Storia. Quanto costa salvare l’anima


SILVIA GUZZETTI martedì 12 gennaio 2016
«The ransom of the soul. Afterlife and wealth in early western Christianity («Il riscatto dell’anima. Aldilà e ricchezza nel primo cristianesimo occidentale»), l’ultimo volume di Peter Brown – il più importante storico del cristianesimo della tarda antichità – si chiude con un’immagine molto forte. Siamo nei cimiteri delle coste mediterranee di Italia, Francia e Spagna, prima della metà del VI secolo e, dalle iscrizioni sulle pietre tombali, si capisce che i parenti pensano che i loro cari siano al sicuro, in un paradiso pieno di stelle, che ricorda il cosmo dell’età pagana. Poi, per una generazione, le tombe non dicono più nulla e gli epitaffi scolpiti scompaiono. Quando ritornano, nel VII secolo, la loro voce non racconta più le lodi dei vivi per i morti. Sono i morti, questa volta, a parlare e a chiedere ai vivi di pregare per loro. Il volume di Brown, appena 200 pagine scritte in stile brillante, tratta proprio di questo passaggio e di come si evolve il rapporto tra vivi e morti tra la tarda antichità, circa il III secolo, e l’alto Medioevo, il VII secolo. A catturare l’interesse del lettore è la grande attualità di domande sempre vive anche ai nostri giorni: che cosa succede alle anime una volta che siamo morti? Che ruolo hanno i peccati e come possono i vivi aiutare chi è scomparso a raggiungere il Paradiso? Che cosa ci dicono le esperienze di pre-morte di chi è arrivato sulla soglia dell’aldilà per tornare indietro? Peter Brown colloca questi interrogativi tra i primi cristiani, all’epoca dei martiri uccisi dall’imperatore Marco Aurelio, e mostra come la convinzione moderna che le anime siano immortali e seguano un loro percorso, prevalga soltanto nel VII secolo e sia il risultato di 400 anni di trasformazioni sociali e di dibattito teologico. Infatti per Tertulliano di Cartagine, vissuto tra l’anno 160 e il 240, non contano le anime individuali, che sono mortali e dipendono per la loro esistenza da Dio. Tutte attendono il grande futuro della resurrezione, quando Dio formerà di nuovo l’intero universo a loro vantaggio e le riunirà con i corpi, consentendo loro di godersi la pienezza della nuova creazione. Insomma ai tempi di Tertulliano era diffusa, tra i cristiani, la convinzione che l’anima vivesse sospesa fino alla resurrezione del mondo.  Dobbiamo pensare a una piccola comunità, agli inizi del cristianesimo, che sentiva come imminente la trasformazione rivoluzionaria del ritorno di Cristo. Così maestosa, radicale e completa da far sembrare breve e privo di significato l’intervallo tra la morte individuale e la resurrezione dell’universo. In questa visione tutte le anime aspettano, in un refrigerium, un posto sicuro e fresco, la trasformazione potente che le riunirà al corpo.  Fanno eccezione i martiri, che passano direttamente in paradiso perché sono già diventati amici di Dio e possono essere subito abbracciati e baciati da Cristo. In questa loro convinzione i cristiani del tempo di Tertulliano si discostavano dai contemporanei pagani, che davano per scontata l’ascesa dell’anima in paradiso e immaginavano le anime dei lo- ro cari in ascesa immediata verso le stelle della Via Lattea. Questa visione cambia completamente nei secoli che passano tra Tertulliano e Giuliano di Toledo. Nell’opera di quest’ultimo, intitolata Prognostica e scritta nel 688 per consolare l’amico Idalio, ormai prossimo alla morte, le anime non aspettano più nel refrigerium ma si muovono verso il paradiso, a velocità diverse a seconda della gravità dei loro peccati, passando attraverso un fuoco che ricorda quello del purgatorio. Peter Brown paragona i secoli di Tertulliano a quelli di Giuliano di Toledo considerando la dimensione sociale, oltre a quella religiosa, e in particolare il ruolo della ricchezza. Tra il 250 e il 650 i legami tra i vivi e i morti e quelli all’interno della comunità cristiana non erano determinati da precise regole sociali. Dopo la conversione dell’imperatore Costantino, nel 313, molti ricchi romani delle classi alte diventarono cristiani e, nei secoli successivi, il divario tra ricchi e poveri si fece più ampio. Mentre nei primi secoli i fedeli facevano banchetti sulle tombe dei morti, ora i defunti diventarono più distanti e i cimiteri si riempirono dei mausolei delle famiglie più importanti. I santi non erano più compagni ma patroni, intercessori tra i credenti e Dio. Oltre ai ricchi anche i poveri acquistarono visibilità. Nei primi secoli del cristianesimo gli indigenti della comunità erano considerati come dei fratelli e le donazioni che ricevevano erano gesti di solidarietà. Ora, con una comunità più vasta e nuovi ricchi, i poveri diventano una classe a parte e la carità un gesto di espiazione che provoca il perdono, da parte di Dio, dei peccati di chi è così generoso da praticarla. Agostino, al quale Brown dedica buona parte dei due capitoli centrali del volume, col suo Enchiridion ha un ruolo chiave nel collegare i gesti di carità dei più abbienti all’espiazione dei loro peccati e, quindi, a un destino migliore nell’aldilà. Assediato nel suo studio, a Ippona, da ricchi pelagiani arrivati lì dopo che i Goti avevano saccheggiato Roma, Agostino afferma che la sepoltura accanto a un santo non garantiva automaticamente l’arrivo dell’anima in paradiso, come alcuni avevano pensato fino ad allora. I peccati, a differenza di quanto aveva insegnato Pelagio, erano onnipresenti e i gesti di carità verso i più poveri erano il modo di espiarli. È così che fare la carità diventa un atto sociale, un investimento dei ricchi, non soltanto nella comunità di cristiani alla quale appartengono, ma anche nell’aldilà. Dando soldi ai poveri e anche alla Chiesa i ricchi si assicurano preghiere per le loro anime. Per la prima volta i vivi pregavano per i morti e viceversa e la carità rafforza questo rapporto. L’uso della ricchezza per il «riscatto dell’anima» portò ad enormi gesti di solidarietà nei confronti dei poveri e a spettacolari risultati in arte e architettura; basti pensare agli enormi sarcofagi di marmo bianco dei santuari cristiani o ai meravigliosi mosaici che abbellivano i mausolei dei ricchi. Come è capitato in passato Peter Brown inaugura, con questo libro, un nuovo campo di studi e lo arricchisce con linee di ricerca molto interessanti chiedendosi quali riti leghino i ricchi e i poveri e i vivi e i morti e quanto essi siano determinati dalla società alla quale tutti appartengono.
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