venerdì 19 novembre 2010
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A pochi giorni di distanza del radiomessaggio per il Natale 1942, nel quale Pio XII faceva riferimento «a quelle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità e di stirpe, sono destinate alla morte o a un progressivo deperimento», papa Pacelli inviava il 3 gennaio 1943, tramite la nunziatura di Berlino, una lettera «scritta in tedesco personalmente dal pontefice» al cardinale Adolf Bertram, presidente della Conferenza episcopale tedesca di Fuldai nella quale rilevava con toni accorati che «l’ultimo decennio di vita, di sequela e di attività cattoliche sul suolo tedesco, è una "via crucis" della quale l’amarezza e l’opera distruttrice nella sua intera impressionante entità soltanto da Dio sono conosciute. Un calvario, ma su di esso la forza d’animo della fede e della fedeltà alla Chiesa dell’attuale generazione si è dimostrata degna del suo eroico passato». Il testo della lettera, finora conservata negli archivi della Santa Sede, viene ora reso noto dallo storico gesuita Giovanni Sale in un articolo di prossima uscita su «La civiltà cattolica» che porta ulteriori elementi non tanto sul «silenzio», rinfacciato anche recentemente a Pio XII sulla Shoah ma anche sull’atteggiamento dei vescovi tedeschi di fronte a un Hitler che non nascondeva in alcun modo la sua volontà di estirpare la Chiesa cattolica e ridurre al silenzio quei pastori e quei sacerdoti e laici, che avevano alzato la loro voce – e non erano pochi – contro le crudeltà del regime, a cominciare dall’eutanasia verso le persone più deboli.L’accenno del Papa nel suo radiomessaggio, a quanti erano stati colpiti «per ragioni di nazionalità e di stirpe» era espresso in termini generali (ma anche i Paesi alleati sapevano ben poco della soluzione finale voluta dal nazismo) ma Hitler e i suoi gerarchi avevano ben avvertito che i giudizi del pontefice, se fossero stati resi noti, andavano oltre la difficile situazione complessiva della Chiesa in Germania. Se la lettera al cardinale Bertram, recapitagli, come si legge in un appunto del nunzio Cesare Orsenigo, «per mezzo di persona privata», fosse infatti arrivata nelle parrocchie e fatta conoscere ai fedeli, avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Per questo, il cardinale segretario di Stato, per esplicita volontà del Papa, affidava «completamente» al presidente della Conferenza episcopale tedesca «per la sua nota prudenza» il compito di valutare «se, come e quando convenga diffondere questa sua lettera tra il clero e il popolo di Germania» perché bisognava evitare che il pontefice «mentre infuria la guerra, intenda fare qualche cosa che possa nuocere al popolo tedesco» Una responsabilità non da poco per i vescovi tedeschi, divisi al loro interno nei confronti del nazismo. Bertram decideva perciò di non pubblicare la lettera perché, a suo giudizio, conteneva «certe parole che potrebbero suscitare una fortissima ira sia nel governo, sia nell’episcopato». Ma questo – osserva padre Sale – «significò rimandare di quasi un anno la diffusione della lettera papale: il che equivaleva a renderne inefficace la portata e vanificare il fine per cui era stata scritta».Per di più la scelta di non diffondere il documento pontificio aveva creato qualche imbarazzo in Vaticano tanto che nel marzo 1943 la Segreteria di Stato aveva chiesto al nunzio chiarimenti in merito. Ma – scrive ancora padre Sale – il papa non volle in nulla modificare l’indirizzo da lui stesso dettato in tale materia: dovevano essere i vescovi a decidere in loco ciò che doveva o non doveva essere fatto per il maggior bene della Chiesa».
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