giovedì 19 dicembre 2019
A sessant'anni dalla morte (il prossimo 4 gennaio) un libro di saggi raccoglie la testimonianza del regista Jean-Louis Barrault che lavorò col grande scrittore alla messinscena di un testo sulla peste
Lo scrittore Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957

Lo scrittore Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957

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Il contagio, la quarantena, il coraggio dell’uomo davanti al male: l’equivoco era da mettere in conto e probabilmente lo sapeva bene lo stesso Albert Camus. Ma il teatro era sempre stato – e sempre sarebbe rimasto – il mezzo espressivo che più lo attirava per essenzialità simbolica, complessità di significati, opportunità offerte dalla messinscena. E così nel 1948, un anno dopo la pubblicazione del romanzo La peste, Camus lasciò che prendesse corpo la collaborazione con Jean-Louis Barrault, una delle figure più in vista del teatro e del cinema francese del periodo.

Attore e regista, Barrault era stato uno degli interlocutori di Antonin Artaud, il poeta visionario e incontenibile, mistico di un misticismo tutto personale e deragliato, che per primo aveva pensato di trarre uno spettacolo dal Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe. Un po’ romanzo storico, un po’ resoconto dell’epidemia che aveva decimato Londra nel 1665 (ma l’autore di Robinson Crusoe lo mandò in stampa solo nel 1722), il Diario forniva una sorta di materiale grezzo sul tema della pestilenza, lo stesso sul quale Camus stava lavorando fin dall’inizio degli anni Quaranta.

Il risultato, come sappiamo, fu il capolavoro che si rivelò decisivo per l’assegnazione nel 1957 del premio Nobel allo scrittore francese. Torniamo alla cronologia: La peste è del 1947, il 27 ottobre 1948 va in scena al Théâtre Marigny di Parigi Lo stato d’assedio, regia di Barrault su testo di Camus, scenografie del pittore Balthus. Il pubblico, prevedibilmente, si attende una versione teatrale della Peste e invece si trova ad assistere a uno spettacolo del tutto diverso: un’altra allegoria moderna, com’è in fondo il romanzo, ambientata però non nell’enclave francese di Orano, in Algeria, ma in una Spagna stilizzata e nel contempo ancora riconoscibilissima. Non appena prende la parola, la Peste (che qui è un personaggio, non solo un’impalpabile presenza maligna) adopera subito il linguaggio del despota. «Io regno: è un fatto, quindi un diritto – dice –. Ma un diritto non si discute: dovete adattarvi». Nonostante le premesse (o forse, almeno in parte, proprio a causa di esse), Lo stato d’assedio fu un insuccesso immediato e clamoroso, che se non altro assicurò qualche meschina soddisfazione ai benpensanti della Parigi che conta o, almeno, di quella che contava allora.

Lo ammette senza riserve, anche se con una residua punta di rammarico, lo stesso Barrault nel testo che riproduciamo in questa pagina, steso di getto dopo il fiasco del 1948 e successivamente ripreso nel numero speciale che la rivista “La Table Ronde” volle dedicare alla morte di Camus nel febbraio del 1960: il 4 gennaio dello stesso anno lo scrittore (nato a Mondovi, l’attuale Dréan algerina, il 7 novembre 1913) era infatti rimasto vittima di un incidente automobilistico presso la località di Villeblevin, nella Yonne. La testimonianza di Barrault si legge ora, insieme con alcuni dei testi più significativi di quello stesso fascicolo mono-grafico, in un volume curato da Riccardo De Benedetti per la collana “I fiocchi” di MC edizioni e intitolato appunto Lo stato d’assedio. Per fare buon uso di Albert Camus (pagine 114, euro 12,50).

Si tratta di interventi che, a sessant’anni di distanza, non hanno perso nulla della loro profondità, come dimostra in particolare il lungo saggio del filosofo Gabriel Marcel che analizza L’uomo in rivolta fino a individuare l’aporia metafisica che finisce per insidiare l’intero ragionamento di Camus: se «rivoltarsi è sempre rivoltarsi contro», la «coscienza ulcerata» del rivoltoso camusiano difetta di un oggetto rispetto al quale insorgere, a meno che non venga ristabilita «un’autentica trascendenza, vale a dire verticale» che per Marcel s’identifica con il cristianesimo. Ma non meno penetranti sono le osservazioni di Marie-Madeleine Davy sul parallelismo con Simone Weil, quelle di Emmanuel Berl sul concetto di assurdo, le pagine di diario dettate da Jean Guitton in morte di Camus, le notazioni attraverso le quali Charles Moeller fa balenare una possibile analogia con l’insegnamento di Charles de Foucauld. Quanto a Barrault, non aveva dimenticato di essere stato riconosciuto, in qualche modo, come coautore dello sfortunato Stato d’assedio. Che «non è, in nessun modo, un adattamento del mio romanzo La peste», ribadiva Camus al momento della pubblicazione. Un esperimento ambizioso, che tuttavia «meriterebbe un certo interesse», si premurava di affermare. Come se quel dramma nascondesse un segreto, come se quella battuta finale che riconosce nel mare la “patria degli insorti” ci riguardasse ancora da vicino.

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