lunedì 11 febbraio 2013
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Pensatore della complessità dell’essere umano nel mondo, Pascal è di un’attualità inaudita. Lo sprofondare del determinismo assoluto nella scienza, il crollo di una concezione teleguidata della storia in ascesa verso il progresso, tutto questo costituisce un profondo ritorno dell’incertezza nella conoscenza. La coscienza razionale accresciuta dai limiti della ragione, compresi quelli scientifici (Popper, Gödel e altri) lo conferma. Il sorgere delle aporie in tutti gli avanzamenti del pensiero scientifico ci fanno ritrovare spontaneamente l’idea di Pascal (e di Niels Bohr) secondo cui il contrario di una verità profonda non è un errore bensì un’altra verità profonda.Pascal ci ha situati tra due infiniti, il che è stato ampiamente confermato dalla microfisica e dall’astrofisica del XX secolo. Quando scrive: «Che cos’è un uomo nell’infinito? Chi può comprenderlo?», presume già la nostra vertiginosa piccolezza in seno a un sistema solare lillipuziano e a una galassia nana, in un cosmo che si estende su miliardi di anni luce. Scrivendo che l’uomo è come smarrito «in questa regione fuori mano della natura», immaginava quasi la marginalità della nostra terra, terzo satellite di un sole, astro perduto in una galassia periferica fra miliardi di galassie di un universo in espansione. Scrivendo che un acaro può contenere «un’infinità di universi di cui ciascuno ha il proprio firmamento, i suoi pianeti, la sua terra», già suppone il nostro incredibile gigantismo in rapporto al mondo subatomico, senza ancora sospettare che noi fossimo costituiti da miliardi di miliardi di particelle e attraversati incessantemente da miliardi di neutrini. Così le ultime scoperte della scienza della natura giungono alla situazione paradossale, già annunciata da Pascal, in cui la conoscenza sfocia sul Mistero: «Per quanto gonfiamo le nostre concezioni al di là degli spazi immaginabili, non riusciamo che a partorire atomi in preda alla realtà delle cose»
La razionalità difesa da Pascal è di un carattere superiore rispetto a quella di Cartesio. Introduce una causalità interattiva, retroattiva, e ad anello. Pascal scrive: «Poiché tutte le cose sono causate e causanti aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte intrattengono un legame naturale e insensibile che connette le più lontane e le più differenti, ritengo sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto come del pari conoscere il tutto senza conoscere nel dettaglio le parti». Quando ho ritrovato questa frase, mi sono reso conto che essa esprimeva, nel modo più denso e ammirevole, ciò a cui io ero giunto dopo un lungo lavoro. Ho così scoperto che i pensieri cardinali di Pascal sono germinati dentro di me, che ero loro fedele, talvolta perfino senza saperlo, e che essi hanno chiarito le mie elaborazioni che credevo nuove.Questa formula di Pascal si oppone a quella di Cartesio che pone la necessità, nel suo Discorso del metodo, di «separare tutte le cose e cogliere ciascuna delle difficoltà che esaminerò in tutte le parti che sarà possibile e che sarà necessario per meglio risolverlo». Ma, di fatto, esse sono complementari. Dobbiamo associare i due procedimenti, di disgiunzione e di congiunzione, di semplificazione e di complessificazione e pensarli come antagonisti e complementari.Questa formula pascaliana, «poiché tutte le cose sono causate e causanti…», dovrebbe essere inscritta a lettere d’oro sul frontone di tutte le università del mondo. Essa rompe con la causalità lineare e il pensiero semplificatore che regnano ancora nel XXI secolo. Essa illustra e illumina la necessità, divenuta vitale per la conoscenza, il pensiero e l’azione, di superare le compartimentazioni disciplinari e di riscoprire i problemi fondamentali e globali dell’umanità. Pascal ci spinge a concepire un’antropologia complessa in cui homo sapiens è anche demens, homo faber è anche immaginario e mitologico, homo oeconomicus è anche homo ludens, in cui l’uomo non è soltanto prosaico, votato ai compiti utilitaristici, ma anche poetico, votato alla comunione e all’amore.
Infine Pascal ci dà una lezione etica più necessaria che mai. «Applicarsi a ben pensare, ecco il principio della morale», dice. L’etica non può soddisfare le buone intenzioni. Essa deve mobilitare l’intelligenza per affrontare la complessità della vita, il che per me significa «ben pensare». È chiaro che bisogna distinguere la coscienza intellettuale da quella morale, ma è necessario che il loro legame e la loro inseparabilità vengano mantenuti. «Ben pensare» significa per me abbandonare i punti di vista dei saperi separati che non sanno vedere l’urgenza e ciò che è essenziale; abbattere le barriere tra i saperi, vedere il tutto nelle parti e le parti nel tutto; sforzarsi di concepire delle solidarietà fra gli elementi di un tutto, e da lì tendere a suscitare una coscienza di solidarietà; conoscere i contesti e riconoscere le complessità delle situazioni in cui dobbiamo agire, comprendere in particolare che c’è una «ecologia dell’azione», che può spesso sviare le nostre azioni dal loro senso desiderato e orientarle perfino in senso contrario, per cui le nostre intenzioni morali possono sfociare in risultati immorali; riconoscere e affrontare incertezze morali e contraddizioni etiche, comprendere che il bene e il male non possono essere sempre distinti facilmente, sapere che i nostri doveri etici sono spesso antagonistici, e perfino inconciliabili, poiché abbiamo doveri verso noi stessi, verso i nostri cari, verso la società, verso la specie, verso la nostra Terra-patria; riconoscere le potenze d’accecamento o di illusione dello spirito umano, il che comporta una lotta contro le deformazioni della memoria, le dimenticanze selettive, l’autogiustificazione, l’autoaccecamento; includere nella conoscenza oggettiva la conoscenza soggettiva del soggetto che conosce, nella conoscenza degli oggetti la comprensione umana, cioè il riconoscimento della complessità umana… Ecco un po’ di tutto quel che intendo quando parlo di «ben pensare».
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