domenica 28 agosto 2011
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Agosto 1956. Eravamo una banda di ragazzi, ospiti della Nansenhaus di Göttingen, un college internazionale intitolato al celebre filantropo norvegese Fridtjof Nansen, l’inventore dei famosi passaporti Nansen, che negli anni ’20 avevano permesso a tanti apolidi (fra i quali i nostri parenti di Siria) di ottenere un documento. Eravamo tutti infatuati dell’idea d’Europa: un’Europa senza confini, unita come lo eravamo noi, che venivamo da tutti i Paesi del continente, anche quelli che dieci anni prima avevano appena finito di sterminarsi a vicenda. La colma estate in Germania può essere calda e piacevole, con il cielo sempre percorso da nuvole lievi che si inseguono senza sosta. Per noi era prevista una gita alla settimana, il venerdì pomeriggio. Dopo alcune visite culturali, infine il direttore della Nansenhaus ci propose di andare a «vedere il filo spinato», la barriera inestricabile e altissima che divideva le due Germanie. Non eravamo molto distanti.Partimmo con un pullman vecchiotto e malmesso, ricordo. La Germania non aveva ancora ricuperato tutta la sua leggendaria efficienza. Ancora nelle città si vedevano i larghi buchi lasciati dalle bombe, ma sgomberati dalle macerie, e quindi ancora più sinistri. Facevano l’effetto di algidi spazi cubici, proibiti agli umani: la gente evitava accuratamente di attraversarli, come se fossero abitati da fantasmi, come se là ancora si udissero il sibilo cupo delle bombe, le grida degli abitanti, lo scrosciare dei muri che crollavano.Ma Göttingen era un’isola felice, non era stata colpita dai bombardamenti. Era una città settecentesca, piccola e graziosa. C’era la famosa fontana della Gänseliesel (la “Lisetta con l’oca”), luogo di ritrovo di tutti gli studenti, e perfino un grande magazzino, dove scoprii l’esistenza delle scale mobili e di certi wafer squisiti al gusto di arancia e mandarino. Quel pomeriggio di agosto eravamo tutti eccitati. Il nostro gruppo era molto affiatato, e io mi ero un po’ innamorata di un ragazzo milanese che studiava medicina. Ma le settimane del corso estivo erano agli sgoccioli, e in fondo tutti sapevamo che le nostre strade stavano per separarsi. Così cantammo a gola spiegata in diverse lingue, facemmo fuori i panini e ci mettemmo a litigare nervosamente. A un certo punto il pullman si fermò. «Da qui si prosegue a piedi – ci disse il direttore che ci accompagnava – è proibito portare mezzi vicino alla barriera. E ricordatevi di rimanere a una certa distanza». Davanti c’era un grande prato, morbido e fiorito, che sembrava deserto. Ma l’orizzonte era chiuso da un altissimo sbarramento di immensi rotoli di filo spinato intrecciati e tondeggianti. Ci sembrò una cosa in qualche modo provvisoria, perché ci si poteva guardare attraverso, come se fosse stata fatta in fretta e furia nel momento della divisione delle due Germanie; ma era anche estremamente minacciosa. A tutti noi vennero in mente i campi di concentramento, e Annik, la mia amica francese, disse, un po’ acidamente: «Questa volta sono i tedeschi che sono stati chiusi dentro, è una nemesi storica!». a nessuno le rispose. Nessuno in realtà aveva voglia di parlare. Eravamo di fronte alla negazione di quell’idea di Europa che ci era così cara; quel filo spinato era la ferita nuova che divideva in due le fertili pianure tedesche, era il più insidioso attacco al nostro ideale. Il prato fiorito si estendeva da entrambi i lati, morbido, attraente, pericoloso. Allora noi quattro amici – Annik l’aristocratica francese, Marieta la bella valenciana, lo studente milanese ed io – ci sdraiammo con aria di sfida, distendendo sul prato una coperta e un paio di bottiglie: dall’altra parte, oltre la barriera, non si vedeva nessuno. Così spostammo la coperta più vicino al filo spinato, e ci mettemmo a gironzolare, avvicinandoci con aria indifferente. Ci pareva di essere molto audaci, di compiere una sfida importante. Per un po’ non accadde niente. Il sole era caldo e piacevole, le nuvole vagavano