mercoledì 7 novembre 2012
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​Gabriele Nissim ne è sicuro: alla fine sarà il fruttivendolo di Praga a salvarci. «È l’apologo centrale nella riflessione di Václav Havel – spiega –. All’epoca del regime comunista, in Cecoslovacchia i negozianti erano tenuti a esporre la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Ma sarebbe bastato che uno di loro, magari un modesto fruttivendolo, si rifiutasse di affiggere quel cartello e nella realtà si sarebbe subito prodotto un cambiamento. E quell’uomo si sarebbe meritato la definizione di “giusto”, così come la intendeva Moshe Bejski: giusto, diceva, è colui che impedisce al male di passare per la sua casa». Eccoli qui, riuniti in un solo giro di frase, i maestri ai quali Nissim non manca mai di richiamarsi quando si tratta di illustrare l’attività di Gariwo (www.gariwo.net), l’associazione che, dopo aver dato vita al Giardino dei Giusti sul Monte Stella di Milano nel 2003, ha svolto un ruolo fondamentale nel processo che ha portato all’istituzione – votata dal Parlamento europeo lo scorso 10 maggio – di una Giornata in memoria dei Giusti dell’intero continente. La data scelta, il 6 marzo, cade nell’anniversario della morte di Bejski, il magistrato israeliano che ebbe l’intuizione del Giardino di Yad Vashem, presso Gerusalemme, dove sono ricordati i Giusti che vennero in soccorso degli ebrei perseguitati durante la Shoah. Venerdì 9 e martedì 13 novembre si svolgerà a Milano, presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, un convegno in cui un nutrito gruppo di filosofi e pensatori (tra gli altri, Salvatore Natoli, Massimo Cacciari e Stefano Levi Della Torre) ripercorreranno la strada che ha portato «Dal Giardino del Monte Stella alla Giornata europea dei Giusti». Autore di numerosi saggi sull’argomento (il più recente, edito da Mondadori lo scorso anno, si intitola La bontà insensata, Nissim ammette che non si è trattato di un percorso facile. «Ci siamo trovati a vincere molte resistenze – afferma –. Da una parte c’è la posizione, almeno in parte superata, di che si oppone alla declinazione del concetto di “giusto” in termini universali perché teme che, in questo modo, l’unicità della Shoah venga negata o comunque sminuita. Ma per quanto riguarda lo scenario europeo, il pregiudizio più radicato riguarda l’estensione di questa categoria a quanti si opposero al totalitarismo, quale che ne fosse l’ideologia ispiratrice. I Verdi tedeschi, per esempio, si sono mostrati nettamente contrari: con l’unica eccezione di Daniel Cohn-Bendit, da subito favorevole al progetto della Giornata, l’equiparazione tra nazismo e comunismo era respinta in via di principio. E non nascondiamoci che, quando si tocca la questione del genocidio armeno, in molti sorge la preoccupazione di non turbare i rapporti con la Turchia».Insomma, il passaggio dal particolare all’universale si è dimostrato più complesso del previsto. Anche per questo il convegno di Milano si muove in ambito speculativo anziché storico? «Sì – risponde Nissim –, l’impostazione filosofica serve a sottolineare il legame strettissimo fra la tradizione europea e il tema della responsabilità individuale, su cui poggia sempre la vicenda dei giusti. Penso all’indicazione dello stoico Epitteto, che prescrive l’indifferenza verso i mali ineluttabili, come la malattia e la morte, ma nello stesso tempo incita a essere inflessibili nella costruzione del carattere morale: una visione condivisa dal cristianesimo e poi ripresa da Kant. Tutto questo è profondamente europeo, ripeto, e nel contempo più che europeo. Paesi come la Cambogia e il Ruanda, dove i genocidi si sono consumati in anni più recenti rispetto alla Shoah, riconoscono nel “giusto” un elemento decisivo per la costruzione di un futuro riconciliato all’interno delle rispettive società. Il discrimine è fornito dalla consapevolezza che non esistono colpe collettive, ma sempre e soltanto responsabilità individuali. Nel momento in cui scopre che tra gli hutu ci sono stati dei giusti e ascolta le loro storie, l’hutu ruandese entra in una prospettiva di educazione, destinata ad avere un influsso straordinariamente positivo».Anche in Europa, però, l’esperienza dei giusti corre il rischio di essere svalutata o incompresa. «Ce ne siamo resi conto seguendo le fasi della discussione sull’istituzione della Giornata – racconta Nissim –. Se a livello mondiale la minaccia più grave è rappresentata dal negazionismo, purtroppo assai diffuso nelle nazioni arabe fino al caso-limite dell’Iran, nel Vecchio Continente vige un sistema in cui le doppie memorie, quelle cioè del comunismo e del nazismo, finiscono per entrare in conflitto. Ho in mente la situazione della Bulgaria, dove si tende a dimenticare la sorte toccata agli ebrei di Tracia e Macedonia, della cui persecuzione fu responsabile re Boris, oggi esaltato come eroe nazionale. Un cortocircuito non infrequente, rispetto al quale i giusti offrono una testimonianza universale e necessaria».
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