giovedì 7 maggio 2009
Ciò che manca alla Ue è la capacità dei suoi cittadini di sentirsi «emotivamente» uniti. La provocazione del giurista Philip Allott.
COMMENTA E CONDIVIDI
Per scoprire che cosa pensia­mo di essere, noi in Europa, possiamo guardare nello «specchio della storia europea». Nella storia della nostra co-esi­stenza vediamo luci e ombre. E si potrebbe dire che noi europei ab­biamo imparato tre grandi lezioni nel corso della nostra straordina­ria esperienza sociale autoco­sciente: lezioni di grande impor­tanza per il terribile problema del futuro dell’Unione Europea. In Eu­ropa abbiamo conosciuto società piccolissime e altre grandissime, e tutte le scale intermedie. Qual è il livello migliore di integrazione so­ciale? Ecco un bel dilemma. Abbiamo conosciuto città-stato e imperi. E, in mezzo, i cosiddetti Stati nazionali. L’impero romano, la Chiesa romana, il Sacro Roma­no Impero, l’Unione Europea: quattro diverse forme di «autoim­perialismo » del popolo d’Europa. A partire dal XIV secolo Francia e Inghilterra hanno aperto la strada come società leviatano destinate a diventare Stati nazionali. In que­sto processo i popoli di Italia e Germania sono rimasti a guarda­re. Fino all’ultima parte del XIX seco­lo l’Italia e la Germania sembrava­no incarnare un altro aspetto, pa­radossale, della visione di Adam Smith: «il principio di competizio­ne ». La competizione non-inte­grata degli attori sociali può anche far crescere la ricchezza della na­zione, nel senso più ampio del ter­mine ricchezza. Questa è una par­te importante dell’ideale di capita­lismo. Si pensi a quanto la cultura d’Eu­ropa sia stata arricchita dalla com­petizione tra città-Stato in Italia! Si pensi a quanto la cultura tedesca sia stata arricchita dalla co-esi­stenza in Germania di una miria­de di corti e città-Stato: ciascuna con la sua università, i suoi musei e le sue società colte, molte con orchestre e compagnie d’opera. In Gran Bretagna senza il Seicento inglese non ci sarebbe stato il Set­tecento scozzese. Senza il Sette­cento scozzese non ci sarebbe sta­to l’Ottocento britannico. Oppure si considerino due forme di globa­lizzazione: la forma esterna degli imperi coloniali europei, scompo­sti «leviatani intercontinentali», e la forma interna di globalizzazio­ne nota come Stati Uniti d’Ameri­ca. Quella degli Stati Uniti è la sto­ria della trasformazione di una so­cietà che era originariamente una sorta di «Europa-in-esilio» in un Weltstaat, uno Stato-mondo, in cui popoli di ogni angolo della ter­ra risultano fusi in un’unica so­cietà altamente coesiva con la quale «si identificano emotiva- mente». Dopo il 1945 l’Europa si è ripiega­ta su se stessa. La recentissima e­sperienza storica aveva traumatiz­zato la sua mente collettiva. I suoi imperi intercontinentali erano svaniti. Nella sua origine psicolo­gica, la Comunità Europea era l’autodifesa dell’Europa da se stes­sa, dai suoi istinti peggiori. L’inte­grazione europea come repressio­ne freudiana. Ma la Comunità Eu­ropea assunse la forma sorpren­dente di società leviatana creata dagli Stati nazionali leviatani: un leviatano dei leviatani. Forse si pensava che si trattasse di un’e­strapolazione logica e inevitabile dell’intero corso della storia euro­pea. Ma presso ci accorgemmo che c’era un problema. L’Unione Europea è un sistema governativo che va oltre gli Stati nazionali, un quasi-Stato-nazionale senza una nazione con cui il popolo d’Euro­pa possa identificarsi personal­mente o attaccarsi emotivamente. Dunque, alla fine, tre suggerimenti d’immaginazione. Ma spero anche pratici. 1. Integrazione costituzionale. Dovremmo imparare dalla storia degli Stati Uniti. Gli Usa comincia­rono come aggiunta costituziona­le «verticale» alla co-esistenza «o­rizzontale » delle ex colonie (gli 'Stati'). L’Ue, invece, viene vista come sistema costituzionale «o­rizzontale » inter-statale a livello i­stituzionale, che irrompe vertical­mente nei sistemi istituzionali de­gli Stati membri. È un sistema e­sterno che agisce internamente. È una presenza aliena nei sistemi sociali nazionali. Dovremmo re­immaginare il sistema Ue come integrazione dei sistemi costituzio­nali degli Stati membri. 2. Globalizzazione interna. Dovremmo imparare dalla storia costituzionale del Regno Unito. Il Regno Unito è un intreccio, un patchwork, di gruppi sociali su­bordinati, un amalgama etnico, che cambia in continuazione. Do­vremmo vedere l’Europa come u­na forma di globalizzazione inter­media: non una nazione, né uno Stato, né uno Stato nazionale, ma un fenomeno sociale nuovo e uni­co. 3. Globalizzazione esterna. Gli europei sono – o dovrebbero essere – «global per natura». Co­nosciamo il mondo meglio di chiunque altro. Nella costruzione di un altro Nuovo Mondo dovrem­mo essere i primi. Abbiamo lotta­to tre millenni per sopravvivere e prosperare. Ora ci troviamo di fronte a una sfida senza preceden­ti. Noi europei dovremo essere molto intelligenti, energici e rudi per sopravvivere e prosperare nel mondo del XXI secolo.

(traduzione di Anna Maria Brogi)

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: