mercoledì 15 gennaio 2014
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C’è una definizione semplice del critico: un lettore che scrive. Sembra poco e invece è molto. È evidente, infatti, che leggere un libro per poi darne conto innanzi tutto a se stessi, orienta in modo diverso la lettura, predispone chi legge a selezionare, a scomporre il testo per poi rimontarlo in vista d’una creazione di senso che diventa essa stessa scrittura. Ci si dovrebbe interrogare, semmai, sul perché si legge e in funzione di quale particolare esperienza. Sono domande che Andrea Caterini ha avuto di sicuro a mente mentre scriveva questo suo suggestivo Patna. Letture dalla nave del dubbio (Gaffi), che deve il titolo al nome dell’imbarcazione del Lord Jim di Conrad, da cui un marinaio fugge, «per salvare la propria vita, lasciando che il resto dell’equipaggio si sbrighi da solo la sua possibilità di salvezza»: per vivere poi il resto dei suoi giorni nel segno del senso di colpa e del tradimento. Un libro ripartito in tre sezioni dove, alla prima di poetica (Elogio del dubbio), fa seguito Ritratti di letteratura contemporanea (da Vollmann a Philippe Forest; da Cordelli, Picca e Carraro, a Carbone Trevi e Di Consoli; da Colasanti, Febbraro e Damiani, a  Sortino e Simoncelli), per concludersi con Diario di bordo (più corsiva e occasionale).Devo dire subito che queste pagine hanno una loro importante valenza programmatica e generazionale (Caterini è del 1981): «Dai libri che legge, un critico (…) non può pretendere poco, non può accontentarsi del poco che è il piacere consolatorio suscitato da una qualsiasi storia». E ancora: «il critico dovrebbe sempre sapere che dietro ogni opera che sia davvero tale persiste il perpetuarsi di una contraddizione, la sopravvivenza di un desiderio duplice che è quello di esporsi completamente alla vita e al contempo quello di scomparire», secondo una lezione appresa da Conrad, appunto, ma anche, tra gli altri, da Dostoevskij, Gide, Camus o Simone Weil. Valenza programmatica e generazionale, dicevo, che non può essere ignorata, soprattutto da chi, come me, ha la responsabilità d’aver teorizzato, ne La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo (2009), un’idea di critica come critica della vita. E Caterini, in effetti, è così che si presenta: uno «che dice un "sì" alla vita che è propulsione» (e «vortice»), un critico della vita, insomma, nei modi d’una critica che vuole contribuire, attraverso l’interpretazione, alla costruzione del senso della vita di chi legge. In ciò Caterini è in compagnia di altri coetanei, pur diversi tra loro, tra i quali mi piace citare (ma ne dimentico tanti), oltre al ricordato Di Consoli, Francesca Serra, di bibliografia già corposa, con le sue perlustrazioni antropologiche interletterarie e interdisciplinari; Domenico Calcaterra, studioso di Calvino e Consolo, con quel curioso (animato e serratissimo) taccuino di lettura che è Niente stoffe leggere; Giuseppe Giglio, attivo su La Sicilia e molto in rete, ad articolare la sua idea sciasciano-saviniana di critica come conversazione; Fabrizio Ottaviani che, su Il Giornale, segue con grande autonomia di giudizio la letteratura italiana coeva, come del resto, su L’Unità e Il Sole, Paolo Di Paolo; infine Matteo Marchesini che, su Il Foglio, coi suoi micro-saggi sta ridisegnando le mappe dei territori letterari nazionali.Il libro di Caterini muove da un principio morale irrefutabile: i libri sono niente se non si spalancano sul mondo e sull’esperienza vissuta, benché, in questo spalancarsi, rivelino sempre la loro «insufficienza» rispetto alla vita. E arriva al culmine d’un lungo processo di contestazione nei confronti di quella liquidazione dei concetti di autore e di realtà in letteratura operata da Barthes nel 1968, ridotti a mere convenzioni linguistiche e dati per morti. Un processo cui molti hanno contribuito: dal primo teorico decostruttore di teorie Franco Brioschi a Alfonso Berardinelli, il nostro socratico maestro, sino a Goffredo Fofi, col suo impegno, bruciante e generoso, anche politico. Per non dire di Raffaele La Capria che ci ha insegnato a rimettere i piedi per terra, nel segno del buon senso. O di Mengaldo: e il suo avvertimento a non trascurare mai, per la vita, il mestiere. Senza dimenticare i due antipodici e solitari modelli di pensiero critico che furono Garboli e Baldacci. Qual è il rischio che corriamo ora che il formalismo tecnicista e estetizzante pare sconfitto? Di fare della retorica della vita: una forma, pur’essa, di pericolosa astrazione.
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