sabato 28 marzo 2015
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Oggi sarebbe un giovane uomo, forse un avvocato come voleva diventare, dalla parte dei bambini liberi. Chissà come sarebbe stata la sua vita, quali altre battaglie avrebbe combattuto se la potente mafia dei tappeti non lo avesse fermato assassinandolo il giorno di Pasqua del 1995. Aveva solo quattordici anni Iqbal Masih, piccolo schiavo operaio, spirito ribelle e coraggioso che aveva denunciato nel suo Paese e al mondo intero le violenze e lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Vent’anni dopo, alla vigilia della "Fiera dei libri per ragazzi" di Bologna, La storia di Iqbal raccontata da Francesco D’Adamo in un romanzo diventato un best seller tradotto in tutto il mondo, torna in libreria con un raddoppio: una nuova veste editoriale, varata da Einaudi Ragazzi con un’introduzione firmata da Gad Lerner, e un sequel intitolato Dalla parte sbagliata, pubblicato da Giunti. «Mi sembrava un’occasione buona per ripensare alla vicenda di Iqbal – spiega Francesco D’Adamo – e per una domanda che mi stava a cuore. Vent’anni dopo a che punto sono le tutele del lavoro, i diritti dei bambini e delle donne? Allora ho immaginato cosa poteva essere successo a Fatima e Maria, le piccole schiave che nel primo romanzo erano state al fianco di Iqbal». D’Adamo le ha seguite in parallelo, raccontandole a dieci anni dalla morte dell’amico, nel 2005, attraverso la loro corrispondenza: Fatima immigrata in Italia, a servizio da una famiglia, discretamente inserita; Maria rimasta in Pakistan a proseguire le lotte per i diritti delle donne contro i fanatici talebani. «Due storie apparentemente diverse che finiscono per assomigliarsi perché mentre Maria si scontra ancora con un lavoro senza diritti, regole né sicurezza nelle fabbriche fatiscenti e superaffollate che producono per i grandi marchi occidentali, nella civilissima Italia Fatima scopre fabbriche clandestine, bambini lavoratori e giovani schiavi sfruttati nella raccolta dei pomodori». Un racconto volutamente al femminile, con protagoniste ragazze forti, fiere e coraggiose e un finale positivo. «Che è un’idea ottimista in tempi cupi come questi. Penso che i ragazzi ne abbiano un gran bisogno e che il romanzo sia il modo migliore per entrare nelle infinite pieghe del mondo in cui viviamo e raccontarlo». In effetti di romanzi che collocano dentro le contraddizioni della contemporaneità o nei drammi del passato le vicende di bambini e ragazzi in cerca del proprio posto nel mondo, la kermesse bolognese ne ha in serbo parecchi. Bella narrativa che si affianca a collane appena nate come "I Grandissimi" di E. Elle o consolidate come "Il Celacanto" di Laterza, storie capaci di parlare di Storia attraverso il gusto del racconto e dell’avventura. Dopo anni di trionfo di saghe fantasy, maghi, incantesimi e vampiri, dunque, riappare la Storia. Benvenuta, sebbene si tratti quasi unicamente dei primi cinquant’anni del Novecento, che sembra aver monopolizzato l’attenzione di autori ed editori, anche sulla scia dei molti anniversari che il 2015 porta con sé. Se non un’anomalia, un sovraccarico di attenzione su cui meditare e da cui Franco Cardini, da storico e autore anche per ragazzi, mette in guardia. «Benissimo ispirarsi alla storia parlando ai ragazzi – sottolinea – ma che sia tutta la storia, non una storia usata secondo criteri restrittivi di tipo ideologico. Gli esempi della Shoah e della Resistenza sono senza dubbio altissimi, ma la loro qualità risiede appunto nell’esemplarità: guai a farne dei casi unici che rischierebbero d’ingannare i giovanissimi, insistendo sul fatto che tutti i mali del mondo si riassumono esclusivamente nel razzismo o nel totalitarismo. Nella storia vi sono stati molti casi di genocidio e di privazione delle essenziali libertà umane e i nostri ragazzi debbono esercitarsi a riconoscerli sempre quando si presentano». Come dire che dei restanti ultimi settant’anni della contemporaneità troppa altra Storia è passata sotto silenzio. Del resto sono le due guerre mondiali a fare man bassa di titoli. Impossibile nominarli tutti. C’è il racconto di una generazione mandata a morire, figlia di un’Italia povera e contadina in queste due storie diverse, una del Nord l’altra del Sud, raccontate da Guido Sgardoli con Il giorno degli eroi (Rizzoli) e da Annamaria Piccione (Paoline) in Una rosa in trincea.Ma soprattutto il disincanto di quei ragazzi del ’99 arrivati al fronte con tanti sogni patriottici, che andranno presto perduti in trincea a tu per tu con la fame, il freddo, la paura e l’assurdità di un massacro senza fine. E c’è l’avventura partigiana di quattro giovani amici ingenui e coraggiosi determinati a fare la propria parte per la liberazione del Paese che in Fuochi d’artificio (Salani) Andrea Bouchard ambienta nelle valli torinesi tra il ’43 e il ’45, teatro di una strenua Resistenza civile all’occupazione nazifascista. E ancora l’ordinario eroismo di un ragazzo raccontato come una spy story da Margi Preus in Il segreto di Espen (Giralangolo) dove il quattordicenne Espen, nella Norvegia occupata dai nazisti, si unisce alla Resistenza affrontando pericoli, fughe, tradimenti e inseguimenti, ma soprattutto la propria crescita. Nell’Ucraina invasa dai tedeschi, nella Kiev in ginocchio tra eccidi, fame e violenze, Nicoletta Bortolotti colloca In piedi nella neve (Einaudi Ragazzi): storia della piccola Sasha, della sua passione irrefrenabile per il pallone, di suo padre Nikolaj Trusevyc, portiere della grande Dinamo Kiev e di undici giocatori, prigionieri ucraini costretti in un campionato infernale contro i nazisti a giocare l’ultima tragica e storica «partita della morte». Silvia Roncaglia e Antonio Ferrara, scrivono infine a quattro mani, Cuori d’ombra (Salani), una storia d’amore segreta e impossibile tra una ragazzina ebrea e un giovane ufficiale Ss, fiammella di un calore umano dimenticato dentro la barbarie, illusione di essere ancora vivi nelle tenebre di Terezìn. Anche la Shoah non poteva mancare.
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