martedì 15 giugno 2021
Un saggio di Naomi Oreskes argomenta le ragioni per le quali la ricerca è degna di fiducia anche quando cambia idea
Né assoluta, né relativa. Scienza, umana e credibile

Cecilia Fabiano/LaPresse

COMMENTA E CONDIVIDI

Secondo alcuni scienziati quando i filosofi parlano della verità nella scienza peccano di gravi difetti, tra i quali non passare tempo in laboratorio e non fare riferimenti concreti alla scienza reale (H. R. Kricheldorf, Getting it right in science and medicine, Springer 2018). Non è certo il caso di Naomi Oreskes, che arriva alla filosofia passando per la storia della scienza, strada obbligata per evitare le critiche generaliste di cui sopra. La studiosa di Harvard si chiede Perché fidarsi della scienza? (Bollati Boringhieri, pagine 208, euro 20,00). Bella domanda, in tempo di pandemia, di analisi dati, di ansia di ritorno alla vita normale. Bella domanda, quando assistiamo a contrapposizioni quotidiane tra scienziati, quando i dubbi della scienza non hanno eco se non fanno comodo, quando in politica la scienza si usa spesso per propaganda. Specialista in storia delle scienze della Terra, Oreskes era già nota per lo studio condotto con il collega Erik M. Conway, storico della scienza arruolato alla Nasa, Mercanti di dubbi: come un manipolo di scienziati ha oscurato la verità, dal fumo al riscaldamento globale (Ed. Ambiente, 2019). Qui i due autori ricostruivano i meccanismi di disinformazione messi in atto per indebolire le tesi sul riscaldamento globale dalla metà del secolo scorso in poi. Stavolta Oreskes cambia strategia: spiega come funziona la scienza e perché, al di là di ogni ragionevole dubbio, conviene crederle. Prende il via, così, un’avvincente avventura su come oggi si conosce. La scienza è conoscenza disciplinata e controllabile. Veniamo subito alla tesi centrale del volume: dobbiamo fidarci della scienza non in virtù di un “magico” metodo per le certezze assolute. Dobbiamo fidarci della scienza perché è «attività comunitaria di esperti, che impiegano metodi diversi per raccogliere evidenza empirica e passano al vaglio le conclusioni che ne traggono». Per questo motivo è accaduto nella storia che teorie sbagliate venissero sostenute: per motivi legati a formazione culturale, a debolezze strumentali, persino a credenze metafisiche e religiose. Siamo nel cuore di un tema caro a filosofi celebri come Thomas Kuhn, Paul Feyerabend, Larry Laudan; siamo contigui alle indagini da science studies e sociologia della scienza, che da Robert Merton a Bruno Latour hanno insistito sulla dimensione sociale e umana dei “fatti” scientifici. Ma già Auguste Comte scriveva: «Se non si tratta di sapere cos’è il metodo scientifico, ma di averne una conoscenza così chiara e profonda da poterlo effettivamente usare, bisogna considerarlo in azione». Per questo Oreskes studia la scienza in azione e ricorda casi eclatanti di teorie dichiarate erronee poi rivalutate, come la deriva dei continenti di Wegener. Cosa permise a queste teorie di tornare in voga e dimostrarsi valide? La circolazione delle idee. Non ci fu censura: certe idee rimasero lì, e dopo aver superato il parere degli esperti (oggi accade con i referaggi, processi di revisione tra pari che avvengono in fase di valutazione delle pubblicazioni scientifiche) magari continuarono a suscitare perplessità. Ma le idee, quando espresse, possono fare tragitti nella storia impensati e istruttivi. Bastano i referaggi a garantire scientificità ed evitare l’esclusione di teorie dal novero della scienza? No. Serve che le comunità di scienziati arruolino persone di ogni origine, provenienza, religione, sesso. A questo proposito, Oreskes ricorda che l’epistemologia femminista, in particolare grazie ai lavori di Helen Longino e Sandra Harding, ha mostrato alcune dinamiche discriminatorie inconsapevoli nella scienza: comunità di persone troppo omogenee permettono che nella pratica scientifica si riflettano preconcetti dovuti a mentalità comuni. Il migliore antidoto epistemico per una buona scienza è la differenza. Dobbiamo credere alla scienza, dunque, perché produce conoscenze affidabili. Perché è un’impresa collettiva, controllata, democratica e dotata di antidoti contro i pregiudizi. La migliore delle conoscenze possibili. Ma non si rischia di cadere nel relativismo, se si accetta che la scienza sia un’impresa così tanto “umana”? Dove sta la verità oggettiva che tutti si aspettano? Oreskes ricorda che il contrario del relativismo è l’assolutismo, non l’oggettività. Dunque sì, si può credere alla scienza perché giunge all’oggettività. Un’oggettività che prima ha valutato limiti, contraddizioni, tenuta sperimentale delle teorie. I valori influenzano la scienza, ma la scienza ha i suoi valori. Come prenderci cura degli altri e del pianeta, “casa comune”, valore realizzabile con il contributo della scienza: in questo Oreskes dice di credere, e rimanda a papa Francesco. Possiamo darle ragione.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI