venerdì 29 aprile 2016
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e i suoi doppi Spesso il narratore è come l’io di Rimbaud: un altro, un doppio impossibile e necessario. L’opera del fantomatico Cide Hamete Benengeli che Cervantes indica come fonte del Don Chisciotte, lo scartafaccio secentesco dal quale Manzoni pretende di attingere la materia dei Promessi sposi, il proverbiale Manoscritto trovato a Saragozza al quale è legata la fama del nobile polacco Jan Potocki. In ognuno di questi casi lo scrittore racconta e finge di non essere lui a raccontare. L’espediente ritorna, rovesciato, nell’autofiction nostra contemporanea, solo che qui è la presenza ossessiva dell’io narrante a produrre lo straniamento. Perché a questo che mira uno scrittore quando chiama in causa un terzo incomodo fra sé e il lettore: a evocare una distanza dando l’impressione di stabilire una vicinanza. O forse no, il risultato che si cerca di ottenere è ancora diverso. Questo, almeno, è il sospetto che nasce dalla lettura delle Novelle del defunto Ivan Petrovic Belkin, che fra il 1830 e il 1831 costituirono l’esordio di Aleksandr Sergeevic Puškin (1799-1837) come narratore in prosa. In prosa, ripetiamo, perché i cinque racconti si collocano nel bel mezzo del cantiere poematico dell’Onegin. I romanzi più vasti, come La dama di picche e La figlia del capitano, arriveranno qualche anno più tardi. Da un punto di vista strettamente strumentale, la scelta di attribuire le novelle in questione all’immaginario Belkin sembra rispondere a un’esigenza pratica. In origine il testo uscì infatti anonimo, evocare un alter ego era una ragionevole soluzione di comodo. La questione però non è così semplice, come ben sanno gli studiosi di narratologia che su questa raccolta si sono esercitati. Non c’è soltanto Puškin che scrive come se fosse Belkin, ma c’è anche Belkin che aggiunge a margine di ciascun racconto il nome della persona da cui ha inizialmente ascoltato la storia. In più di un’occasione, poi, appaiono personaggi intenti a raccontare il racconto che più tardi verrà riferito a Belkin, o a chi per lui. Un vertiginoso gioco di specchi, insomma, che torna ora disponibile in libreria grazie all’iniziativa di Kogoi, piccola sigla romana che dedica molta attenzione alla riscoperta dei classici. Nella fattispecie, Le novelle del defunto Ivan Petrovic Belkin sono riproposte nella classica traduzione di Leone Ginzburg (1909-1944), accompagnate da un gustoso saggio dello stesso Ginzburg, da una nota puškiniana di Piero Gobetti (1901-1926) e da un’utile prefazione di Dario Pontuale. (Per inciso: sia Gobetti sia Ginzburg sono protagonisti di recenti romanzi italiani, rispettivamente Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo e Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati). Intese di volta in volta come riecheggiamenti o parodie di generi letterari in voga, le Novelle ci appaiono oggi come perfetti congegni narrativi nei quali il colpo di scena, per quanto talvolta intuibile, arriva sempre puntuale. E questo accade perfino quando una trama si ripete due volte, prima sotto forma di tragedia ( La tempesta di neve) e poi di commedia galante ( La signorina contadina). Amore e onore, fato e mistero, gli ingredienti della tradizione ottocentesca ci sono tutti. E se Puškin decide di mescolarli sotto mentite spoglie è solo perché sa bene come noi tutti, alla prese con una storia, abbiamo bisogno di un testimone che garantisca che sì, è andata proprio così. Anche se non sembra vero, ma è in questo modo che va il mondo, tra passioni struggenti e momenti fatali. © RIPRODUZIONE RISERVATA Aleksandr S. Puškin LE NOVELLE DEL DEFUNTO IVAN PETROVIC BELKIN Kogoi. Pagine 124. Euro 14,90 Classici Riproposte nella storica versione di Leone Ginzburg, le “Novelle” attribuite all’immaginario Belkin sono un caso ancora esemplare IN VERSI E IN PROSA Aleksandr S. Puškin (1799-1837): tra i suo capolavori il poema “Evegenij Onegin” e i romanzi “La dama di picche” e “La figlia del capitano”
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