martedì 2 gennaio 2018
Ex vicepresidente sandinista, lo scrittore nicaraguense parla di Rubén Darío e dei suoi “maestri”. Ritiratosi dalla politica, critica la retorica populista: «Solo le urne fanno Paesi liberi e giusti»
La statua di Augusto Cesar Sandino, tra i condottieri della resistenza rivoluzionaria

La statua di Augusto Cesar Sandino, tra i condottieri della resistenza rivoluzionaria

«I Paesi latinoamericani hanno come fondatori uomini a cavallo, con la spada sguainata. I loro “padri della patria” sono combattenti. Il Nicaragua e il Centroamerica in generale sono l’eccezione. Siamo discendenti “spirituali” di un eroe disarmato: Rubén Darío. Il grande poeta ha plasmato la lingua con cui ci esprimiamo e, attraverso essa, la nostra identità di popolo». Il nome del creatore del modernismo, con la celebre opera Azul ( Azzurro) del 1888, ricorre spesso nelle parole di Sergio Ramírez. «Mi sono formato come uomo e come narratore leggendo i suoi versi», afferma lo scrittore, saggista, giornalista, rivoluzionario, vicepresidente, oggi settantacinquenne, già alla scrivania di prima mattina. Ogni giorno si sveglia poco dopo l’alba e si chiude nello studio della casa di Managua a scrivere. A meno che non sia in giro per il mondo a tenere incontri e conferenze. Fatto frequente. Con una produzione di oltre cinquanta tra romanzi e racconti, per cui ha ottenuto vari premi, dall’Alfaguara al Carlos Fuentes - in Italia, purtroppo, finora sono stati tradotti solo Adiós muchachos. Una memoria della rivoluzione sandinista (Frilli) e Sua eccellenza il dittatore (Edizioni associate) -, Ramírez è uno degli esponenti più noti della cosiddetta generazione del “bostboom latino”, insieme a Tomás Eloy Martínez, Roberto Bolaño e Antonio Skármeta. Con molti di loro, con lo stesso Gabriel García Márquez, ha o ha avuto rapporti d’amicizia. Confessa, però, di aver pensato a Darío appena ricevuta la chiamata, il 17 novembre scorso, con cui, da Madrid, gli è stata annunciata l’assegnazione del Cervantes, massimo riconoscimento per un autore ispanico. Il ni- caraguense è il primo centroamericano a esserne insignito: ad aprile ci sarà la cerimonia presieduta dal re di Spagna, Filippo VI. «Ricevo la notizia con molto onore e molta umiltà. Premiando il mio lavoro, i giurati hanno voluto, al contempo, valorizzare la tradizione letteraria centroamericana. Questa piccola porzione di Continente è stata il vivaio di autori di straordinario valore, dal Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias, ai 'nostri' Ernesto Cardenal e Rubén Darío».

Si sono susseguiti due anniversari importanti di Darío: nel 2016 il centenario della morte e nel 2017 i 150 anni della nascita. Per lei chi è Darío?

«È il grande rinnovatore della lingua castigliana. Quest’ultima ha avuto tre trasformazioni fondamentali. La prima è stata compiuta dal peruviano e meticcio Garcilaso de la Vega, nel XVI secolo, con l’introduzione, in Spagna, della nuova metrica italiana. Poi, è arrivato il 'terremoto' Cervantes, con il suo Don Chisciotte. E, infine, tra Ottocento e Novecento, c’è stato Darío. Egli ha preso l’idioma di Cervantes, l’ha fatto suo e l’ha restituito a Madrid rivoluzionato. Nel modernismo si fondono influssi francesi ed europei e motivi popolari, rendendolo unico».

A parte Darío, quali autori l’hanno maggiormente influenzata?

«Di certo Miguel Ángel Asturias col suo mondo magico e meticcio. Anche se io, nello scrivere, più che al realismo magico, mi rifaccio al 'realismo reale'. Del resto, ciò che appare 'bizzarro', 'esagerato' e, dunque, 'magico' a uno sguardo europeo, è parte della quotidianità per un latinoamericano. Il fatto è che, dietro una patina di modernità, il mio Continente è un mondo ancora arcaico. È proprio lo scarto tra modernità e arcaico a generare il caudillo, come figura letteraria e reale. L’altro mio autore di riferimento è il messicano Juan Rulfo. Ha cambiato il modo di raccontare di una generazione. Prima, gli scrittori descrivevano fatti e personaggi 'dal balcone'. Rulfo scende e si unisce alle moltitudini, mescolando la lingua dotta con l’idioma popolare».

Lei ha vissuto la storia recente del Nicaragua in prima linea. Ha contribuito a far crollare la dittatura dei Somoza ed è stato vicepresidente del governo sandinista. Ora si dedica a tempo pieno alla letteratura. Le manca la politica?

«Sono arrivato alla politica per caso. Ho scelto, come dovere etico, di partecipare alla rivoluzione contro i Somoza. Dopo la vittoria sandinista, mi hanno chiesto di entrare nel governo. Ma è stata una contingenza. Scrivere è sempre stata la mia vera 'professione'».

Il suo impegno civile non è, però, finito.

«Sento il dovere, come cittadino, di non tacere di fronte all’ingiustizia o alla mancanza di democrazia. Non scrivo, però, 'romanzi militanti'. Poiché la letteratura non è lo strumento per difendere ideologie. Il che non vuol dire che i libri non possano cambiare il mondo…».

In che modo lo fanno?

«Mettendo a nudo lo spirito umano, oltre alle apparenze. La letteratura fa cogliere l’essenza delle persone e dei fatti».

L’attuale presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, è stato un leader della rivoluzione sandinista. Nonché suo vecchio amico, anche se ora non avete più rapporti. Come vede il Paese oggi?

«La rivoluzione per cui ho lottato appartiene al passato. Ora c’è una retorica rivoluzionaria che non corrisponde alla realtà. Il governo, al di là dell’enfasi populista, non è riuscito a eliminare il problema della povertà, profonda e terribile».

Ci vorrebbe una nuova rivoluzione?

«Non è quella la via. La grande battaglia che l’America Latina deve combattere, in questo momento storico, è per rafforzare la democrazia. Nella maggior parte del Continente ci sono elezioni libere e regolari. Sono le urne - e non il vecchio leader - la possibilità concreta per costruire Paesi liberi e giusti».

Il suo ultimo romanzo, Sara, prende spunto dalla matriarca biblica. Perché ha scelto lei come protagonista?

«Sono credente e un accanito lettore della Bibbia. Al di là di questo, mi attrae la figura di Sara. Pur vivendo in una società patriarcale, rifiuta di essere relegata al margine della storia di Abramo. E lotta perché la sua voce sia ascoltata. Come fanno milioni di donne nell’ancora maschilista America Latina. Il mio libro è un omaggio al loro coraggio».

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