Architettura e sacro. Le chiese moderne? Falliscono quando sono ragionevoli


Raul Gabriel domenica 19 marzo 2017
Perché non diventino "non luoghi" non bastano regole e capitolati, per quanto ben scritti. Questi non traducono in realtà il mistero, ma il grado di sofisticazione intellettuale. O peggio la noia
Le chiese moderne? Falliscono quando sono ragionevoli

Nel dibattito sulla costruzione delle chiese e dei simboli che ne segnano il percorso, riemergono costantemente istanze di buon senso, tentativi di trovare un equilibrio tra le varie sensibilità di chi le progetta, di chi ne realizza la parte artistica, di chi le renderà vive con la celebrazione. Ho realizzato recentemente alcuni interventi in chiese nel segno di una esperienza unitaria, nata prima di tutto dal senso di una gioia viva che entra in contatto con l’uomo, con la condizione imprescindibile della qualità del pensiero e della realizzazione. Venendo a contatto con questa realtà mi sono reso conto che la tendenza è applicare al tema delle chiese un approccio metodologico tipico nel civile, urbanistico, con quella ragionevolezza troppo prudente ed equidistante, politicamente corretta. Ma una chiesa è materia differente. Molto simile alla poesia, al fulcro dell’arte. Non è un distributore di servizi, non è un auditorium, non è un museo, non è un presidio sociale tipo consultorio, non è neanche un centro spirituale multifunzionale. Può diventarlo anche, ma in seconda battuta. Una chiesa è prima di tutto un altro mondo in questo mondo. È un evento talmente incredibile da richiedere la follia di una fede per non pensarla come spreco di denaro e territorio. È l’essenza stessa della rivoluzione del corpo che rivela la sua intrinseca trascendenza, la manifesta dentro la concretezza della polis e per questo e solo per questo, si differenzia dal resto.

Quanto inadeguato risulta tutto un vocabolario in punta di fioretto, che non urta le sensibilità, con la priorità di una salomonica ripartizione delle professionalità, perfetta solo in termini normativi. La tensione rivoluzionaria della rivelazione che dovrebbe innervare la realizzazione di una chiesa si perde in una pratica che oscilla tra l’esercizio intellettuale e i meandri dei capitolati. Il mistero è tutto tranne che “ragionevole”, di quella ragionevolezza che è morte dell’impeto vitale. Come è stato detto recentemente su queste pagine da Enzo Bianchi, una chiesa non deve essere non luogo. Ma non è possibile generare un luogo se questo luogo non è scritto nel seme stesso delle relazioni tra quelli che dovrebbero tentare di rendere tangibile il mistero. Quello che si rende tangibile la maggior parte delle volte non è il mistero, ma il grado di sofisticazione intellettuale (nel migliore dei casi), la conoscenza delle normative urbanistiche possibili in un brodo contemporaneista dove a far la parte del padrone è la somma ambizione di essere legittimati dalla cultura dominante di quella laicità che tutto giudica e in niente si compromette. Laicità soffusa che ama la indistinguibilità e intercambiabilità dei luoghi perché teme la identità vibrante come la morte. Tutto tranne che avanguardia viva, originale ed originaria nella unicità di una visione unisce e non divide, spirito e corpo, parola e carne. Va molto di moda la definizione “essere abitati” .

La grande maggioranza delle chiese vanno verso un concreto non essere abitate, e non per un recondito significato spirituale: semplicemente perché nessuno ci va più. E come recriminare dal momento che le chiese, in particolare le contemporanee, sono diventate esclusivamente territorio di “professionalità”, di gare d’appalto dalla freddezza ideologica che riuscirebbe a rendere incorporeo un boscaiolo dell’Oregon, senza un solo afflato di vita vera, entusiasta, genuina, ribelle. In grado di far innamorare.

Ma veramente si pensa che la alternativa in una chiesa sia l’assemblaggio di buone regole e professionisti annoiati ed esperti, con un po’ di questo e un po’ di quello a dosi calibrate? In questo caso non vale neanche la pena di fare una chiesa. Semplicemente perché quella chiesa non c’è. Abbiamo traslato la prassi colpevolmente abitudinaria che applichiamo alla maggior parte delle nostre vite anche in quello che dovrebbe essere il momento dello straordinario. Forse è anche giusto. Se quella straordinarietà non ti permette di vedere il miracolo ovunque, è inutile che poi cerchi di tirarla fuori nel luogo dove il miracolo dovrebbe nascere, sperando nella grazia mistica di un capitolato edilizio. L’anonimato che è grave è quello della mancanza della esplosione interiore arresa al buon senso, il vuoto è quello della gioia, che il mestiere non può surrogare, la qualità dell’abitare non è l’applicazione posata di regole che assomigliano al feng shui in salsa new age, ma il pulsare di una vita nuova, che se non c’è non ce la si può dare. Neanche se si ammanta della ragionevolezza di tutte le normative, di tutte le professionalità, di tutti gli studi e di tutti i titoli possibili.

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