venerdì 10 giugno 2022
Alla Galleria Estense di Modena una mostra per sciogliere l'enigma di un quadro attribuito a Serodine ma che pone forti dubbi, persino sull'identità del soggetto
Serodine (?), “Santo scrivente”, XVII secolo (Modena, Galleria Estense)

Serodine (?), “Santo scrivente”, XVII secolo (Modena, Galleria Estense) - .

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Nella fototeca di Federico Zeri, oggi conservata all’Università di Bologna, la foto intitolata Santo che legge (in realtà è palesemente intento a scrivere) figura in una fotografia in bianco e nero non di altissima qualità e il nome dell’autore dell’opera è Giovanni Serodine, come attribuzione di Roberto Longhi. L’opera fa parte delle collezioni della Galleria Estense ed è stata recentemente sottoposta a restauri, che hanno pulito lo sporco di superficie e alcune ridipinture, rendendo più percepibili alcuni dettagli ma rimuovendone altri, e soprattutto ha confermato quello che da tempo si sospettava, ovvero che il quadro venne ridotto di formato per un danno subito dalla tela già poco tempo dopo essere stata dipinta.

L’occasione del restauro condotto da Cristina Lusvardi, come ricorda oggi il conservatore del museo modenese Federico Fischetti, ha dato spunto a una indagine volta a chiarire la paternità effettiva dell’opera e l’identità del santo raffigurato. Una prassi già applicata in precedenza per altre opere sottoposte a restauro, che ora ha portato a una strana mostra intitolata: Indagini intorno a Giovanni Serodine, 1600-1630. I santi eremiti della Galleria Estense e della Certosa di Pavia, aperta ormai da due mesi e mezzo (fino al 26 giugno). Ho scritto “strana” perché questa messa a confronto fra il Santo della Estense e tre dipinti della Certosa attribuiti a Giuseppe Vermiglio, offre al visitatore pochi elementi di comprensione: la radiografia dell’opera in discussione, le quattro opere esposte, una minima ricostruzione del problema redatta da Fischetti.

La prima domanda che mi sono fatto è stata quasi lapalissiana: che urgenza c’era di presentare una ricerca attributiva senza rendere note anche le ricostruzioni interpretative e le riflessioni specifiche svolte dagli studiosi che si sono cimentati sul caso: lo stesso Fischetti e, per la parte lombarda, Emmanuela Daffra, capo della Direzione Regionale dei Musei della Lombardia? Non si tratta certo di una mostra per il grande pubblico, ma anzitutto per cultori e studiosi della materia. Bisogna intanto dire che si è proceduto anche al restauro dei tre dipinti della Certosa, uno dei quali è la replica di quello estense, ma con immagine ancora integra, cioè prima che l’opera in questione subisse i tagli. Il quadro pavese ci mostra il Santo fino ai piedi, mentre scrive appoggiato a qualcosa che sembra una roccia coperta da un panno, a terra si vedono alcuni grossi libri, uno aperto, come se fossero testi di consultazione, e a sinistra s’intuisce un corso d’acqua fra due alberi, che nell’originale estense era stato trasposto in alto a destra dopo la riduzione della tela, cosa che i restauri hanno praticamente dissolto.

La radiografia del dipinto attribuito finora a Serodine

La radiografia del dipinto attribuito finora a Serodine - Davide Bussolari

Che cosa emerge dall’indagine? Intanto vi sono nuovi dubbi che si tratti dell’asconese Serodine, che come Vermiglio fu a Roma e assorbì potentemente la lezione caravaggesca, ma di cui in questo quadro manca in gran parte quel “naturalismo drammatico” vivo come l’argento che caratterizza lo stile del pittore ticinese. Soltanto la fattura delle mani, la resa cartacea del libro e le rughe del volto rendono possibile l’accostamento con Serodine, mentre nell’insieme l’opera si concilia piuttosto con un caravaggismo più di maniera. Gianni Papi, per esempio, ha avanzato il nome di Hendrick ter Brugghen. Ma in ogni caso il ritratto rivela una massa corporea sbilenca con la testa che non pare corrispondere bene al busto, e lascia molte perplessità.

Dicevo della stranezza di una mostra che resta aperta tre mesi ed è stata anche definita “mostra-dossier”, ma che offre ben pochi materiali sotto il profilo storico-critico per una valutazione nuova. Il motivo sta nel fatto che i curatori intendono proporre una giornata di studi nella quale rendere pubbliche tutte le loro ricerche. Insomma, una mostra “attesa”, questa di Modena, da cui difficilmente si arriverà a una certezza sulla mano dell’autore, anche se, secondo i curatori, si potrebbe sciogliere l’enigma sull’identità del Santo. Si tratterebbe infatti di san Gerolamo, poiché una candela spenta e appena visibile nel quadro pavese ne è uno degli attributi identificativi dell’iconografia fin da quando, dopo il Concilio di Trento, venne pubblicato il De picturis et imaginibus sacri di Johannes Molanus. Nondimeno, ci si dovrebbe chiedere perché la candela sia spenta e se la folta capigliatura scura del Santo non porti altrove.

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