sabato 16 dicembre 2017
Gli eventi dell’attualità animano fuorvianti sentimentalismi, ma rileggere Schweitzer e Mounier apre il campo a riflessioni capaci di dare un senso profondo e una prospettiva vera al Continente
Dal libro di Marco Aime “Il soffio degli antenati. Immagini e proverbi africani”, edito da Einaudi (© Marco Aime)

Dal libro di Marco Aime “Il soffio degli antenati. Immagini e proverbi africani”, edito da Einaudi (© Marco Aime)

Pensare l’Africa. Forse mai quanto ora dovrebbe diventare urgente farlo. Gli eventi del Continente Nero lasciano spazio a sentimentalismi lacrimevoli, a moralismi calcolatori o a paternalismi ormai desueti. Di rado a una riflessione che, pur situata e dunque legata a un luogo e a un tempo, abbia l’ambizione di donare senso e prospettiva. Non che manchino tribune come “Nigrizia”, in Italia, o “Jeune Afrique”, Oltralpe. Ma fatica a trovare spazio una riflessione sull’Africa tale da costruire con essa una relazione che non sia neocoloniale o paternalistica. L’Africa oggi viene percepita come un continente preda di rapaci land gribber o di voraci sfruttatori a caccia delle sue immani risorse. È considerato terreno fertile per colpi di stato, conflitti tribali o trincea del confronto tra Cina e Stati Uniti con sortite di Paesi europei in declino. Per fare fronte a questi problemi le denunce non bastano. Occorre, invece, pensare l’Africa. E pensarla a partire dall’Africa stessa ma anche da fuori per tessere rapporti che non si flettano verso lo sfruttamento.

A incoraggiare il passo possono tornare fruttuosi due libri come Storie africane di Albert Schweitzer (a cura di Goffredo Fofi, pagine 148, euro 14,50) e Il futuro dell’Africa di Emmanuel Mounier (a cura di Riccardo De Benedetti, pagine 98, euro 13,00), entrambi pubblicati dalle edizioni Medusa. Il primo risale al 1938; il secondo è l’esito di un viaggio intrapreso nell’Africa occidentale nel 1947. Schweitzer, classe 1875, noto medico e teologo, insignito nel 1953 del Premio Nobel per la pace, inaugura nel 1910 un ospedale a Lambarene nel Congo francese; e diventa così un riferimento per la popolazione locale invitando altri europei a considerare il Continente Nero in un’ottica che non sia coloniale. Emmanuel Mounier, invece, è un pensatore con ambizioni politiche e sociali. Nel 1947 ha quarantadue anni e quindici ne sono passati da quando ha fondato la rivista “Esprit”, nel tentativo di dare voce alla sua filosofia, il personalismo, nato in opposizione a marxismo e esistenzialismo, allora dominanti. Cosa accomuna i due testi di là del tema? Se Storie africane serve probabilmente a far conoscere l’Africa nel Vecchio Continente forse con lo scopo di raccogliere fondi per l’ospedale di Lambarene e per altre iniziative del dottore-pastore, Il futuro dell’Africa rappresenta un appello rivolto al Continente Nero per legarlo all’Europa al tempo della imminente Guerra Fredda.

Per il medico alsaziano la necessità di raccontare l’Africa lo porta a stilare una sorta di rassegna antropologica. E dalle vicende che vedono coinvolti infermieri indigeni, rematori, stregoni o Savorgnan di Brazzà fa capolino una intuizione quasi metafisica. «In Europa – scrive il dottore – l’uomo è il signore della terra. Nell’Africa equatoriale egli è un essere che solo con immane fatica riesce a strappare un pezzo di terra alla foresta vergine. E la piantagione resta circondata dalla foresta, che prima o poi la inghiottirà di nuovo...». Sul Vecchio Continente l’uomo può pensarsi dominatore del mondo, in Africa no. Lì la terra non subisce la volontà dell’uomo. «In Europa – sostiene – le foreste s’incendiano. Questa è una cosa che i nostri indigeni non sanno immaginare. Qui la percentuale di umidità è talmente elevata che anche nei periodi di maggiore siccità la foresta non prenderebbe fuoco, nemmeno se si facesse di tutto per appiccarlo».

Trapela dalle pagine di Schweitzer un rapporto tra uomo e natura antitetico a quello invalso in Europa. E proprio sulla differenza, questa volta culturale, tra i due continenti insiste Mounier seppur con una preoccupazione eminentemente politica. «Vorrei – dice il fondatore del personalismo – che molti africani istruiti ritornassero alle sorgenti profonde e lontane dell’essere africano, non per riempirsi di folclore e poi, disorientati, cascare nel mondo moderno, ma per riconsiderare e sperimentare le radici africane della civiltà euroafricana dei vostri figli ponendo in risalto i valori permanenti dell’eredità africana, affinché l’élite africana non sia una élite di sradicati». Occorre, per Mounier, lanciare una sfida corale che fa aggio sulle rispettive identità. Tra le righe compaiono, come pure in Schweitzer, sprazzi etnocentrici soprattutto quando allude alla civiltà euroafricana.

Eppure il personalista francese sa bene che Europa e Africa potranno salvarsi solo se intraprendono un cammino condiviso. «Vorrei – esorta – che la vostra voce sia più forte della mia, perché sono sicuro che sarà di miglior auspicio. Ma è necessario che siamo in due a dire insieme queste cose: non siamo forse sulla stessa barca, scossa dai venti, sotto l’occhio beffardo dell’uragano atomico, tesi verso una sola speranza comune agli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle?». Schweitzer e Mounier, pur con alcuni tic culturali legati al loro tempo, sono un importante volano per tornare a pensare un continente verso cui versiamo spesso lacrime o denunciamo la terribile miseria ritenendolo sotto sotto incapace di autonomia. «Non ci si sbarazza così dell’Africa», ammoniva il personalista, ma con lei si cammina insieme.

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