mercoledì 15 settembre 2010
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Cui voleva George Gershwin per far incontrare Stefano Bollani, pianista star del jazz italiano, con il grande direttore d’orchestra Riccardo Chially e la «sua» Orchestra del Gewandhaus di Lipsia. Il risultato è un album che parte dall’immancabile Rhapsody in blue per poi completare l’omaggio al compositore di Brooklyn con il Concerto in F, la suite Catfish row e Rialto ripples. «Accettando questa scommessa, abbiamo fatto entrambi un passo verso l’altro; io mi sono spinto verso il jazz e Stefano si è neo-classicizzato» spiega Chailly. Per il maestro milanese questa è il secondo approccio con Gershwin, il primo fu quasi trent’anni fa con l’Orchestra di Cleveland. «Mi trovavo davanti ad una delle più grandi orchestre americane, molto assuefatta alla musica di Gershwin e naturalmente portata verso lo swing. Al piano c’erano le sorelle Labèque. Davanti alla partitura di Un americano a Parigi i musicisti mi chiesero subito se volessi una esecuzione rigorosa o jazzy, cioè libera. La chiesi jazzy. E questo è stato lo spirito con cui mi sono messo al lavoro anche stavolta su Rhapsody in blue, recuperando la versione diretta da Paul Whiteman la sera della prima alla Aeolian Hall di New York, il 12 febbraio 1924, con Gershwin stesso al pianoforte. Una versione per jazz band dal suono meno opulento di quella sinfonica che poi ha incontrato così tanto successo, capace di mettere nella giusta evidenza l’aspetto "cameristico" del suonare di Bollani, poco dimostrativo ma molto musicale». La partitura di Whiteman riportava nei punti in cui doveva rientrare l’orchestra la dicitura «aspettare il cenno», perché Gershwin improvvisava le cadenze. «Stefano invece sta esattamente nel numero di battute scritte con fedeltà assoluta allo spartito» rassicura il Maestro.Per il pianista milanese, fiorentino d’adozione, più difficile è stato imparare il rigore assoluto. «Nella musica classica l’errore è errore, mentre nel jazz è una soluzione interpretativa che non inficia la qualità dell’esecuzione» spiega. «Così per incidere questo disco ho dovuto recuperare un po’ di quel timore per lo sbaglio che avevo ai tempi in cui sostenevo gli esami di conservatorio».Al momento Chailly e Bollani hanno tre concerti in agenda; due per il 2011, alla Salle Pleyel di Parigi e alla Scala di Milano, e uno nel 2012 all’Het Concertgebouw di Amsterdam. Ma anche la collaborazione discografica sembra destinata a continuare e già si parla dell’incisione, il prossimo autunno, dei due concerti per pianoforte e orchestra di Ravel. Dato l’appeal commerciale che l’unione di due mondi artistici sembra garantire, ossigeno puro per i bilanci della Decca, incamminata sulla stessa strada già seguita a loro tempo dai fratelli Marsalis, da Jarrett e da tutti quei jazzisti transitati prima o poi sui binari della classica. Una tendenza virata otto anni fa dalla Deutsche Grammophon verso gli orizzonti del pop-rock affiancando il mezzosoprano svedese Anne Sofie von Otter ad Elvis Costello nell’album For the stars. Poi è arrivato Sting e da ultimo l’ex produttore di Madonna William Orbit. «In un momento così complesso dal punto di vista economico, questo tipo di interazioni possono anche aiutare» ammette Chailly. «In fondo se sette anni fa la Decca trovò i fondi necessari a farmi incidere il secondo e terzo Kammermusik di Paul Hindemith fu anche grazie al successo incontrato da Luciano Pavarotti coi suoi album di canzoni popolari. Ora affronto Gershwin con Bollani, ma fra un paio di anni conto di tornare ad Hindemith per registrare i suoi Konzertmusik, che rimangono semisconosciuti e nessuno finora li ha mai incisi tutti e quattro assieme».
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