martedì 9 dicembre 2008
Già in un discorso di 65 anni fa Papa Pacelli dimostrava di sapere che la sua posizione sulla guerra sarebbe stata criticata. «Quando però i testi saranno noti, si vedrà la falsità delle accuse».
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Il 13 giugno 1943, Pentecoste, Pio XII riceveva in udienza 25.000 operai giunti da tutt’Italia a conclusione delle celebrazioni per i suoi 25 anni d’episcopato. «Il materno cuore della Chiesa tutrice delle giuste aspirazioni del popolo lavoratore»: con questo titolo, la stampa cattolica pubblicava il discorso esaltante la dignità del lavoro e la dottrina sociale della Chiesa contro «i falsi profeti che dicono bene al male e male al bene, e, vantandosi amici del popolo, non consentono tra capitale e lavoro e tra datori di lavoro ed operai quelle mutue intese che mantengono e promuovono la concordia sociale per il progresso e l’utilità comune». La definizione di «falsi profeti» era piaciuta a Vittorio Emanuele III, come lo stesso re avrebbe dichiarato 4 giorni dopo al nunzio in Italia Francesco Borgongini Duca ,in un incontro in cui il rappresentante della Santa Sede faceva però notare come i giornali italiani avessero eliminato nelle loro cronache «tutte le parole di pace» pronunciate in quell’occasione: «La pace che vuole il Papa ¿ aveva detto il nunzio ¿ è la pace con giustizia, non la pace disastro».Il discorso di Pio XII cadeva in un momento difficile per il nostro Paese. Le truppe anglo americane avevano occupato Pantelleria e si preparavano a sbarcare in Sicilia. Ma il Re - riferiva il nunzio al cardinale Luigi Maglione, segretario di Stato - non riteneva possibile questa ipotesi. Le sorti della guerra, anche se ancora incerte, sembravano pendere a favore degli Alleati, mentre il Papa moltiplicava i suoi sforzi per arrivare a una soluzione del conflitto. Il riconoscimento di Roma «città aperta», evitando quindi i minacciati bombardamenti degli anglo-americani (numerose città italiane erano già state devastate), era uno dei tasselli non secondario dell’impegno del Papa. Anche se ciò si scontrava con la decisione degli Alleati, che volevano la resa incondizionata dell’Italia. Mussolini, nonostante i sintomi di disfacimento del regime, continuava a lanciare proclami di sicura vittoria. La Germania di Hitler era ancora forte nonostante l’insuccesso nella Russia di Stalin e il nazismo aveva scelto il genocidio, nel silenzio sostanziale anche degli Alleati. In questo scenario, il discorso di Pio XII agli operai rivela nella parte conclusiva - anche se mancano riferimenti specifici - l’intenzione del Papa a «cancellare» una sorta di diffuso preconcetto nei confronti della Chiesa e del Papa in particolare: «Una propaganda di spirito antireligioso va spargendo in mezzo al popolo, soprattutto nel ceto operaio, che il Papa ha voluto la guerra, che il Papa mantiene la guerra e fornisce il denaro per continuarla, che il Papa non fa nulla per la pace. Mai forse non fu lanciata una calunnia più mostruosa e assurda di questa!. Chi non sa, chi non vede, chi non può accertarsi che nessuno più di noi si è insistentemente opposto, in tutti i modi consentiti, allo scatenarsi e poi al proseguire della guerra, che nessuno più di noi ha continuamente invocato e ammonito: pace, pace, pace!, che nessuno più di noi ha cercato di mitigare gli orrori?».Pio XII aveva ragione a ricordare il suo incessante sforzo a sostegno della pace. Lo aveva fatto fin dal suo sofferto primo radiomessaggio alla vigilia della guerra: «Nulla è perduto con la pace, tutto è perduto con la guerra... Che gli uomini inizino a negoziare di nuovo». Di fronte alla crescente tragedia che insanguinava il mondo, il Papa nel Natale del 1942 aveva condannato fermamente i regimi totalitari ed aveva espresso anche un esplicito riferimento alla sorte di «centinaia di migliaia di persone, le quali senza veruna colpa, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe sono destinate alla morte o a progressivo deperimento». Non era denunciato esplicitamente il genocidio degli ebrei (del quale si avevano nel 1943 informazioni sempre più esaurienti), ma i leader nazisti non avevano equivocato sulle parole di Pacelli: «È un capolavoro di travisamento clericale della concezione del mondo nazionalsocialista».Nel discorso di Pentecoste di 65 anni fa manca in effetti ogni riferimento alla tragedia della Shoah. E probabilmente il silenzio (che non fu solo di Pio XII) era allora una strada obbligata. Ma c’è una significativa affermazione che sembra tener conto della intricata e complicata situazione internazionale e invita ad andare oltre gli aspetti contingenti. Disse infatti il Papa: «La Chiesa non teme la luce della verità, né per il passato, né per il presente, né per il futuro. Quando le circostanze dei tempi e le passioni umane permetteranno o richiederanno la pubblicazione di documenti, non ancora resi di pubblica ragione, concernenti la costante azione pacificatrice della Santa Sede, non timida dei rifiuti e delle resistenze durante questa immane guerra, apparirà in luce più che meridiana la stoltezza di tali accuse».L’affermazione vale anche per la Shoah? Queste parole di 65 anni fa, esplicite e anche orgogliose, esprimono l’attesa della verità. Ha dichiarato nei giorni scorsi Benedetto XVI: «Pio XII spesso agì in modo silenzioso e discreto perché, alla luce delle situazioni di quella complessa fase storica, intuì che solo così si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei».
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