giovedì 9 gennaio 2014
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Il 16 gennaio verranno rivelate le nomination ai prossimi premi Oscar. È quasi certo che uno dei protagonisti delle cinquine sarà 12 anni schiavo di Steve McQueen, storia vera di un afroamericano che negli Stati Uniti del XIX secolo dallo stato di "uomo libero" è ridotto con la frode in schiavitù. È il terzo film del regista di colore, londinese, 44enne. Lo hanno preceduto due storie altrettanto estreme e altrettanto morali: Hunger, sulle ultime sei settimane di Bobby Sands, del 2008, ma arrivato in Italia dopo Shame, del 2011, discesa agli inferi e redenzione di un sex addicted. Il primo è stato premiato a Cannes, il secondo ha visto assegnata a Michael Fassbender la Coppa Volpi a Venezia.Steve McQueen arriva al cinema dopo una lunga carriera nelle arti visive, in particolare nel campo delle installazioni video. È anzi una delle star del sistema. Vincitore del Turner Prize nel 1999, ha esposto in tutto il mondo e nel 2009 ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale. Negli ultimi anni non è il solo big dell’arte ad avere firmato lungometraggi destinati, almeno nelle intenzioni, a circolare nelle sale. Tra i primi è stato il polacco Piotr Uklanski, che nel 2006 ha realizzato Summer Love, un western ironico solo nelle intenzioni, con Val Kilmer. In Italia lo si è visto solo alla Mostra di Venezia. Al Lido invece nel 2009 il debutto di Shirin Neshat è stato premiato con il Leone d’Argento alla regia. In Donne senza uomini l’artista riprende esplicitamente i suoi temi consueti: il potere, la libertà, la condizione femminile in Iran. Nello stesso anno l’inglese Sam Taylor Wood, meno nota al grande pubblico della Neshat ma con un curriculum espositivo che va dal Moma al Pompidou, ha presentato con buoni riscontri Nowhere Boy, ritratto di John Lennon prima dei Beatles. L’artista, che ora si firma Taylor Johnson, è stata chiamata, forse anche per "nobilitare" la produzione, sul set di 50 sfumature di grigio. Assai meno mainstream è Pepperminta, ancora del 2009, della svizzera Pippilotti Rist, che è uscito nelle sale in patria e in Austria. Il thailandese Apitchapong Weerasethekul è invece figura anfibia, a suo agio tanto nella videoinstallazione quanto sul grande schermo. Regista visionario e anticonvenzionale, ha vinto la Palma d’Oro nel 2010.Se nei primi decenni del Novecento cinema e arte hanno avanguardie in comune, il dopoguerra separa con decisione linguaggi, pubblici e mercati. La figura chiave che rimette in collegamento le due realtà è Andy Warhol. La sua attitudine a manipolare gli elementi strutturali della cultura di massa lo porta a creare una factory in cui negli anni ’60 si producono musica e cinema. Certo quelle girate da Warhol restano pellicole estreme, ma arrivano anche nelle sale. Ecco perché è quasi simbolico che il film chiave del fenomeno di artisti passati al cinema è Basquiat (1996), in cui il pittore Julian Schnabel ripercorre il clima, vissuto in prima persona, attorno a Warhol nella New York degli anni ’80. Non è il solo artista che sul finale di secolo si prova nel cinema. Il pittore Robert Longo gira il cyberpunk Johnny Mnemonic con Keanu Reeves, mentre Martin Scorsese produce Cerca e distruggi di David Salle, con Cristopher Walken e Dennis Hopper. Sono del 1995 entrambi i film. Dimenticabilissimi. Come anche l’horror comedy Office Killer (da noi è passato in tv) di Cindy Sherman, del 1997. Passo falso inatteso perché l’artista americana sul linguaggio cinematografico ha fondato la sua ricerca, a partire dal capolavoro Untitled Film Stills. È da sottolineare che, Sherman a parte, si tratta di artisti legati a quel ritorno alla pittura che negli anni ’80 reagisce a un decennio di dominio del concettuale. Ed è interessante che sia un esponente della Transavanguardia, Mimmo Paladino, il solo artista italiano ad aver tentato il grande schermo, con l’apprezzato Quijote, del 2006, con Peppe Servillo nel ruolo dell’hidalgo di Cervantes e Lucio Dalla come Sancho Panza.Di quel gruppo solo Schnabel è tornato sul set: per Prima che sia notte (2000), Leone d’Argento a Venezia 57, Lo scafandro e la farfalla (2007) miglior regia a Cannes, e Miral> (2010). I premi hanno accompagnato anche la nuova onda di cineartisti. Ma questa è una generazione per la quale il video, prima che un genere, è uno strumento tecnico quotidiano, quando non esclusivo. La videoarte è molto cambiata dagli esordi negli anni ’70, quando era soprattutto documentazione di performance o aveva un approccio concettuale. Ora il termine copre esperienze molto diverse tra loro. Alcuni elementi, però, come un tempo non lineare, una rappresentazione simbolica, velocità estremamente dilatate, un uso antinaturalistico del suono, sono ricorrenti. Ma ci sono anche figure la cui arte si avvicina per forma e mezzi produttivi al cinema, come l’inglese Matthew Barney e la sua celebrata saga Cremaster (1995-2002) o l’italiano Francesco Vezzoli, che dispiega produzioni con grandi budget e star hollywoodiane. Nel notevolissimo Zidane: a 21st-century portrait (2006) di Douglas Gordon e Philippe Parreno, 17 telecamere riprendono in tempo reale il campione francese durante una partita. Proposto come film, presentato a Cannes e uscito anche in sala, è più arte in cinemascope.I videoartisti che invece decidono di tentare il cinema mainstream ne accettano le convenzioni. Realizzano un prodotto per un pubblico abituato al buio della sala, certamente dotato di un livello culturale medio, ma che solo in piccola parte è entrato nei musei e nelle gallerie. «Fin dall’inizio sapevo che il mio film non sarebbe stato un film tradizionale – ha dichiarato Shirin Neshat –, ma allo stesso tempo ho sempre avuto intenzione di fare un film che sarebbe potuto essere apprezzato da un pubblico generico». Ma è interessante che proprio il desiderio di trovare un «bilanciamento tra arte e cinema, approccio concettuale e chiarezza narrativa», perché il film «funzionasse come una videoinstallazione estesa», ha fatto sì che Donne senza uomini abbia irritato la critica di entrambe le parti. Un compromesso che non funziona.Non accade invece in McQueen, dove la distanza tra film e videoinstallazioni, in cui l’elemento ambientale immersivo è determinante, è marcata. Il tema della schiavitù, rappresentato senza filtri nella nuova pellicola, è a suo modo al centro di Western Deep del 2002, video girato in una miniera d’oro in Sud Africa. A lunghi tratti di buio e immagini indistinte coperte dal suono dello scavo si alternano momenti in cui l’immagine si fa più chiara, ma l’audio è tagliato. Nel film invece il linguaggio è classico. Anche se l’uso di lunghissimi piani fissi in momenti cruciali o di un sonoro enfatizzato sembra avvicinarsi a tecniche più tipiche del video. «Un artista visivo – sostiene Shirin Neshat – tende a esprimere le idee attraverso la formulazione di concetti, dove i cineasti sviluppano storie». La distanza tra immagini in movimento in cinema e arte, in ultima analisi, non sta tanto nell’elemento visivo o nello stile, ma in una diversa qualità del tempo.
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