sabato 4 giugno 2016
​Il “subcontinente” degli zar: dal X secolo alla “rivoluzione occidentalizzante” di Pietro il Grande; dai legami con l'Italia al dialogo fra Chiesa cattolica e ortodossa.
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Può piacere o dispiacere, può sembrare storicamente parlando profondamente logico o assolutamente inaspettato, ovvio o paradossale, ma quella che – impero zarista, Unione Sovietica o Federazione Russa a capo della Confederazione degli Stati Indipendenti che sia – noi siamo sempre stati abituati a chiamare con questo nome terribile e nobilissimo, Russia, si è ormai nuovamente imposta alla considerazione del mondo e ha riacquistato buona parte del prestigio e della potenza che, dopo la terribile crisi ventennale degli anni 1916-1936 e quindi i quattro durissimi anni di guerra, e poi ancora nell’eclisse degli Anni Novanta, sembrava aver perduto. Oggi, non che siano tornati i tempi di Pietro o di Caterina, e nemmeno quelli di Alessandro III o di Stalin – lo Stalin vincitore e arbitro di mezzo mondo tra ’45 e ’53 –: ma certo “Zar Putin” (colui che i suoi fan più irriducibili chiamano “san Vladimiro da Mosca”) è riuscito con energia e abilità, anche se non sempre attraverso limpide scelte, a ricondurre il suo Paese a un notevole livello di autorevolezza e di potenza e a portarlo a un livello di prosperità e di benessere certo segnato da fortissime sperequazioni ma quale il suo grande Paese non aveva forse mai conosciuto. Tutto ciò ha ricondotto di nuovo la Russia al centro dell’attenzione mondiale: sono stati per primi gli Stati Uniti di Obama a riconoscere all’attuale ospite del Cremlino indubbi meriti di equilibrio nella gestione della politica internazionale, per quanto le crisi ucraina e mediorientale siano ancora aperte e i segni di una “nuova Guerra Fredda” si profilino decisi all’orizzonte. La distensione e nonostante tutto l’apertura reciproca, intanto, si notano: moltissimi sono i turisti occidentali in Russia, moltissimi quelli russi in Occidente; i nostri imprenditori non vedono l’ora che le sanzioni comminate alla Russia per la faccenda ucraina siano abolite in quanto gli interessi comuni e reciproci sono molti e cospicui; e fortissimi si profilano, last but not least, anche gli interessi religiosi nonché quelli culturali che, in terra russa, passano a sua volta sempre direttamente o indirettamente attraverso quelli religiosi. La Santa Russia è in pieno, rinnovato rigoglio, che si constata con particolare forza nelle città del litorale adriatico. È commovente vedere con quanta devozione i turisti russi ridiventano pellegrini quando visitano quella San Marco nella quale – figli anch’essi di Bisanzio – avvertono tanto forte un’aria di famiglia oppure a Bari la basilica di San Nicola, uno dei più prestigiosi e amati fra i loro santi patroni. Stupisce il fervore con il quale essi prendono letteralmente d’assalto i templi del “Bel Canto” italiano, come l’arena di Verona. È sperabile che tutta questa somma d’interessi commerciali, turistici e culturali ci aiuti a riscoprire a nostra volta i legami profondissimi tra Italia e Russia, che gli italiani tendono a ignorare: alcuni russi, come il cardinale Isidoro di Kiev, furono tra i protagonisti della riconciliazione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa durante il concilio di Firenze del 1439, allorché si stipulò il purtoppo forzoso e dunque effimero ritorno all’unità delle Chiese greca e latina; in città italiane come Firenze i principi-esuli Demidoff riuscirono a realizzare cose splendide come filantropi e come mecenati; e perfino durante il regime fascista, nonostante tutto, tra Italia e Unione Sovietica si stabilì una forte amicizia diplomatica che ebbe un’inattesa ricaduta nel campo artistico e soprattutto cinematografico. Anche per queste ragioni salutiamo con gioia la ciclopica fatica dello storico e giurista Giovanni Codevilla, i cui libri sulla Russia sono ben noti, e che ora pubblica presso la Jaca Book un poderoso Il medioevo russo. Secoli X-XVII (pagine 511, euro 30,00), primo volume di una grande opera che andrà a costituire una storia di quello che in pratica potremmo definire il «subcontinente russo». Medioevo russo, sei secoli fra la Rus’ di Kiev e di Novgorod e la “rivoluzione occidentalizzante” imposta ai russi dallo zar Pietro il Grande che fu autentico, brutale ma geniale Maestro delle rivoluzioni giapponese dell’età Mieji dell’Ottocento e turca e perdiana di Mustafà Kemal e di Reza Shah nell’Ottocento. Dalle belle ma incerte origini slave o variaghe su cui generazioni intere di storici si sono accapigliati fino all’indocile “vassallaggio” nei confronti della sempre venerata mai però amata Bisanzio fino all’autocefalia della Chiesa russa del 1448 e quindi alla proclamazione nel 1547 – in Mosca, ormai celebrata come “Terza Roma” – di Ivan IV imperatore (zar, pronunzia russa di Caesar come Shah ne è quella persiana) si snoda la storia di quella che, con Pietro, sarà l’aurora della modernizzazione e dell’occidentalizzazione di un paese dove però i “Vecchi credenti” non cederanno mai né al dispotismo autocratico né alla volontà egemonica del patriarcato moscovita. Un “medioevo lungo”, quello russo: che difatti piaceva molto a Jacques Le Goff. Non resta quindi che attendere con impazienza i successivi tre volumi di questa ponderosa opera. Intanto, se ne può in qualche modo avere un assaggio gustando una primizia: i Viaggi in Russia condotti nel 1739 con la fine, brillante finzione dello “stile epistolare” – come avrebbe fatto Montesquieu con la Persia… – da un erudito e filosofo d’eccezione, l’allora ventisettenne veneziano Francesco Algarotti e ora editi da Garzanti. Un testo godibilissimo, erudito, attento, intelligente, spiritosamente malevolo quanto basta: che ci mostra come nonostante gli sforzi di Pietro il medioevo russo fosse ancora profondo. Esce anche il libro di Guy Mettan, Russofobia (Teti Editrice), il quale ci spiega perché l’Occidente, almeno dal Cinquecento, ha in un modo o nell’altro diffidato della Russia nel momento stesso nel quale temeva il suo principale nemico, l’impero ottomano. Per gran parte del Novecento la russofobia si dissimulò dietro l’antisovietismo, cioè l’anticomunismo, e la “guerra fredda”; adesso va riapparendo, sotto forma di diffidenza nei confronti della politica neoegemonica di Vladimir Putin. Sembra qualcosa di nuovo; ed è invece musica vecchia.
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