domenica 20 dicembre 2009
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Il cantone di Guamote, nella regione del Chimborazo (dal vulcano che porta lo stesso nome e la cui cima supera i 6000 metri) è una delle più povere e abbandonate tra le regioni dell’Ecuador andino. Qui vivono gli indios quechua, contadini, che coltivano sui ripidissimi terreni che raggiungono i 4500 metri fave, patate e altri umili legumi della sopravvivenza. L’indice di povertà tocca il 90% della popolazione, il tasso di mortalità infantile è uno dei più alti del Paese. La maggior parte delle donne partorisce in casa e un’alta percentuale di esse non riceve alcun aiuto. Gli indios rifiutano di utilizzare le unità di salute pubblica per ragioni principalmente culturali, ma probabilmente anche per il fatto che le strutture pubbliche troppe volte hanno tentato di svilire le pratiche tradizionali quechua. La crisi economica acutizzatasi poi negli ultimi tre anni ha reso ancora più drammatica la vita. Tra questi smisurati paesaggi andini, in un duro scenario pastorale, non è raro vedere affrettarsi a piedi o in sella a un lama, una figura leggendaria: la partera, la nostra perduta levatrice. Sono le parteras o comadronas che si occupano da sempre delle partorienti, e della pratica medica tradizionale più in generale. Accompagnano la donna durante il parto, che per gli indios delle Ande non è solo funzione fisiologica, ma l’espressione di cultura e di tutti i fattori che la influenzano. Per la gente quechua la nascita è anche più importante della vita stessa, e la partera ha il compito di far sì che l’accogliere il neonato sia in armonia con la cosmologia tradizionale. Per questo tutte le attenzioni che ricevono i neonati hanno una forte valenza simbolica. L’autorità che ricade sulla partera è importantissima e tutti i rituali che pratica sono fondamentali per riprodurre i ruoli sociali e i valori morali della comunità. La medicina e il sapere indiano hanno come presupposto fondante l’osservazione, l’equilibrio e il rispetto della natura. Le parteras hanno acquisito un profondo sapere sulle proprietà delle piante, dei minerali o dei prodotti animali che usano, lascito delle culture orali, e che contengono in sé poteri solo se accompagnati da procedimenti magici. Durante qualsiasi trattamento le parteras applicano la legge dei contrari per far ritrovare equilibrio e salute. Come poi si diventi levatrice – o meglio wachachik mamakuna in lingua locale – rimane un segreto: dipende da una chiamata che si può manifestare in molti modi, ma che è chiara solo alla predestinata. Loro dicono che «impariamo guardando». La partera  Maria Ramona Vimos narra la propedeutica indiana della nascita: «Quando la donna partorisce le si allentano solamente la cintura, le collane e i braccialetti, perché abbia più forza, ma non le si tolgono gli abiti né tanto meno il sombrero: la forza potrebbe uscire dalla testa. La donna si mette in ginocchio e appoggia le braccia su un banco ad una altezza di 30 centimetri dal suolo. La placenta viene poi seppellita sotto un grande albero che faccia ombra». Nella credenza andina, la placenta continua ad essere parte della madre e influisce sul suo stato durante tutta la vita. Tagliare il cordone ombelicale è anche compito della partera; il moncone che resta sul neonato e dopo qualche giorno si secca e cade, viene conservato nel filo rosso di rito, che verrà consegnato al ragazzo perché lo porti su di sé. «Molte di noi – continua Ramona – conservano la tradizione di tagliare il cordone ombelicale con foglie di sig-sig: quello dei bambini più lungo di quello delle bambine. Con il sangue del cordone ombelicale si massaggia la faccia del neonato, perché sia bianco e colorato». La misura del taglio fatto alle femmine dovrebbe prevenire future complicazioni durante il parto. Uno dei gesti più importanti è quello di cocerle la boquita, cucire la boccuccia del neonato. Atto simbolico che si esegue con filo rosso – sul colore non si transige – e ago, simulando la cucitura attraverso le labbra del piccolo, dal basso verso l’alto. Così facendo, la tradizione dice che – quando sarà grande – non sarà bugiardo, pettegolo e non porterà il mal aire, una malattia dovuta allo spirito maligno. Si allontana così la possibilità che il piccolo diventi una cattiva persona a danno della comunità intera. «Nel caso delle levatrici – ricorda l’antropologo Gianpaolo Gri – il riconoscimento del legame è corporale prima che spirituale. È centrato sul corpo femminile, nel momento della sua realizzazione più propria, e su un evento come il parto che più corporale non potrebbe essere. La nascita, da questo punto di vista, si configura come una sorta di evento trinitario. Di fronte alla nuova creatura si è madri in due, si partorisce in due». Sono queste le parteras, infaticabili levatrici che col gesto rituale del sollevare il neonato e di presentarlo al mondo ricordano «la dimensione verticale propria dell’essere umano». È così restituiscono a ogni bambino una dimensione perduta nel nascere, in una tradizione dove si addensano gesti e riti che affratellano culture, restituiscono memorie e destini comuni, grazie ai quali in molte culture ha trovato senso l’entrare nella vita e nella comunità.
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