Rojas, forse lo hanno già portato nello spogliatoio, forse la partita è ripresa, che scherzo imbecille, non è vero che riesco a sentire il mare di Napoli, non sto sentendo più niente. Gaetano Scirea è morto. Così ho scritto. Ma non è vero. Gaetano Scirea è vivo. Sempre e per sempre. All’infinito.


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