mercoledì 1 agosto 2012
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E che ci fa Marc’Aurelio alle Terme di Caracalla? Sul palcoscenico arriva il celeberrimo quadrupede bronzeo di piazza del Campidoglio (una copia ovviamente, anzi una seconda copia simile a quella che ammirano i turisti: l’originale è gelosamente custodito in un magazzino, al sicuro da pericoli). In sella c’è Gigi Proietti e dice subito d’essere l’imperatore. Non Marc’Aurelio, chiarisce subito, ma Caracalla che finalmente torna a casa per farsi un bagnetto e magari una sauna nel monumentale impianto termale da lui fatto costruire. Finalmente – è il caso di dire – i prestigiosi ruderi che ogni estate da un’ottantina d’anni fanno da sfondo alle rappresentazioni operistiche, più o meno adatti alle trame, sono sia pure paradossalmente funzionali a quanto sta accadendo sul palcoscenico in uno spettacolo fuori ordinanza dell’istituzione lirica romana. Affabulante e intriso della sua comicità, Proietti si guadagna subito il consenso del pubblico che non smetterà mai, fino all’una di notte, di ridere, applaudire, persino unirsi a lui in qualche frase da ripetere all’infinito scanzonata e cadenzata. Così, meditando ad alta voce, Gigi Caracalla fa notare tra le altre cose che il complesso termale a metà strada tra il Palatino e la «regina viarum», cioè l’Appia, fu da lui realizzato su un’area di ben undici ettari in soli otto anni: splendide torri alte quaranta metri, distese di parchi, centinaia di fontane zampillanti. «Altro che la Salerno-Reggio Calabria. Con noi – nota con un pizzico di sarcasmo e legando come farà più volte  le riflessioni sulla storia alle denunce sulla politica odierna – questo chiacchierato tratto di autosrada sarebbe finito da un pezzo».   Sono i classici monologhi del mattatore, anche se in realtà Gigi non è solo sulla scena, perché si contorna dei fantasmi di suoi colleghi recenti o lontani. Da Petrolini (anche se in questo caso la paternità viene correttamente dichiarata) al Rascel demenziale, da Sordi a Totò al Gassman serio riproposto in caricatura. «Nun se butta gnente», si potrebbe commentare usando il suo simpatico slang. E anche le macchiette di sua proprietà sono note e ripetitive: il balbuziente, il sordo che ripete con errori marchiani i suggerimenti altrui, l’ubriaco che non riesce a parlare perché gli si impasta la lingua. Le barzellette poi sono tutte riciclate. Ma lui le racconta bene e si fa perdonare.Se lo scopo è divertire il pubblico e farlo sganasciare dalle risa, il successo è fuori discussione. Certo manca l’originalità che ci si attendeva in vista del nuovo look che il Teatro dell’opera aveva annunciato per gli spettacoli della sua stagione estiva. Già nota anche una farsesca Traviata che sembra quasi rivendicare il diritto a questo palcoscenico. Ma anch’essa fa solamente ridere. E allora tutto sommato forse il meglio di sé Proietti l’ha dato quando ha incastonato alle sue gags vecchie canzoni del repertorio romano e romanesco, come Casetta de Trastevere, Er barcarolo (va controcorrente), Er pupo biondo e tante altre, aggiunte a quelle affidate alla bella voce di «Carlotta de nome e Proietti de cognome» (insomma sua figlia, che è anche una brava attrice). Lui è al centro del palcoscenico, appena davanti all’orchestra che è un po’ esuberante ma non lo copre (né il suo vocione si farebbe coprire). Due grandi schermi ai lati, con le cornici dorate, forniscono un primo piano del suo viso. È serio.​
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