giovedì 13 maggio 2021
Nelle sale il film “Stitches Un legame privato” del regista Miroslav Terzic che racconta la tragica quanto misteriosa sparizione dei neonati nella Serbia degli anni ’80-’90
Snezana Bogdanovic, la protagonista di “Stitches Un legame privato” regia di Miroslav Terzic

Snezana Bogdanovic, la protagonista di “Stitches Un legame privato” regia di Miroslav Terzic

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I legami sono privati, ma anche pubblici. Hanno un peso personale e un peso sociale. Per una madre un figlio è un figlio. Nasce dal suo grembo, lo genera con dolore. E se quel legame maternale e familiare viene reciso da qualcosa di oscuro o da qualcuno sin dal primo istante di vita? A due anni dalla vittoria dell’Europa Cinemas Label alla 69° Berlinale esce oggi in sala, grazie a Trent Film in associazione con Infilmica, Stitches Un legame privato, secondo lungometraggio del regista serbo Miroslav Terzic. La storia è di finzione, ma nell’anima e nella costruzione scenica non lo è. Trae spunto dalla cronaca perché ancora oggi più di 500 famiglie serbe non hanno saputo mai con esattezza cosa abbia causato la possibile morte dei loro neonati a cavallo degli anni ’80 e ’90. Dovrebbero essere sepolti come recitano i documenti dell’ospedale, ma in realtà delle loro tombe non c’è reperibilità. Scritto da Elma Tataragic, la cosceneggiatrice di Dio è donna e si chiama Petrunya, Stitches Un legame privato utilizza nella narrazione il linguaggio del documentario. Tutto sembra raccontato in presa diretta. La città è quasi deserta, la telecamera segue le persone, registra i loro sguardi ma è più interessata a far parlare l’anima, gli oggetti e gli spazi.

Ana (Snežana Bogdanovic), la protagonista, è una sarta che vive a Belgrado: gestisce un negozio modesto, ha un marito che lavora come guardiano notturno e una figlia in cerca di sé stessa e di un legame d’amore. Diciotto anni fa Ana ha perso il suo primogenito, ma non lo hai potuto vedere. Non sa neanche dove sia stato sepolto. Si aggira tra ospedali, commissariati e luoghi frequentati da bambini. Sono trascorsi anni e proprio nel momento in cui Ana sembra aver rinunciato alla verità e a non portare avanti le sue indagini personali, qualcosa ritorna a galla. Ana parla poco, osserva, i suoi occhi azzurri penetrano lo schermo. Sembrano quelli di una donna lacerata da un dolore incommensurabile, per il quale avrebbe potuto, agli occhi di tutti, perdere il senno. Si ostina a cercare tracce che non ci sono, a indagare aspetti che sono stati archiviati dalla polizia. Sembra un’eroina ingenua, folle, ricorda Rosemary Woodhouse, il personaggio di Mia Farrow nel film Rosemary’s Baby - Nastro rosso a New York di Roman Polanski. Sua figlia (Jovana Stojiljkovic) si rende conto di condurre una vita senza la presenza materna, di esserle trasparente e quando scoppia una crisi tra loro le rimprovera piangendo: «Vuoi aiutarmi? Vuoi prenderti cura di me adesso? L’unica cosa di cui ti sei preoccupata è quel figlio che è morto». Il marito di Ana (Marco Bacovic) sente innalzarsi un muro troppo spesso tra lui e Ana nella sua stessa casa piccola e frequentata da poche persone. Perfino la polizia gli consiglia di occuparsi di sua moglie, perché rischia una denuncia per stalking. Le relazioni familiari si complicano: perché rovinare la vita reale quando i sospetti non trovano tracce nella realtà?

«Sono diventato padre per la prima volta nel 2001 – spiega il regista –. Lo stesso anno, poco prima dell’evento più importante della mia vita, sono a venuto a sapere della storia dei rapimenti di neonati negli ospedali. La vicenda delle loro vendite; i falsi certificati di morte; le menzogne alle madri; le famiglie rovinate (…) Ho cominciato a scavare, ad esaminare archivi e a cercare testimoni che avessero la forza di dirmi qualcosa; sono argomenti che non trovano posto sui giornali, che sembrano invenzioni, più che realtà. Negli archivi del giornale serbo “Politika” ho trovato dozzine di articoli sui rapimenti di neonati: tutti i casi seguono lo stesso schema. Il piccolo nasce. La madre, stremata, viene sedata. Al suo risveglio, le viene detto che il suo piccolo è morto. Le sconsigliano di vederne il corpo, perché viene trattato come un rifiuto sanitario e la sua vista potrebbe essere scioccante. Le autopsie sono incomplete e mancano firme. Si falsificano i certificati di morte. Tutta la documentazione è contraddittoria o incompleta. Nessuno dei casi è mai stato risolto. La maggior parte di essi sono capitati tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, all’ alba della guerra che avrebbe lacerato la Jugoslavia».

Delicato e asciutto Stitches è uno dei primi film indipendenti che esce nei cinema. E non è un caso che film come questo, insieme alle prossime uscite di Maternal e The Father, interroghino tutti noi su ciò che significa amare con la stessa attenzione e premura di una madre.

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