Cinema. Così Pechino fa Hollywood


Stefano Vecchia venerdì 17 febbraio 2017
Il Kolossal "The great wall" di Yimou segna la svolta nell'integrazione fra cinematografica cinese e americana
Una scena del film "Tre great wall" con Matt Damon che uscirà in Italia il 27 febbraio

Una scena del film "Tre great wall" con Matt Damon che uscirà in Italia il 27 febbraio

La Grande Muraglia corre ormai da Pechino a Hollywood e il kolossal The great wall affidato al visionario ed eclettico regista cinese Zhang Yimou, passato da critico del sistema a suo coreografo a partire dalle Olimpiadi 2008, segna per molti una svolta. La pellicola, che uscirà in Italia il 27 febbraio, segna sicuramente l’integrazione ai massimi livelli della cinematografia cinese (regista, studi, produttori, parte del cast) e statunitense (protagonisti, sceneggiatura, coproduzione e distribuzione). Con uno sbilanciamento a favore della prima esteso al budget (il maggiore mai impiegato in un film girato in Cina), alla narrazione, alla location e alla prevedibile rincorsa a prestigiosi premi (con la critica, per la verità, sulla difensiva). Segna anche l’introduzione dell’inglese come lingua ufficiale (anche questa un’anteprima in Cina) per aprire alla cinematografia del Paese di Mezzo le porte globali. Forse anche a propiziare il rilancio dei suoi botteghini, che ne hanno bisogno nonostante 1,26 miliardi di biglietti venduti nel 2015.

Dopo un quinquennio di crescita accelerata, gli incassi dello scorso anno sono stati di 45 miliardi di yuan, equivalenti a 6,25 miliardi di euro; del 25% inferiori ai quasi 8,2 miliardi di euro delle aspettative. Dopo un quinquennio di crescita media annua del 40%, l’industria del cinema cinese che sembrava destinata a superare quest’anno quella Usa, vede un rallentamento che potrebbe essere strutturale, ma che ha come ragioni immediate le estese manipolazioni nelle vendite di biglietti, l’evoluzione dei gusti del pubblico, più esigente; anche finanziamenti dubbi e pressioni politiche. Coordinate di un fenomeno artistico-produttivo e di costume che ha dinamiche e prospettive proprie ma anche caratteristiche comuni alle varie “bolle” speculative presenti nel Paese asiatico. Un fenomeno particolare, che ha ampiamente alimentato il successo dell’industria cinematografica locale, è quello delle vendite online, il 57,5% del totale nel 2015, che abbassa notevolmente il costo dei biglietti, mediamente negli ultimi anni attorno a sei euro se acquistato al botteghino. Questo ha portato a uno sviluppo enorme delle applicazioni dedicate e l’industria cinematografica cinese a dipendere dalle biglietterie reali o virtuali per il 90% degli incassi, contro il 20% statunitense.

Tutto bene, allora? Forse non proprio, anche se sicuramente le nubi all’orizzonte al momento non sono molte. Tra queste, ricorda il sito web d’informa- zione economica Caixin Media, la pratica di produttori e distributori di pagare ingenti “sussidi” ai rivenditori online per ribassare i costi e quindi gonfiare le vendite. La società di distribuzione Beijing Max Screen ha dovuto sospendere l’attività per un intero mese dopo che le autorità avevano scoperto che il successo del film d’azione Ip Man 3 era stato incentivato da vendite manipolate. Per il viceresponsabile dell’Amministrazione statale per la stampa, le pubblicazioni, la radio i film e la televisione, Tong Gang, il declino è dovuto anche alla svalutazione dello yuan che rende più caro l’acquisto di diritti sulle produzioni straniere. In prospettiva, la sfida maggiore viene dalle piattaforme di streaming, circa 200 quelle in attività. Testimonial di grido e investimenti consistenti hanno convinto oltre 200 milioni di clienti ad aderire a questa forma di distribuzione a pagamento per un valore di mercato equivalente a 1,23 miliardi di euro nel 2016. Tuttavia, anche in questo settore, sembra che l’onda abbia già raggiunto l’ampiezza maggiore e che ora sia tempo di un consolidamento. Come conferma l’analista Martin Bao, «guardando avanti ci aspettiamo che le piattaforme di riferimento ottimizzino la struttura dei costi, come pure avviino un consolidamento reso necessario dai costi crescenti dei contenuti, da minore interesse da parte degli investitori e da regolamenti più severi».

Interessante, all’avvio di un’«era Trump» che prefigura una maggiore tensione tra Pechino e Washington, il cambiamento in corso nell’industria cinematografica cinese sull’immagine esterna, con un occhio di riguardo proprio verso gli States. Come ha indicato il magnate dei media Li Ruigang in un intervento all’ultimo Forum economico mondiale di Davos, la seconda economia del pianeta sta usando il suo ampio mercato per influenzare sia gli ideali tradizionali di Hollywood, sia le modalità con cui la cinematografia made in Usa propone se stessa. Ad esempio, da tempo i protagonisti cinesi delle pellicole statunitensi hanno solo ruoli di “buoni”, per non alienarsi il mercato cinese. Insomma, un’offensiva di immagine bidirezionale con un occhio al botteghino, mentre 16 parlamentari Usa hanno chiesto di fermare la spesa all’ingrosso di Hollywood da parte dei cinesi guidati dal più ricco cittadino della Repubblica popolare, Wang Jianlin, che non nasconde l’interesse all’acquisto di fette significative dei sei maggiori “studios” californiani, tra cui Paramount Pictures e 21st Century Fox.

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