pigre, stagliandosi gonfie, come caravelle panciute, su quell’azzurro un po’ spento, venato da toni lilla, dei cieli estivi di Germania. Credo che tutti pensavamo alla fine del nostro soggiorno e all’imminente distacco. Non avevamo visto garitte, né sentito qualcuno avvicinarsi, quando d’improvviso sentimmo crepitare intorno a noi degli ordini secchi, in quel tedesco sincopato e tagliente dei film sulla seconda guerra mondiale. Come per un riflesso condizionato, ci alzammo in fretta, tutti insieme, presi dal panico. Il milanese afferrò una delle bottiglie di aranciata, con Uaria vagamente difensiva. Io mi chinai e presi l’altra, in modo di poter tirar su alla svelta la tovaglia. I soldati della DDR che ci circondavano, con aria risoluta e un tantino beffarda, stavano immobili, coi mitra puntati. Intorno, non c’era più nessuno, né i nostri compagni né il direttore della Nansenhaus. Provammo a dire qualche cosa, a scusarci, ma il cerchio di soldati restava immobile, senza badarci. Non serviva a molto pensare di essere in un film, noi buoni e loro cattivi, destinati alla sconfitta; e ancora meno serviva il ricordo dei racconti tante volte ascoltati sulla brutalità dei soldati della Repubblica dell’Est, che ricevevano un premio speciale ogni volta che bloccavano un fuggiasco mentre tentava, con qualche ingegnoso sotterfugio, di oltrepassare gli ammassi di filo spinato. na brezza gentile, ricordo, mi scompigliava i capelli, che portavo legati in una grossa coda di cavallo, e volevo ravviarli, ma avevo paura di fare un qualsiasi movimento improvviso. Quelle guardie sembravano così giovani, avevo voglia di sussurrargli a voce bassa e monotona, come si fa coi cavalli imbizzarriti, piccole frasi suadenti e gentili, ma per fortuna non mi venne in mente niente, il mio tedesco si era come congelato. E poi tutti insieme sentimmo una Presenza, proprio come nei film. Era arrivato silenziosamente, e ora era lì, l’ufficiale, con occhi di ghiaccio e maniere squisite. Allontanò i suoi con un gesto (ma i mitra restavano saldi nelle loro mani), ci fece sedere sull’erba con un altro gesto garbato, e cominciò un sermone lunghissimo, dai toni pacati ma taglienti, scandendo ogni parola, ripetendola anche, perché capissimo davvero che ci lasciava – forse – andare a casa ma che dovevamo capire, per il nostro bene, che la Germania occidentale era fascista, corrotta e serva degli americani, mentre quella orientale stava procedendo a passi celeri verso un futuro di magnifiche sorti e progressive, in cui c’era posto per tutti gli uomini di buona volontà. Uno alla volta, tentammo di interromperlo, di inserire un dubbio, una piccola riserva nel suo discorso, ma non fu possibile. Come si allarga un placido estuario, così la sua eloquenza ci travolse in un beato torpore. Tuttavia finì, a un certo punto, come se quel fiume fosse arrivato alla foce. E allora si guardò intorno, congedò i soldati con un brusco cenno della mano, e disse, sottovoce: «Ma chissà poi se tutto questo è vero...». Poi si distese sull’erba a guardare le nuvole. Noi facemmo lo stesso; e per un momento infinito fummo uniti in un’assorta contemplazione. Era sera, ormai. L’ufficiale si alzò, si spolverò i calzoni, tolse un filo d’erba e disse: «Andatevene. Siete solo dei ragazzi sciocchi. Non so perché ho perso tempo con voi». Poche settimane dopo, scoppiò la rivolta d’Ungheria. «L’estate in Germania può essere calda e piacevole. Per noi era prevista una gita alla settimana. Il direttore della Nansenhaus ci propose di andare a vedere la barriera che divideva le due Germanie. Non era lontano. A un certo punto il pullman si fermò. 'Da qui si prosegue a piedi', disse il direttore. C’era un grande prato fiorito ma l’orizzonte era chiuso da uno sbarramento di rotoli di fil di ferro dalle punte acuminate. Poi tutti sentimmo una presenza. Era arrivato in silenzio, l’ufficiale dagli occhi di ghiaccio. Allontanò i suoi con un gesto (ma i mitra restavano saldi nelle loro mani) e ci fece sedere sull’erba....».
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